JONATHAN FRANZEN.
.
PURITY.
.
Parte 3.
.
Titolo originale: Purity. 2015.
Traduzione di: Silvia Pareschi.
2016 Giulio Einaudi Editore, TORINO.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Ma le settimane passarono, agosto divent settembre, e bench Pip fosse ormai una ricercatrice a tutti gli effetti, che eseguiva da sola i compiti pi semplici e dedicava il tempo libero a laboriose ricerche del nome Penelope Tyler sui database, Andreas continuava a evitare di parlarle a tu per tu come faceva con Willow e molte altre. Certo, se doveva essere la sua spia non poteva farsi vedere a confabulare con lui come una cospiratrice. Ma quella storia della spia le sembrava ridicola - l'unica impressione che le davano le altre era quella di un'opprimente sincerit - e cominci a pensare che Andreas la stesse punendo; che lo avesse offeso e umiliato rifiutandosi di scopare con lui. I suoi modi immancabilmente cordiali e affettuosi non volevano dire niente; Pip sapeva benissimo che era un maestro della dissimulazione, lo aveva praticamente ammesso, e quel suo continuo parlare di fiducia e sincerit non faceva che confermarlo. Sotto sotto, ne era convinta, ce l'aveva con lei e si era pentito di averle dato fiducia.
E cos, giorno dopo giorno, sedotta dalla popolarit e dalla lingua di Andreas, Pip prese la decisione di dargli tutto ci che voleva, quando fossero rimasti soli. Inaspettatamente pazzo di te: doveva essere ancora valido, no? Pip non era pazza di lui, ma era curiosa, eccitata e sempre pi risoluta. Si mise in cerca di un'occasione per parlargli in privato. Quando passava dal granaio all'edificio dei programmatori aveva sempre qualcuno alle calcagna; quando era solo nell'edificio principale c'erano sempre Pedro o Teresa a portata d'orecchio. Ma un pomeriggio, verso la fine di settembre, Pip guard fuori dalla finestra e lo vide seduto da solo in un angolo lontano del pascolo delle capre, davanti alla foresta.
Corse fuori e attravers il pascolo cos in fretta che fece scappare le capre. Andreas doveva averla sentita arrivare, ma non si gir finch Pip lo raggiunse e si accorse che stava piangendo. Le ricord qualcosa: Stephen che piangeva sulla veranda a Oakland.
Batt una mano sull'erba. - Siediti.
- Che succede?
- Forza, siediti. Ho ricevuto una brutta notizia.
Pip, consapevole della loro visibilit, si sedette a una certa distanza da lui.
- Mia madre  malata, - disse Andreas. - Tumore al rene. L'ho appena saputo.
- Mi dispiace tanto, - disse Pip. - Non sapevo nemmeno che fossi in contatto con lei.
- Io non le scrivo mai. Lei per mi scrive ancora.
- Preferisci restare solo?
- Volevi qualcosa?
- Non  importante.
- Preferisco di gran lunga ascoltare te che pensare a lei.
-  grave, il tumore? A che stadio ?
Andreas alz le spalle. - Vuole venire a trovarmi. Ti sembra una buona idea? Io non posso andare da lei. Questa  una piccola fortuna: non sono obbligato a decidere.
- Ho voglia di abbracciarti. Ma non vorrei che mi vedessero.
- Bene. A proposito, sei stata bravissima.
- Grazie. Per... Sei arrabbiato con me?
- Niente affatto.
Pip annu, domandandosi se credergli.
- L'ho odiata per quasi tutta la vita, - disse Andreas. - Ti ho spiegato alcune delle ragioni per cui la odio. Ma adesso ricevo questa mail e mi ricordo che non erano le vere ragioni, o almeno non era l'intera ragione. Solo met. L'altra met  che non riesco a smettere di amarla, malgrado tutte quelle altre ragioni. Non ci pensavo pi da anni. Ma poi ricevo questa mail...
Butt fuori l'aria, con una risata o un singhiozzo. Pip non os guardarlo per capire quale dei due. - Forse la parte amore  pi importante della parte odio, - gli disse.
- Sono sicuro che per te lo sarebbe.
- Be', comunque. Mi dispiace.
- Volevi parlarmi in privato? Fissiamo un appuntamento?
- No. O io sono una pessima spia, oppure la tua era solo paranoia.
- Allora cosa volevi?
Si gir a guardarlo e gli mostr, con la sua espressione, quello che voleva.
Andreas spalanc gli occhi arrossati. - Oh, - disse. - Capisco.
Pip guard a terra e parl a voce bassa. - Mi dispiace molto per quello che  successo l'altra volta. Credo che potrebbe andare meglio. Cio, se ti interessa.
- Certo. Moltissimo. Non osavo sperarci.
- Scusami. Mi hai chiesto cosa volevo, ma non avrei dovuto rispondere. Non adesso.
- No, stai tranquilla -. Andreas salt in piedi, apparentemente dimentico del suo dolore. - La settimana prossima devo andare in citt per vedere mia madre. Temevo quel momento, ma ora non pi. Fammi pensare a come portarti con me. Che ne dici?
Pip si sforz di trovare il fiato per rispondere. - Dico che va bene.
Una delle cose pi assurde del Progetto era che le comunicazioni elettroniche private erano impossibili. Il network interno era progettato in modo da rendere visibili tutte le chat e le mail a chiunque fosse collegato, perch i programmatori vedevano ogni cosa e non era giusto lasciargli quel vantaggio. Se una ragazza voleva rimorchiare qualcuno (e succedeva spesso, anche se i ragazzi erano decisamente meno attraenti delle ragazze), lo faceva apertamente sul network oppure di persona. Fu per questo che, la sera dopo, mentre Pip usciva dall'edificio principale, Andreas le pass di nascosto un biglietto scritto a mano.
 Rallegrati: i tuoi giorni da spia potrebbero essere finiti. Non ho trovato nessuna storia plausibile. Vieni con me perch devo incontrare dei potenziali investitori e tu sei la stagista di cui mi fido di pi. Ma devi decidere se sei pronta a venire vista diversamente dagli altri. Accetter qualunque tua decisione. Per favore, brucia questo biglietto. A.
Sulla veranda, sopra il fiume scuro, Pip bruci il biglietto con un accendino lasciato da Colleen. Colleen le mancava, e si chiedeva se Andreas avrebbe tenuto anche lei sulla corda per i prossimi tre anni, ma al contempo si sentiva vittoriosa e abile. Si era immersa nel fiume scuro pi di Colleen, non solo fino alle ginocchia, ed era abbastanza sicura di essere gi andata oltre anche con Andreas. Era tutto molto strano, e le sarebbe sembrato ancora pi strano se la sua vita non fosse stata strana fin dall'inizio. Il pensiero pi strano di tutti era quello di avere tanto fascino. Andava contro ogni cosa in cui credeva, o almeno contro ogni cosa in cui voleva credere; perch sotto sotto, in fondo al cuore, forse tutti si consideravano pieni di fascino. Forse era semplicemente una caratteristica umana.
- Mi fai conoscere tua madre? - chiese ad Andreas una settimana dopo, mentre Pedro guidava lungo la ripida strada che usciva dalla valle.
- Lo vuoi davvero? Annagret  stata l'unica fra le mie donne ad averla conosciuta. Mia madre  stata molto gentile con lei per un po', e poi basta.
Pip era troppo turbata dall'espressione le mie donne per rispondere. Ora si applicava anche a lei? A quanto pareva s.
-  molto seducente, - disse Andreas. - Probabilmente ti piacerebbe. Ad Annagret  piaciuta molto per un po', e poi basta.
Pip abbass il finestrino, espose la faccia all'aria fresca dell'alba e sussurr: - Sono la tua donna? - Non credeva che Andreas potesse sentirla, ma forse la sent.
- Tu sei la mia confidente, - disse. - Mi interesserebbe sapere cosa dice il tuo buonsenso su di lei.
Le pos la mano sulla parte alta della coscia e ve la lasci. Quasi tutti i pensieri che Pip aveva avuto nella settimana precedente l'avevano ricondotta a una cosa sola. Avvertiva sintomi d'innamoramento pi intensi - un'inquietudine pi persistente, il cuore che batteva pi veloce - di quelli che ricordava di aver avvertito per Stephen. Ma i sintomi erano ambigui. Molti somigliavano a quelli di un condannato che andava verso la forca. Quando la mano di Andreas le strisci titillante verso l'interno della coscia, Pip non ebbe il coraggio n la voglia di mettergli anche lei una mano sulla gamba. L'appropriatezza della parola preda stava diventando evidente. I sentimenti di una preda fra le zanne di un lupo erano difficili da distinguere da quelli di un'innamorata.
Il suo spagnolo era migliorato abbastanza da permetterle di seguire tutto quello che Andreas diceva a Pedro. Pedro doveva essere al Cortez alle sei del mattino dopo. Probabilmente avrebbe trovato Andreas ad aspettarlo, ma in caso contrario avrebbe dovuto proseguire fino all'aeroporto con un cartello che diceva KATYA WOLF e portare sua madre all'albergo.
Evidentemente Andreas intendeva trascorrere tutto il giorno, tutta la notte e forse anche il mattino successivo da solo con Pip. Era assurdo che prima dovessero viaggiare insieme sul sedile posteriore per tre ore mentre Pedro frenava a ogni dosso. Che tortura, quei rompemuelles.
Sono innamorata, decise Pip. Sono la ragazza meno bella di Los Volcanes, ma sono spiritosa, coraggiosa e sincera, e lui ha scelto me. Pi tardi potr spezzarmi il cuore: non m'importa.
Al Cortez, Andreas le disse di aspettare nell'atrio per un quarto d'ora prima di raggiungerlo in camera. Pip guard i viaggiatori che restituivano le chiavi, con i capelli umidi e la faccia da sonno. Una non-ora in un non-luogo. Un uomo d'affari sudamericano che oziava davanti al banco della reception non le staccava gli occhi dal petto. Pip alz gli occhi al cielo; lui sorrise. Era un insetto, in confronto all'uomo che la stava aspettando.
Lo trov seduto alla scrivania con il tablet. Sul letto c'era un vassoio con panini e macedonia di frutta. - Mangia qualcosa, - le disse.
- Ti sembra che abbia fame?
- Mi sembra che tu abbia lo stomaco delicato.  importante che mangi.
Pip azzard una papaia, che secondo sua madre faceva bene allo stomaco.
- Cosa vorresti fare oggi? - disse Andreas.
- Non saprei. C' qualche chiesa o museo che dovrei vedere?
- Non mi piace mostrarmi in pubblico. Per s, il centro storico merita una visita.
- Potresti metterti gli occhiali da sole e un cappello buffo.
-  questo che vuoi?
La papaia la fece ruttare. Sentiva che doveva smettere di essere una preda, che in qualche modo doveva prendere l'iniziativa. Era ancora restia a toccarlo, ma gli si avvicin da dietro e si costrinse a mettergli le mani sulle spalle. Gliele fece scorrere lungo il petto. Andava fatto.
Andreas le afferr i polsi per impedirle di allontanarsi.
- Credevo che non mettessi mai le mani addosso alle stagiste, - disse Pip. - Credevo che fosse cattiva pubblicit.
- Portarle a letto una dopo l'altra sarebbe cattiva pubblicit, - disse Andreas. - Innamorarsi di una di loro  tutta un'altra storia.
Le tremarono le ginocchia. - Ho capito bene?
- S.
Il cucchiaio di legno, il cucchiaio di legno.
- Okay, allora, - disse Pip, scivolando a terra.
Andreas le lasci i polsi, si distric dalla scrivania e s'inginocchi davanti a lei.
- Pip, - disse. - Lo so che sono vecchio. Avr l'et di tuo padre. Ma sono giovane nel cuore, e non ho molta esperienza con il vero amore. Probabilmente non pi di te. Questa situazione  nuova e paurosa anche per me.
Il cucchiaio di legno. Pip aveva il cervello in subbuglio. L'uomo al quale si strinse impaurita, al quale si aggrapp in cerca di sicurezza, era pi un padre che un amante. Eppure era per lui che la sera prima si era accorciata i peli pubici con il rasoio. Era enormemente confusa. Andreas la strinse forte, accarezzandole la testa.
- Ti piaccio almeno un po'? - le chiese.
Pip annu, perch era quello che lui voleva.
- Tanto? - insistette Andreas. - O solo un po'?
- Tantissimo, - rispose Pip, per la stessa ragione.
- Anche tu mi piaci.
Pip annu di nuovo. Ma si sentiva in colpa per avergli mentito, anche se lui se l'era voluto. Se si stava davvero innamorando di lei, mentirgli era una crudelt. Per rimediare cerc di dire qualcosa di sincero e carino. - Mi  tanto piaciuto quello che mi hai fatto provare l'altra volta. Non riesco a smettere di pensarci. Sta diventando un'ossessione. Voglio che tu lo rifaccia.
Andreas s'irrigid. Pip temette di aver detto la cosa sbagliata; temette che Andreas si fosse accorto del suo tentativo di allontanare il discorso dall'argomento amore, e ci fosse rimasto male. E cos lo baci. Con foga, con sfrontatezza, offrendogli la lingua, aprendosi a lui, e Andreas contraccambi. Ma il lato ragionevole di Pip era ancora semifunzionante. Prima che riuscisse a trattenersi, le scapp una risata.
- Cosa c'? - disse Andreas, sorridendo.
- Scusami, - rispose Pip. - Mi domando se entrambi stiamo cercando di fare quello che in realt non vogliamo.
Lui sembr allarmato. - Cosa vuoi dire?
- No, sto parlando solo dei baci, - si affrett a rispondere Pip. - L'altra volta mi sembrava che non ti piacessero le smancerie. Sei stato sincero. E sinceramente, anche per me va bene se le saltiamo.
Successe di nuovo. Di nuovo, per un istante, per meno di un istante, prima che Andreas potesse girarsi dall'altra parte, Pip vide una persona completamente diversa, una persona folle.
- Sei una donna straordinaria, - le disse, senza voltarsi.
- Grazie.
Si alz in piedi e si allontan da lei. - Non sto scherzando, - disse. - Non sono mai stato cos scombussolato in vita mia. Tu mi ridimensioni, in senso buono. Sono considerato il grande portatore di verit, ma tu continui a deridermi. Lo odio ma lo amo. Ti amo -. Si gir verso di lei e lo ripet. - Ti amo.
Pip arross. - Grazie.
- Tutto qui? - esclam Andreas, fuori di s. - Grazie? Chi ti ha fatta cos? Da dove vieni?
- Dalla San Lorenzo Valley. Un posto assai modesto e democratico.
Andreas le si avvicin a grandi passi e la fece alzare con uno strattone. - Vuoi farmi impazzire!
- Non  che la mia testa sia del tutto a posto, sai.
- E allora cosa siamo? Come facciamo? In che modo staremo insieme?
- Non lo so.
- Togliti quei cazzo di vestiti... cos funziona?
- Promette bene.
- Allora fallo. Lentamente. Voglio guardarti. Le mutandine per ultime.
- Okay. Questo posso farlo.
Le piaceva prendere ordini da lui. Le piaceva pi di ogni altra cosa che lo riguardava. Ma mentre gli ubbidiva, sbottonando un bottone della camicetta dopo l'altro, non era sicura di essere contenta che le piacesse. Avrebbe voluto cancellare quello che le aveva detto Stephen in camera da letto, sul suo bisogno di un padre. La paura cominci a crescere in lei mentre si slacciava il quarto bottone, e poi l'ultimo. Contempl un panorama emotivo in cui era arrabbiata con il padre assente, con tutti gli uomini maturi, e provocava e puniva quell'uomo dell'et di suo padre, lo mandava fuori di testa, lo spingeva a offrirsi come la persona mancante nella sua vita; e il suo corpo rispondeva all'offerta, ma rispondere in quel modo era nauseante. Lasci cadere a terra il reggiseno.
- Mio Dio, come sei bella, - disse Andreas, fissandola.
- Sono giovane, vuoi dire.
- No. Dentro sei ancora pi bella che fuori.
- Continua a parlare, - disse Pip. - Aiuta.
Quando fu completamente nuda, Andreas s'inginocchi e le spinse la faccia contro l'inguine. - Ti sei depilata per me, - mormor con gratitudine.
- Chi ha detto che l'ho fatto per te? - rispose Pip con una risatina incerta. L'apprezzamento di Andreas la induceva ad apprezzarsi a sua volta, ma aumentava la sua paura di continuare a provocarlo e di vedere gli effetti della provocazione. Sent le sue mani tremanti sul culo. La stava baciando, inalando, e Pip cap che sarebbe successo di nuovo, come l'altra volta, solo che stavolta avrebbe dovuto accettare tutto senza riserve: non poteva rimangiarsi la parola.
D'un tratto, all'idea di farsi scopare da lui, prov un'eccitazione di tipo diverso. La mancanza di attrito con cui aveva raggiunto quel momento, la rapidit e l'efficienza con cui Andreas aveva organizzato l'incontro, la facilit con cui l'aveva convinta a spogliarsi in una camera d'albergo; tutto questo si combin con un complesso di brutte sensazioni - padre, assassino, rimescolatore di cervelli, fuggiasco, pazzo - per produrre un semplice pensiero: non voleva essere la sua donna.
Alla ragionevole luce di quel pensiero, ci che stavano facendo le sembr ridicolo.
- Um, - disse, allontanandosi da lui. - Mi sa che ho bisogno di un piccolo time out.
Andreas si accasci. - E adesso cosa c'.
- No, sul serio, aspettavo questo momento da un mese e mezzo. Mi sono toccata tutte le notti, pensandoci. Immaginando di essere te. Ma adesso... non lo so. Sto pensando che forse mi basta toccarmi.
Andreas si accasci ancora di pi. Pip raccolse il reggiseno e se lo infil. Si rimise i jeans senza perdere tempo con le mutandine, che rimasero davanti ad Andreas.
- Mi dispiace tanto, - disse. - Non so cosa mi  preso.
- E allora cosa vorresti fare? - le chiese Andreas, con la voce tesa per lo sforzo di controllarsi. - Visitare il pittoresco centro storico?
- A dire la verit, avevo in mente solo di venire a letto con te.
- Si pu ancora fare.
- Magari se me lo ordinassi. Mi piace quando mi dai ordini. Credo di avere una personalit da schiava.
- Non posso dare un ordine del genere. Se tu non lo vuoi, non lo voglio neanch'io. Hai detto che lo volevi.
- Lo so.
Andreas fece un profondo sospiro. - Perch hai cambiato idea?
- D'un tratto mi  sembrato sbagliato.
- Sono troppo vecchio?
- Oddio, no. La tua et mi piace. Forse anche troppo. E poi hai quell'aria da maschio tedesco senza et. E quegli occhi azzurri.
Andreas abbass la testa. - Allora non ti piace quello che sono.
Pip era desolata. S'inginocchi vicino a lui, lo accarezz sulle spalle e lo baci sulla guancia. - Tu piaci a tutti, - disse. - Piaci a milioni di persone.
- A loro piace una bugia. Tu sei l'unica a cui ho mostrato chi sono davvero.
- Mi dispiace tanto. Mi dispiace tanto -. Si strinse al petto la sua testa e lo cull un po'. Si sentiva di nuovo attratta da lui, e si chiese se fosse in arrivo una scopata di beneficenza. Non ne aveva mai fatta una, ma adesso capiva come poteva succedere. Una parte nascosta di lei stava anche pensando che, in seguito, avrebbe potuto provare una soddisfazione retroattiva per essersi scopata il famoso eroe fuorilegge, e che quella era la sua occasione per farlo, e che in caso contrario in futuro avrebbe subto il rimorso di averlo circuito per poi tirarsi indietro. Tirarsi indietro due volte.
Andreas le teneva la faccia tra i seni, le mani infilate nel retro dei jeans. Il fatto che si fosse tirata indietro due volte sembrava significativo. Pens a cosa le aveva detto sua madre prima che facesse la valigia e partisse da Felton. So che sei molto arrabbiata con me, micetta, e ne hai il diritto. Mi preoccupa il pensiero che sarai nella giungla, in un altro continente. Mi preoccupa il pensiero che sarai con Andreas Wolf. Ma l'unica cosa che non mi preoccupa  il tuo senso morale. Sei sempre stata una persona amorevole, che sa distinguere il bene dal male. Ti conosco meglio di quanto tu conosca te stessa. E so che sei fatta cos. In quel momento Pip, che vedeva solo il casino creato dal suo cattivo comportamento in ogni relazione della sua vita, aveva pensato che la madre non sapesse proprio niente di lei. Ma avere rifiutato Andreas due volte, quando tutto la spingeva ad accettarlo, non voleva dire qualcosa? Forse sua madre aveva ragione. Forse aveva davvero un forte senso morale. Ricord di aver provato un amore puro per Ramn, e persino per Dreyfuss. Ci che aveva rovinato tutto a Oakland era il suo desiderio carnale per Stephen, la sua rabbia contro un uomo pi vecchio di lei.
Baci la testa riccioluta di Andreas e si distric da lui. - Niente da fare, - disse. - Mi dispiace.
Si mise la camicetta e scese nell'atrio. Sembrava una decisione irrevocabile, addirittura al di fuori del suo controllo, e Pip era pronta a rimanere nell'atrio tutto il giorno e tutta la notte, se necessario. Ma Pedro arriv con la Land Cruiser in meno di un'ora. Non ce la fece a sedersi davanti con lui; le prudeva dappertutto, si sentiva contaminata. Si sdrai sul sedile posteriore e attese di venire sopraffatta dalla vergogna, dal senso di colpa e dai ripensamenti.
Quando arrivarono, quei sentimenti furono ancora peggiori di quanto avesse previsto. Rimase a letto per due giorni, indifferente all'andirivieni delle compagne di stanza. Aveva volato alto, si era piaciuta finch era piaciuta ad Andreas, ma adesso che era incorsa nella sua disapprovazione cadde in un abisso di disapprovazione di s. Anche se era stata lei a respingere lui, e non viceversa, la scena nella camera d'albergo era stata brutta come quella nella camera di Stephen. Continuava a tornarle in mente, soprattutto il momento in cui lei era nuda e lui in ginocchio.
Il terzo giorno, quando riusc a trascinarsi a cena, scopr di essere tornata impopolare. Mangi a testa bassa e torn a letto. Nessuno le parlava pi con sincerit. Non capiva se la stessero ostracizzando perch pensavano che avesse sedotto Andreas o perch si era sparsa la voce che lo aveva deluso. In ogni caso, sentiva di meritarselo. Compose una lunga mail per Colleen, una piena confessione, prima di rendersi conto che Colleen l'avrebbe odiata ancora di pi dopo averla letta. Tagli tutto tranne un paio di frasi:
 Hai fatto bene ad andartene.  proprio un tipo strano. Con lui ho solo parlato, e non far mai altro. Me ne andr presto anch'io.
Quando torn, tre giorni dopo, Andreas ricominci a trattarla come prima, con distaccata cordialit, facendola sentire ancora pi in colpa. Era convinta che le avesse davvero rivelato un segreto che nessun altro a Los Volcanes conosceva - che l'avesse davvero voluta in modo speciale - e che, dietro il sorriso, dovesse sentirsi ferito e umiliato. Incapace di rivivere il momento della sua decisione, cominci a pensare di aver commesso un tragico errore. E se non si fosse fermata e fosse diventata la sua amante? E se avesse imparato a essere straordinariamente felice con lui? Ormai Andreas aveva rinchiuso il desiderio dentro di s, e lei non poteva pi goderne. Pens di implorare una terza occasione, ma aveva paura di tirarsi indietro per la terza volta. Per una settimana and in giro con un nodo di depressione quasi clinica in gola. Fingeva di uscire a camminare, ma dopo la prima curva si sedeva e scoppiava a piangere.
Andreas la trov durante una di quelle crisi di pianto. Era tardo pomeriggio e si stava facendo buio; dai margini di una nube temporalesca cadeva la pioggia. Svolt la curva con indosso un impermeabile giallo e un paio di stivali di gomma e la vide seduta a inzupparsi, la schiena appoggiata a un albero e le braccia intorno alle ginocchia.
- Sono venuto a cercarti -. Si accovacci di fianco a lei. - Non sapevo che fossi cos vicina.
- Non vado pi a camminare, - disse Pip. - Vengo solo qui a piangere.
- Mi dispiace.
- No, tu non devi dispiacerti. Sono io che ho rovinato tutto.
- Non rimproverarti. Sono un uomo adulto. So badare a me stesso.
- Non ti tradir mai, - piagnucol Pip. - Puoi fidarti di me.
- Non finger di non amarti. Ti amo davvero.
- Mi dispiace, - piagnucol ancora Pip.
- Ma andiamo, adesso basta -. Andreas si tolse l'impermeabile, glielo mise sulle spalle e si sedette. - Pensiamo a cosa vuoi fare adesso.
Pip si asciug il naso con la mano. - Mandami a casa, - disse. - Ho avuto una grande occasione qui, e l'ho sprecata.
- Willow mi ha detto che la ricerca del tuo genitore scomparso non sta andando bene.
- Scusa, ho avuto due occasioni. Due cose in cui ho fallito.
- Temo che io e Annagret ti abbiamo reso un cattivo servizio, dicendoti che potevamo aiutarti. La tua ricerca  molto difficile, perch deve risalire all'epoca pre-digitale. Ho parlato di te a Chen -. Chen era l'hacker numero uno. - Gli ho chiesto se possiamo usare un programma di riconoscimento facciale con una foto pi vecchia di tua madre. Bisogner hackerare parecchi server, e per te sono disposto a farlo. Ma secondo Chen sarebbe una perdita di tempo.
Nella limpida luce grigia della sua depressione, Pip vide che l'aveva fatto ancora, proprio come con Igor alla Renewable Solutions, aveva nuovamente abboccato alle vuote promesse di un capo.
- Non importa, - disse. - Grazie di averglielo chiesto.
- Finch sei qui continuer a pagare le rate del tuo prestito. Ma dobbiamo pensare al prossimo passo. Scrivi bene, e Willow dice che impari molto in fretta. Detestavi il lavoro di venditrice. Hai mai pensato di fare la giornalista?
Pip tent un debole sorriso. - Ma il Progetto non sta distruggendo il giornalismo?
- Il giornalismo sopravvivr. Sta ricevendo molti finanziamenti dal settore non profit. Una persona in gamba come te pu trovare un lavoro, se lo vuole. Sto pensando che i vecchi media sarebbero comunque pi adatti a te, visto che quello che faccio io non ti piace.
- Ho provato a farmelo piacere. Mi dispiace di non esserci riuscita.
- Basta cos -. Le prese la mano e la baci. - Tu sei quello che sei. Amo quello che sei. Mi mancher.
Pip ricominci a piangere. Da un punto imprecisato nella nebbia arriv il rombo di un pezzo di arenaria che si staccava dalla parete di un pinnacolo, seguito da un tonfo attutito. A volte, mentre percorreva un sentiero, qualche frammento di pietra le era atterrato cos vicino che l'aveva sentito sibilare mentre cadeva.
- Puoi ordinarmelo? - disse.
- Cosa?
- Dammi un ordine. Dimmi che devo fare la giornalista. Puoi farlo? Voglio ancora che tu mi dia ordini... - Chiuse forte gli occhi. - Sono proprio incasinata.
- Non ti capisco, - disse Andreas. - Ma s, se proprio insisti. Posso ordinartelo.
- Grazie, - sussurr Pip.
- Allora mettiamoci al lavoro. Ho un regalino per te, per aiutarti a cominciare. Parla con Willow. Te lo far vedere.
- Sei tanto gentile con me.
- Non preoccuparti, ci guadagno qualcosa anch'io. Hai capito cosa?
Pip scosse la testa.
- Lo vedrai, - disse Andreas.
Quel pomeriggio doveva aver fatto un altro discorsetto a Willow. Dopo dieci giorni di freddezza, aveva tenuto un posto a tavola per Pip e aveva ritrovato la sua inquietante cordialit. La sera, nel granaio, le mostr una serie di fotografie cancellate da un utente di Facebook ma ancora recuperabili, da gente come Chen, dalle viscere del sito. Sul cassone di un pick-up, durante una festa in Texas, era apparsa quella che sembrava una testata nucleare operativa. Non poteva certo essere vera, eppure era identica a quelle vere che Pip aveva visto nelle presentazioni del suo gruppo di studio a Oakland.
Nelle settimane successive cerc di imparare le basi del giornalismo. Con l'aiuto di un hacker chiese l'amicizia all'utente Facebook che aveva pubblicato le foto, ma non ottenne alcun risultato. Non sapeva come fare per rivolgersi all'aeronautica militare o alla fabbrica di armi, e anche se ci fosse riuscita avrebbe chiamato senza credenziali e con una connessione tipo Skype dalla Bolivia. Questo aument il suo rispetto per i veri giornalisti, ma fu scoraggiante. Forse si sarebbe arresa, se Andreas non l'avesse messa in contatto con una gola profonda della Bay Area che aveva informazioni sulla contaminazione della falda acquifera in una discarica di Richmond. Usando quelle informazioni, e telefonando ad autorit locali meno intimidatorie - non aveva paura di telefonare a freddo: il lavoro alla Renewable Solutions le aveva dato almeno una competenza spendibile -, scrisse un articolo che poi apparve magicamente online sull'East Bay Express, il cui direttore era un fan di Andreas. L'Express pubblic anche il suo secondo pezzo, Confessioni di un'addetta alla promozione, per il quale Willow l'aveva aiutata rifiutandosi di ridere fino a quando non l'aveva reso davvero divertente.
All'inizio di gennaio, dopo che Pip aveva scritto altri due pezzi pi brevi per l'Express, su argomenti suggeriti dal direttore e documentabili per telefono, Andreas usc a passeggiare con lei e le propose di candidarsi per uno stage come ricercatrice presso la rivista online Denver Independent. -  specializzata in giornalismo investigativo, - disse. - Vince molti premi.
- Perch Denver? - disse Pip.
- C' un'ottima ragione.
- L'East Bay Express sembra contento di me. Preferirei stare pi vicina a mia madre.
- Mi stai chiedendo di ordinartelo?
Erano passati tre mesi da quella mattina al Cortez, e Pip si rammaricava ancora che non le avesse ordinato di andare a letto con lui.
- Denver  solo un nome per me, - disse. - Non la conosco affatto. Ma certo. Dimmi cosa vuoi, e io lo far.
- Cosa voglio? - Andreas guard il cielo. - Voglio piacerti. Voglio che non mi lasci mai. Voglio invecchiare con te.
- Oh!
- Scusa. Dovevo dirtelo almeno una volta, prima che te ne andassi.
Pip avrebbe voluto credergli. Lui, almeno, sembrava credere a se stesso. Ma la sua incapacit di fidarsi di lui era radicata in profondit, nel midollo, nei nervi.
- Comunque, - disse.
- Comunque, non ti chiedo tanto. Se otterrai il lavoro a Denver, e penso che l'otterrai, voglio che tu apra un allegato che ti mander quando avrai il tuo account di lavoro. Il direttore ed editore  un uomo di nome Tom Aberant. Non devi fare altro che aprire l'allegato. Ma se vorrai tenere le orecchie aperte, e cercare di scoprire se il Denver Independent mi ha preso di mira, ti sar grato anche di questo.
- Lui  l'altra persona che sa quello che hai fatto.  il giornalista.
- S.
- Vuoi che faccia la spia per te.
- Fai quello che ti senti. Se non vuoi fare niente, pazienza. L'unica cosa che ti chiedo, oltre ad aprire l'allegato,  di non dire a nessuno che sei stata qui. Non hai mai lasciato la California. Dire ad Aberant che sei stata qui  la sola cosa che pu davvero nuocermi. E pu nuocere anche a te, naturalmente.
Pip ebbe un brutto pensiero.
- Non fraintendermi, - disse. - Fare la giornalista mi sta piacendo. Ma questa persona a Denver  il vero motivo per cui me l'hai proposto?
- Il vero motivo? No. Ma parte del motivo? Certo.  utile a te ed  utile anche a me. Ti d fastidio?
Sul momento non sembrava che le stesse chiedendo tanto. Pip non gli aveva concesso n il suo cuore n il suo corpo, e ricordava, dall'esperienza con Stephen, il dolore e la desolazione che si provano quando ci vengono negati il cuore e il corpo che desideriamo. Anche se non si fidava di Andreas, provava compassione per lui e per la sua paranoia, e se un clic del mouse fosse bastato a farla sentire meno in debito con lui, meno in colpa per averlo ferito, era disposta a cliccare. Forse sarebbe servito a chiudere i conti fra loro. E cos era andata a Denver.
Quando torn a casa di Tom e Leila, molto tardi, dopo aver passato la serata a bere con gli stagisti del Denver Independent, Pip si stup di trovare Leila seduta fuori, sui gradini davanti alla cucina, infagottata in una pesante giacca di pile e circondata da un odore di fumo di sigaretta.
- Aha, mi hai beccata, - disse Leila.
- Tu fumi?
- Pi o meno cinque all'anno -. Dentro una ciotola per cereali bianca posata accanto a lei c'erano quattro mozziconi spenti. Leila copr la ciotola con la mano.
- Che sensazione d essere cos misurati? - disse Pip.
- Oh,  una delle tante cose che mi rendono insicura -. Leila fece una risata autodenigratoria. - Le persone interessanti sono sempre smodate.
- Posso sedermi qui con te?
- Si gela. Stavo per rientrare.
Mentre la seguiva in casa, Pip temette che avesse fumato per causa sua. In un certo senso si era innamorata di Leila, come di Colleen in Bolivia, ma da quando era andata a stare l aveva la sensazione di creare dei problemi fra lei e Tom. Era un po' innamorata anche di Tom, perch poteva permetterselo, perch non si sentiva attratta da lui - era pi vecchio di lei, ma anche innocuo -, e Leila, di recente, era stata troppo visibilmente gelosa, di uno di loro o di entrambi. Pip sapeva che doveva andarsene da un'altra parte. Ma era difficile staccarsi dalla famiglia in cui era capitata.
In cucina, Leila rovesci i mozziconi e la cenere sopra un foglio di carta stagnola, che poi appallottol. Aiutata dai quattro margarita che aveva bevuto, Pip le chiese se poteva farle una domanda.
- Certo, - disse Leila, prendendo il caff dal frigo.
- Preferiresti che andassi a stare per conto mio? Potrebbe servire?
Leila si blocc per un istante. Pip la trovava bella in un modo molto particolare. Non in un modo irritante come le stagiste del Sunlight Project, ma in un modo da donna matura, un modo a cui aspirare. Leila guard il barattolo del caff che aveva in mano, con l'aria di chiedersi come fosse arrivato l. - Certo che no, - disse. - Ti do questa impressione?
- Um. Be'. S. Un pochino.
- Mi dispiace -. Leila si mosse rapida verso la macchina del caff. - Probabilmente hai solo avvertito delle insicurezze che non c'entrano niente con te.
- Perch sei insicura? Io ti ammiro tanto.
Il barattolo del caff cadde a terra.
- Ecco cosa mi succede a fumare, - disse Leila, chinandosi.
- Perch hai fumato? Perch fai il caff all'una e mezza del mattino?
- Perch so che non dormir comunque. Tanto vale che lavori.
- Leila, - disse Pip in tono lamentoso.
Leila le lanci un'occhiata peggio che infastidita: un'occhiata furibonda. - Cosa?
- C' qualcosa che non va?
- No. Niente -. Leila si ricompose. - Hai ricevuto il mio messaggio da Washington?
- S! Sembra una cosa pi grossa di quanto pensassimo.
- Gi, proprio cos. Sto impazzendo dalla paura che qualcuno ci batta sul tempo.
- Posso aiutarti in qualche modo?
- No! Vai a letto.  tardi.
Nel corridoio al piano di sopra, Pip sent Tom russare sotto l'effetto di quello che aveva bevuto, qualunque cosa fosse. Si sedette sul bordo del letto e scrisse una mail a Colleen, l'ultima di molte, tutte rimaste senza risposta.
 S, sono ancora io. Ti ho pensata perch ho appena beccato Leila a fumare dietro la casa e ho sentito la tua mancanza. Mi manchi ancora tanto. Lo so che tradisco sempre tutti. Ma continuo a desiderare che tu mi dia un'altra possibilit. Con affetto, PT
Scrivere una mail da ubriaca non era mai una buona idea, ma Pip non si trattenne e schiacci Invio.
Il suo problema era che non aveva esagerato: tradiva sempre tutti. Quasi nello stesso istante in cui il suo account al Denver Independent era stato attivato e lei aveva cliccato sull'allegato di Andreas, se ne era pentita. La sinfonia che in Bolivia non era riuscita a sentire, a Denver era cominciata subito. Gli altri stagisti erano ragazzi normali, non dee o prodigi. I giornalisti e i redattori erano goffi e sarcastici, la divisione dei compiti era paritaria, l'ambiente serio e professionale ma per niente fico. Anche se Andreas amava dire agli stagisti che ogni mano era levata contro il divulgatore di segreti, per invocare la solidariet riservata ai deboli, il Progetto era troppo fico e famoso per essere annoverato tra i deboli. I veri deboli erano i giornalisti. Anche se si faceva un gran parlare della povert di Andreas, della purezza della sua vocazione, erano gli ordinari problemi economici dei giornalisti - gli assegni di mantenimento e le rate del mutuo, i panini da quattro dollari che mangiavano a pranzo - a ricordare a Pip sua madre e i suoi vicini che tiravano la carretta a Felton. Dopo sei ore al DI si era sentita pi a casa propria che dopo sei mesi all'SP.
E Leila: bella nel corpo e nell'anima, materna ma con modi da sorella, non soffocanti, una giornalista vincitrice del Pulitzer con una vita privata ancora pi strana di quella di Pip. E Tom: coscienzioso sul lavoro ma sciocco in privato, indifferente all'opinione altrui sul suo aspetto o su quello che diceva, riservato e ironico tanto quanto Andreas era invadente e presuntuoso, con un attaccamento a Leila ancora pi evidente per il fatto di non essere sbandierato. Pip era affezionata a entrambi, e quando le avevano chiesto di andare a stare da loro aveva avuto l'impressione che, dopo una vita di limitazioni e pessime decisioni e generale inconcludenza, le fosse finalmente capitata una grande occasione.
Tutto questo rendeva ancora pi disastrosamente inopportuno il fatto che avesse installato uno spyware sul sistema informatico del DI, che si fosse attribuita la scoperta delle foto della testata fornitele da Andreas, e che avesse raccontato a Tom e Leila una dozzina di altre bugie. Era riuscita a coprire le bugie pi piccole senza troppo danno o imbarazzo, ma le pi grosse - e presumibilmente anche lo spyware - erano ancora attive. E adesso Leila si stava mettendo contro di lei, e anche Tom sembrava improvvisamente a disagio in sua presenza; le due cose insieme le facevano temere che, malgrado lo rispettasse troppo per mettersi a flirtare con lui o recitargli la parte di quella che contestava la sua autorit, Tom si fosse preso una cotta per lei. Due sere prima l'aveva portata a teatro, e come se quell'invito tte--tte non fosse gi stato abbastanza preoccupante, nel viaggio di ritorno aveva abbassato la guardia e le aveva rivolto delle domande personali; al momento di salutarla era decisamente impallidito, e da allora l'aveva sempre evitata.
C'era anche la questione della mail che Willow le aveva mandato di recente. Era sorprendentemente sentimentale e ricca di notizie, e aveva in allegato una foto, un selfie di loro due scattato da Willow davanti al granaio. La didascalia avrebbe potuto essere Femmina Alfa con Femmina Beta. Ma Willow aveva partecipato alla fabbricazione delle credenziali giornalistiche di Pip; di certo sapeva che un messaggio criptato era l'unico mezzo di comunicazione sicuro tra lei e il personale del Progetto. Allora perch una mail? E perch quel gesto goffo di inviare un allegato? Pip aveva fatto il possibile per dimenticare di averlo aperto a casa, usando il Wi-Fi privato di Tom.
Tutto considerato, era orgogliosa di aver bevuto solo quattro margarita con gli stagisti, quella sera. Fra le sue bugie e le tensioni che regnavano in casa, temeva di rimanere presto disoccupata e in mezzo a una strada, avendo sprecato la sua grande occasione. E sapeva cosa doveva fare. Doveva tradire Andreas e raccontare tutto a Tom e Leila. Ma non sopportava l'idea di deluderli.
Tacendo proteggeva un assassino, un pazzo, un uomo di cui non si fidava. Eppure era restia a perdere il suo rapporto con lui. Andreas le aveva scombussolato il cervello, e ora Pip provava un piacere morboso a scombussolare il suo cervello, a essere la persona a Denver che conosceva i suoi segreti e gli creava preoccupazione. Senza la sua presenza quotidiana a ricordarle che non si fidava di lui, il potere, la fama e l'interesse speciale che nutriva per lei contribuivano ancora di pi alle fantasie sessuali di Pip. In certi importanti settori della vita amorosa Andreas valeva zero, ma in altri era un fuoriclasse.
Pip gli mandava un messaggio tutte le sere prima di andare a dormire, e non spegneva il telefono finch lui non le rispondeva. Era arrivata a pensare che sarebbe stato meno brutto, meno moralmente vile andarci a letto, piuttosto che aprire l'allegato dell'e-mail che le aveva mandato. Perch, perch, perch non era andata a letto con lui quando ne aveva avuto l'occasione? La sua fuga dalla Bolivia le sembrava ancora pi deplorevole, ora che sapeva che Andreas non aveva motivo di temere Tom. Installare lo spyware era stato un peccato inutile e assolutamente ignobile, che avrebbe potuto evitare restando con Andreas e commettendo un peccato piacevole.
Doveva lottare contro la tentazione di mandargli una foto della sua cosa privata. Era l'ennesima donna che gli era rimasta leale. A quanto pareva, l'alterazione del suo cervello tramite il cucchiaio di legno era ancora in corso.
Non era difficile nascondere le condizioni del suo cervello a Tom e Leila, ma quell'alterazione era il motivo per cui era andata direttamente dalla Bolivia a Denver senza passare a trovare sua madre. Sua madre poteva essere spaventosamente perspicace sul suo stato mentale. Appena arrivata a Denver, Pip era stata costretta a nasconderglielo.
- Purity, - le aveva detto sua madre al telefono. - Quando mi hai detto che in Bolivia non sei riuscita a scoprire niente su tuo padre, mi hai raccontato una bugia?
- No. Non ti racconto bugie.
- Non hai scoperto niente?
- No!
- Allora dimmi perch sei dovuta andare a Denver.
- Voglio imparare a fare la giornalista.
- Ma perch proprio a Denver? Perch quella rivista online? Perch non in un posto pi vicino a casa?
- Mamma, questo  il momento in cui ho bisogno di stare un po' per conto mio. Tu stai invecchiando, e io ti sar vicina. Non posso prima allontanarmi per un paio d'anni?
-  stato Andreas Wolf a dirti di andare l?
Pip aveva esitato. - No, - aveva risposto. - Ho fatto semplicemente domanda per un posto da stagista.
- Era l'unica rivista del paese che accettava candidature?
- Non ti piace solo perch si trova in un'altra zona di fuso orario.
- Purity. Te lo chiedo un'altra volta: mi stai dicendo la verit?
- S! Perch me lo chiedi?
- Linda mi ha aiutato a usare il suo computer, e ho guardato il sito. Volevo vedere con i miei occhi.
- E allora?  un bel sito, no?  giornalismo narrativo serio, d'inchiesta.
- Ho la sensazione che non mi stai dicendo delle cose che dovresti dirmi.
- Non te le sto dicendo! Cio, non te le sto non dicendo.
Per quanto fosse sensibile agli odori, sua madre aveva un olfatto ancora pi sviluppato per le debolezze morali. Aveva fiutato che Pip stava facendo qualcosa di sbagliato a Denver, e Pip ne era infastidita. Aveva gi rinunciato ad Andreas per via di ci che le aveva detto sua madre. Per essere all'altezza dell'ideale materno si era comportata in modo pi rispettabile del dovuto, e anche se sua madre non ne sapeva niente, riteneva che dovesse riconoscerglielo. Non era dell'umore adatto a una ramanzina.
Ma da quel giorno sua madre le aveva tenuto il broncio. Non la richiamava mai, e anche quando Pip riusciva a parlarle non emetteva esclamazioni di gioia, ma le dimostrava il proprio dispiacere con sospiri, silenzi e risposte monosillabiche alle sue domande riguardose. Alla fine Pip si era arrabbiata e aveva smesso di chiamarla. Non le aveva neanche detto che era andata a stare con Tom e Leila. Per un po', mentre abitava con loro, aveva trovato conferma della sua convinzione che se avesse avuto un paio di genitori cos sarebbe stata una persona equilibrata ed efficiente. Avevano gi fatto tanto per lei che ritrovare suo padre non era pi un obiettivo di assoluta priorit. Ma preferire loro come genitori la riempiva di compassione per sua madre, che era sola a Felton e aveva fatto del suo meglio con le magre risorse di cui disponeva. La sua vita le pareva un complotto per tradire chiunque ne facesse parte. E ora sembrava che Tom avesse una cotta per lei, il che equivaleva a un altro tradimento, un tradimento ai danni di Leila, che Pip non aveva voluto e che non poteva controllare. La rendeva ancora pi dipendente dagli scambi di messaggi notturni con Andreas e dall'autoerotismo che spesso li seguiva.
Tom russava ancora quando Pip si azzard ad andare in bagno. Dal piano di sotto salivano il profumo del caff e il leggero ticchettio di una tastiera. Pip prov compassione anche per Leila. E per Tom, se era attratto da lei. E per Andreas, naturalmente, e per Colleen. A quanto pareva, compassione e tradimento erano collegati.
Tornata a letto, Pip mand un messaggio ad Andreas. Era troppo tardi per aspettarsi una risposta; avrebbe dovuto mettersi a dormire, e invece continu a scrivere.
C' un modo per far autodistruggere il tuo spyware?
Cio, visto che T non ha niente da nascondere.
Mi mette in una posizione difficile. Queste sono brave persone.
Ho paura che T abbia una cotta per me.
Voglio sentirti duro dentro di me. Voglio
Stava cancellando l'ultimo messaggio, che aveva scritto solo come ausilio per la masturbazione, quando ricevette una risposta da Los Volcanes.
Anche tu hai una cotta per lui?
Pip si stup. Erano le quattro del mattino in Bolivia.
No! Appartiene a Leila.
Non avrei obiezioni.
E comunque non mi interessa.
Non devi fingere per me.
Non fingo. Tu sai qual  l'uomo maturo che mi interessa.
Aspett per dieci minuti la risposta di Andreas, gi pentita della propria audacia. Sapeva che si stava comportando male, tentando di mantenere vivo il suo interesse dopo averlo respinto due volte. Ma per lei, in quel momento, i loro messaggi erano la cosa che somigliava di pi a una vita sessuale. Digit ancora:
Scusa. Ho detto troppo. Ci sei ancora? Hai ignorato gli altri miei messaggi? Come si fa a disinstallare lo spyware?
Non ti voglio pi.
Quel messaggio fu come un cazzotto alla mascella. Pip stacc di colpo le mani dal telefonino e se lo lasci cadere fra le gambe. Andreas era geloso di Tom? Le sembrava importante mettere le cose in chiaro, cos riprese in mano il telefonino, maledicendo gli errori commessi dalle sue dita tremanti.
Sono sessualmente ossessionata da te. Sto morendo di rimpianto.
Fattelo passare. Non ti voglio.
Sei arrabbiato con me?
Non sono arrabbiato. Solo sincero. Non scrivermi pi. Non ti risponder.
Pip cadde su un fianco con un gemito e si tir il piumino sopra la testa. Non capiva dove avesse sbagliato: aveva detto che Tom non le interessava. Perch Andreas la puniva? Si dimen sotto il piumino, cercando invano di capire il senso delle parole di Andreas, finch non le sembr che il piumino fosse di piombo. Sudata da capo a piedi, si scopr e and gi in sala da pranzo, dove Leila stava lavorando.
- Sei ancora sveglia? - disse Leila.
Aveva un sorriso inquieto ma non falso. Pip si sedette davanti a lei. - Non riesco a dormire.
- Vuoi un Ambien? Ne ho in abbondanza.
- Vuoi dirmi cos'hai scoperto a Washington?
- Aspetta, ti porto un Ambien.
- No. Fammi solo stare qui mentre lavori.
Leila le sorrise ancora. - Mi piace che riesci a dire chiaramente quello che vuoi. A me risulta ancora difficile.
I suoi sorrisi mitigavano un po' l'effetto delle parole brutali di Andreas.
- Ma fammici provare, - prosegu. - Non voglio che tu stia qui mentre lavoro.
- Oh, - disse Pip, ferita.
- Mi mette a disagio. Ti dispiace?
- No, me ne vado.  solo che... - Allarme Scenata. Allarme Scenata. - Non so perch sei cos strana con me. Non ti ho fatto niente. Non farei mai niente che possa ferirti.
Leila stava ancora sorridendo, ma qualcosa le luccicava negli occhi, qualcosa che somigliava terribilmente all'odio. - Ti sarei grata se mi lasciassi lavorare.
- Mi credi una rovinafamiglie? Credi che potrei anche solo immaginare di farti una cosa del genere?
- Non di proposito.
- Allora perch ti comporti cos, se non  colpa mia?
- Tu sai chi  tuo padre?
- Mio padre? - esclam Pip, con un'espressione e un gesto di sgarbata sorpresa.
- Non sei curiosa di saperlo?
- Cosa c'entra mio padre?
- Dicevo cos per dire.
- Be', avrei preferito che non lo dicessi. Gi mi sembra di girare con un cartello appeso al collo: ATTENTI AL CANE, NON HA AVUTO UN PADRE. Ma non per questo voglio andare a letto con tutti gli uomini maturi che incontro.
- Scusa.
- Posso fare le valigie e andarmene domani. Lascer anche il lavoro, se pu servire.
- Non voglio che tu faccia nessuna delle due cose.
- E allora cosa? Devo mettermi il burqa?
- D'ora in poi passer pi tempo con Charles. Tu e Tom avrete la casa tutta per voi, per risolvere qualunque cosa abbiate da risolvere.
- Non c' niente da risolvere.
- Il fatto ...
- Vi credevo due persone normali e assennate.  una delle cose che mi piacciono di voi. E adesso mi sento un topo da laboratorio rinchiuso in una gabbia con un altro topo per vedere cosa succede.
- Non  quello che sto facendo.
- Invece si direbbe di s.
- Io e Tom abbiamo dei problemi. Tutto qui. Ti porto un Ambien?
Pip prese l'Ambien, e quando si svegli era sola in casa. Oltre le finestre c'era un cielo grigio chiaro, quel tipo di cielo mattutino del Colorado che aveva imparato a non interpretare come annuncio del tempo pomeridiano - poteva nevicare o diventare caldissimo -, ma fu grata per quelle nuvole luminose che andavano d'accordo con il suo stato d'animo. Andreas l'aveva mollata ma anche liberata; si sentiva dolorante e al contempo pi pulita. Dopo aver riscaldato e mangiato dei waffle surgelati, usc e si incammin verso il centro di Denver.
L'aria sapeva di primavera, e le Montagne Rocciose innevate alle sue spalle le ricordavano che aveva ancora molte cose da fare nella vita, come salire a Estes Park a vedere le montagne da vicino. Poteva farlo dopo aver reso la sua confessione a Tom e prima di tornare in California. L, in quell'aria frizzante, vide chiaramente che era arrivato il momento di confessare. I messaggi e l'autoerotismo notturni le avevano fornito un qualche motivo per aver installato lo spyware ed evitato l'orrore di raccontarlo a Tom: Andreas l'aveva stregata e asservita. Adesso per non aveva pi alcun motivo, alcuno scopo per mantenere l'esistenza che conduceva a Denver, malgrado l'entusiasmo con cui l'aveva affrontata. Era tutto costruito su bugie, e lei voleva vuotare il sacco.
Rimase ferma nel suo proposito finch arriv al DI e ricord che amava quel posto. Nello spazio principale le luci erano spente, ma nella sala conferenze c'erano due giornalisti, e Pip sent la bella voce da telefono di Leila nel suo spazio di lavoro illuminato da una lampada. Esit in corridoio, chiedendosi se poteva ancora evitare la confessione. E se lo spyware fosse scomparso? Ma ci che turbava Leila non se ne sarebbe andato. Se era turbata perch Tom era troppo interessato a lei, una piena confessione avrebbe senz'altro chiuso l'argomento. Pip fece il giro largo per andare nell'ufficio di Tom, evitando Leila.
La porta era aperta. Appena la vide, Tom allung la mano verso il mouse.
- Scusa, - gli disse. - Eri impegnato?
Per un istante le sembr davvero colpevole. Apr la bocca senza dire niente. Poi, riprendendosi, le disse di entrare e chiudere la porta. - Siamo pronti per la battaglia, - disse. - O almeno, Leila  pronta. Io sono pronto per assistere Leila. Le si surriscalda il motore quando teme che le rubino lo scoop.
Pip chiuse la porta e si sedette. - Deve aver preso qualcosa di grosso, ieri.
- Roba terrificante. Storia importantissima. Brutta per tutti tranne che per noi. Per noi  ottima, a patto che siamo i primi a dare la notizia. Ti spiegher tutto lei... avr bisogno del tuo aiuto.
-  scomparsa un'arma vera?
- S e no. Non  mai uscita da Kirtland. L'apocalisse  stata evitata -. Si appoggi allo schienale della sedia, e la luce al neon si riflett sui suoi orribili occhiali. - Forse non eri ancora nata, ma un tempo esisteva l'Orologio dell'apocalisse. L'Unione degli scienziati preoccupati, se non sbaglio. Segnava mezzanotte meno quattro, e dopo una nuova serie di colloqui sul controllo degli armamenti tornava indietro a mezzanotte meno cinque. Adesso sembra vagamente kitsch e ridicolo, come tutte le cose di quegli anni. Che come fa un orologio a tornare indietro?
Sembrava che associasse liberamente le idee per nascondere qualcosa.
- Quell'orologio esiste ancora, - disse Pip.
- Davvero?
- Per hai ragione, sembra antiquato. Oggi la gente  pi avvertita in fatto di pubblicit.
Tom scoppi a ridere. - E comunque nel 1975 non era mezzanotte meno cinque, altrimenti a quest'ora saremmo tutti morti. Erano le nove e un quarto o gi di l.
Il conto alla rovescia per la confessione di Pip era fermo a mezzanotte meno un secondo.
- Ad ogni modo, Leila  sull'orlo dell'abisso, - disse Tom. - Ha un'aria cos mite che nessuno si rende conto di quanto  competitiva.
- Io me ne sto rendendo conto, un pochino.
- Un paio d'anni fa era davanti a tutti sulla storia del ritiro delle Toyota, o almeno cos pensava. Credeva di avere tempo per mettere a fuoco la notizia prima di pubblicarla. Ma all'improvviso i suoi contatti nelle agenzie cominciano a chiamarla, dicendole che hanno appena sentito una storia incredibile dal tizio del Journal. Questi non sapevano niente, non le avevano raccontato niente, e adesso avevano tutta la storia! Le dicono che il tizio del Journal  stato in piedi tutta la notte a scrivere la bozza. Che il Journal la sta gi facendo controllare dagli avvocati. E non esiste sensazione pi brutta. Niente di peggio che scrivere una storia in cui devi citare il tizio sul quale eri in vantaggio fino a due giorni prima. A quanto pare il Washington Post sta seguendo la storia di Kirtland: Leila lo ha scoperto ieri. Siamo ancora in testa, ma probabilmente non di molto.
- Sta scrivendo la bozza?
- Le notti insonni servono a questo. Quasi preferirei perdere lo scoop, piuttosto che vederla in quello stato. Devi aiutarmi a mantenerla pi o meno sana di mente.
Pip cominciava a sentirsi in colpa per essersela presa con Leila, a chiedersi se il suo problema non fosse solo il troppo stress.
- Ma ascolta, - disse Tom, sporgendosi in avanti. - Prima che tu vada, voglio farti una domanda personale.
- A dire il vero avevo una cosa da...
- L'altra sera parlavamo di tuo padre. E stavo pensando... sei una brava ricercatrice. Hai mai provato a cercarlo?
Pip si accigli. Perch tutti continuavano a chiederle di suo padre? Nel suo stato d'animo colpevole, le venne lo strano pensiero che suo padre fosse in realt Andreas. Che quello fosse il motivo per cui sua madre gli era cos ostile. Che Tom e Leila avessero scoperto lo spyware e sapessero pi cose di lei di quante ne sapeva lei stessa. Andreas come padre: il pensiero era folle ma aveva una certa logica, una logica rivoltante, una logica colpevole.
- S, ci ho provato, - rispose. - Ma mia madre ha cancellato ogni traccia. Ho solo il suo nome falso e la mia data di nascita approssimativa. Ero sempre della taglia giusta per la classe in cui mi trovavo. Ma so che il mio certificato di nascita  fasullo.
L'espressione amorevole di Tom era preoccupante. Pip abbass lo sguardo.
- Sai, - disse, - io non sono una brava persona.
- Cosa stai dicendo? E perch non lo saresti?
Pip respir a fondo. - Non dico sempre la verit.
- Su cosa? Su tuo padre?
- No, quella parte  vera.
- Allora su cosa?
Dillo, pens. Di': ero in Bolivia, non in California...
Bussarono alla porta.
Tom salt in piedi. - Avanti, avanti.
Era Leila. Guard Pip e si rivolse a Tom. - Ero al telefono con Janelle Flayner. Ieri sera mi  venuta in mente una cosa che ha detto. Una cosa tipo: Sarebbe ora che qualcuno ascoltasse.
- Leila, - disse dolcemente Tom.
- Ascoltami bene. Non  una paranoia. Ha detto proprio cos, e io le ho telefonato, e salta fuori che, s, ha parlato con qualcun altro. Prima di me. Quando le foto di Cody erano ancora su Facebook, ha mandato un messaggio al famoso leaker. I Sunshine Boys, cos ha detto. I Sunshine Boys. Il posto dove tutti mandano le loro soffiate.
Pip arross in due fasi, la prima lieve, seguita da un'ondata bollente in tutto il corpo.
- E allora? - disse Tom, meno dolcemente.
- Be', la signora Flayner non ha avuto risposta. Non  successo un bel niente.
- Bene. Lieto fine. Non poteva fare un cazzo dalla Bolivia. Per seguire una storia come questa bisogna lavorare sul campo.
- Be', ma Wolf non ha mai divulgato le foto. Pubblica venti cose al giorno, senza filtri. Ma per qualche motivo, questa non l'ha pubblicata.
- Sono serenamente tranquillo.
- Sono profondamente angosciata.
- Leila.  da quasi un anno che ha quelle informazioni. Perch dovrebbe improvvisamente decidere di diffonderle nei prossimi cinque giorni?
- Perch queste storie raggiungono un punto di ebollizione. A un tratto, di punto in bianco, tutti cominciano a parlare. Se gli arriva un'altra soffiata pu sputarci nella minestra.  gi brutto se me lo fa il Post. Ma se ci arriva prima quello...
- Quando non dormi vedi tutto nero. Ci sei tu in groppa all'elefante. Tu sei l'unica che pu collegare Amarillo ad Albuquerque.
- Gli elefanti si possono rubare. Succede sempre.
- Se proprio vuoi preoccuparti per qualcosa, preoccupati per il Post.
Leila fece una risata esausta. - Ci ho gi pensato. Saranno in vantaggio di giorni sullo scandalo della droga a Kirtland. Forse di settimane. Non c' verso che possa indagare su quello mentre cerco conferme per la storia della bomba.
- Potrai indagare in modo collaterale. Non importa se il Post ha pi dettagli, basta che noi arriviamo per primi. Lascia che ci insaporiscano la minestra. Nel peggiore dei casi, loro escono con una storia di droga, e noi li seguiamo con una storia sull'apocalisse.
- Sicuro che non vuoi collaborare con loro?
- Con il giornale di Jeff Bezos? Non riesco a credere che tu me lo chieda.
- Allora preparati a vedermi distrutta.
Leila usc, e Tom la segu con lo sguardo. - Detesto vederla cos, - disse. - Quando viene sconfitta  come se le cascasse il mondo addosso.
Pip si domand se avesse preso un abbaglio. Tom non sembrava innamorato di altri che di Leila.
- Mi dai il tuo telefono? - le chiese.
- Il mio telefono?
- Voglio chiamare il Post. Fare qualche numero per vedere chi c' di sabato. Se quelli che ho in mente non ci sono, Leila pu preoccuparsi un po' meno.
Anche se era andata l per confessare, Pip era tentata di rispondere che non l'aveva con s: il suo telefono era radioattivo di messaggi incriminanti. Ma dire che non lo aveva sarebbe stato stupido e poco plausibile. Lo consegn a Tom come se fosse una piccola bomba; poi usc dall'ufficio e si appost fuori dalla porta, sperando che la sua vicinanza gli impedisse di leggere i messaggi.
Cap che aveva perso il coraggio e che quel giorno non avrebbe confessato nulla. Se, come sospettava, aveva frainteso i sentimenti di Tom nei suoi confronti, allora le cose non andavano poi cos male, e per rimetterle a posto bastava disinstallare lo spyware di Andreas. Quando Tom usc sorridendo dall'ufficio, Pip prese il telefono e and a chiudersi in bagno.
Penserai che faccio la stronza perch non mi vuoi. Pu darsi. Ma devi dirmi se puoi disinstallare il tuo spyware. Se puoi, devi farlo. Mi hai messa in una situazione orribile. Voglio vivere come se non ti avessi mai conosciuto. Voglio cancellare tutto e farmi una vita qui. Se ti importa qualcosa di me, rispondimi. Se non ti sento, dovr dire tutto a T. S,  una minaccia.
Invi il messaggio e and da Leila, che era ancora al telefono. Si ferm in corridoio a testa bassa, cercando di mostrarsi contrita.
- Mi spiace se ti metto a disagio, - disse, quando Leila chiuse la telefonata. - Sei troppo arrabbiata per permettermi di aiutarti?
Leila sembrava sul punto di risponderle male, ma cambi idea. - Non siamo qui per parlare di questo, - disse. - Questa settimana sarai una giornalista. Non una ricercatrice, e neanche un'ospite. Pensi di poter lavorare con me?
- Adoro lavorare con te.
Il suo primo compito fu raccogliere le informazioni essenziali sull'omicidio in stile esecuzione di due donne in Tennessee. Le informazioni si rivelarono coerenti con la storia agghiacciante che Leila le aveva raccontato. Le donne, due sorelle di nome Keneally, erano state rapite a pochi minuti di distanza l'una dall'altra, in citt diverse; i corpi non mostravano segni di violenze sessuali, e ufficialmente la polizia non aveva alcuna pista. Mentre scopriva tutto il possibile sul ricovero in ospedale e sulla scomparsa del fratello delle due donne, Richard, Pip cominci a pensare di essere stata capricciosa e infantile quando aveva minacciato di licenziarsi. Anche se vivere con Tom e Leila era chiaramente un errore, lavorare l non lo era.
Continu a rifugiarsi in bagno per controllare i messaggi, ma solo dopo essere tornata a casa con Tom, avere cenato tardi ed essere andata a letto ricevette la risposta di Andreas, alla solita ora.
Chieder a Chen cosa pu fare.
Spense il telefono senza rispondere. Lo aveva costretto a infrangere il voto di non scriverle pi, e questo la faceva sentire bene. Meno bambina e pi adulta, dotata di un qualche potere. Non una persona rigorosamente morale, certo; ma l'assolutismo morale era infantile. Intanto, a mezzanotte passata, Leila era sola in ufficio a scrivere la bozza dell'articolo, lottando contro la sua infelicit personale, perch Leila era un'adulta. La sua tenacia faceva apparire Andreas sotto un'altra luce, come una specie di uomo-bambino ossessionato dal rivelare segreti. Pip rabbrivid disgustata al pensiero della mano di Andreas nei suoi pantaloni. Ora capiva - credeva di capire - che ci che facevano gli adulti era ingoiare il rospo e tenere per s i propri segreti. Sua madre, per molti versi una bambina dai capelli grigi, almeno sotto questo aspetto era un'adulta. Teneva i suoi segreti e ne pagava il prezzo. Pip immagin di continuare a lavorare al DI, sapendo quel che sapeva, avendo fatto quel che aveva fatto, ma senza confessare, proprio come aveva detto Leila: Non siamo qui per parlare di questo.
Quella nuova sensazione di essere adulta continu nei giorni seguenti, quando Leila torn a Washington in cerca di prove, rientr a casa trionfante ma ancora pi ansiosa (una delle sue fonti aveva pronunciato le parole Potresti non essere sola), e pass un'altra nottata a finire la bozza, che il gioved mattina venne trasmessa all'avvocato. Anche Pip aveva dormito pochissimo, ma per ricompensa avrebbe firmato l'articolo come collaboratrice. Non aveva pi avuto un momento di riposo per pensare ad Andreas o chiedersi se lo spyware fosse stato disinstallato; verificava informazioni come una pazza. La suspense in ufficio era al contempo sciocca ed esaltante. Sciocca perch l'intera faccenda era un gioco che non c'entrava niente con l'utilit sociale (che importanza aveva se battevano il Washington Post di un'ora o di un giorno?), ma esaltante come doveva esserlo stato il Manhattan Project: era da mesi che costruivano la notizia bomba, e ora stavano aspettando di farla esplodere.
Pip stava ancora verificando alcune informazioni secondarie quando, il venerd mattina, usc l'articolo.
 FURTO DI ARMA TERMONUCLEARE
SVENTATO PER CASO IN NEW MEXICO
 IL COLPEVOLE, AL MOMENTO INTROVABILE, LEGATO
A UN CARTELLO MESSICANO E ALLO SPACCIO DI DROGA
NELLA BASE AERONAUTICA DI KIRTLAND; L'ALLARME
 SCATTATO IN UNA FABBRICA DI ARMI IN TEXAS
Leila era tornata a casa con una febbre che sperava di smaltire in tempo per le interviste con Npr e i canali via cavo. La squadra dei social media era ai posti di combattimento, e forse squillavano pi telefoni del solito, ma per il resto l'ufficio non era stato scosso dall'esplosione della bomba. Gli altri cronisti lavoravano ancora sulle loro storie, e Tom era barricato in ufficio da pi di un'ora. L'onda d'urto e gli effetti delle radiazioni si stavano verificando nel cyberspazio.
Pip era al telefono con il direttore del Sonic Drive-In per cercare di raggiungere Phyllisha Babcock, la cui scopata sulla bomba della morte si era guadagnata un paragrafo dell'articolo, quando il tecnico informatico dell'ufficio, Ken Warmbold, si avvicin alla sua scrivania. Aspett che annotasse l'orario del turno di Phyllisha e poi le disse che Tom voleva vederla. Pip si stacc malvolentieri dalla scrivania. La verifica delle informazioni si era combinata con la sua ossessione per la pulizia. L'idea che l'articolo fosse uscito con qualche minuscolo dettaglio non verificato la stava facendo impazzire.
Tom era seduto alla scrivania con le dita intrecciate e premute contro la bocca, le nocche sbiancate dalla forza della stretta. - Chiudi la porta, - disse.
Pip obbed e si sedette.
- Chi ti ha mandata qui? - le chiese.
- Adesso?
- No. A Denver. So gi la risposta, perci tanto vale che tu me lo dica.
Lei apr la bocca e la richiuse. Era stata cos impegnata a verificare informazioni che non si era chiesta perch Tom fosse chiuso in ufficio con il tecnico informatico.
- Sono arrabbiato, naturalmente, - disse Tom senza guardarla. - Ma sono disposto a considerare la possibilit che non sia solo colpa tua. Perci di' quello che hai da dire.
Pip prov a parlare. Deglut. Prov di nuovo. - Volevo dirtelo. Sabato. Mi spiace di non avertelo detto.
- Allora dillo adesso.
- Non voglio.
- E perch?
- Mi odierai. Leila mi odier.
Lui butt un fascio di fogli sulla scrivania. - Questo  il rapporto di Ken sul network dell'ufficio. Abbiamo un alto livello di sicurezza. Siamo protetti contro qualunque forma di spyware conosciuta. Ma a quanto pare ce n' una ancora sconosciuta. Ha una firma del tutto ignota. Ci sono volute un po' di ricerche, ma Ken l'ha trovata.
Gli occhi di Pip le tiravano brutti scherzi. Le parole del rapporto erano una macchia sfocata.
- Lo sapevi? - disse Tom.
- Non per certo. Per ero preoccupata. Ho aperto un allegato che non avrei dovuto aprire.
Tom le lanci un altro documento. - E cosa sai di questo?  il rapporto sul mio computer di casa. Hai aperto qualche allegato sospetto a casa?
- Ce n'era uno...
Lui batt la mano sulla scrivania. - Di' quel nome!
- Non voglio, - piagnucol Pip.
- Il mio hard disk di casa  stato setacciato per due settimane. Il network dell'ufficio  diventato un libro aperto tre giorni dopo la tua assunzione. E chi mi ha portato la storia che ho appena pubblicato? Chi era la stagista che mi ha portato le foto di Facebook? Chi  l'uomo che aveva quelle foto fin dall'estate scorsa?
- Non lo so.
- Dillo!
Pip scoppi a piangere. - Mi dispiace! Mi vergogno tanto!
Tom spinse verso di lei una scatola di fazzoletti di carta e aspett, a braccia conserte, che finisse le lacrime.
- Ho mentito, - disse Pip, tirando su col naso. - Sono stata in Bolivia per sei mesi. Il Sunlight Project.  l che ho avuto le foto di Facebook. Da lui. Su questo ti ho mentito. Ti ho mentito su tutto, e mi dispiace tanto. Lo so che  un disastro.
- Ah, davvero?
- S! Tutte le nostre fonti confidenziali, tutti i nostri database, tutto. Lo so. Mi  chiaro. Mi dispiace tanto.
Tom non guardava lei, ma una presenza invisibile.
- C'era questa tedesca, a Oakland, - prosegu Pip. - Voleva che andassi in Bolivia. Diceva che il Progetto poteva aiutarmi a trovare mio padre. E cos ci sono andata, e lui era...
- Di' quel nome.
- Non ci riesco. Ma lui era particolarmente interessato a me, e mi ha raccontato una storia. Credo che tu la conosca.
- Dimmela.
- Che ha ucciso un uomo. Che l'aveva raccontato a un'altra persona, e quella persona eri tu. E poi ho smesso di cercare mio padre e volevo andarmene, e lui mi ha detto di venire qui. Temeva che tu lo smascherassi. Mi ha mandato una mail con un allegato. Sapevo cos'era e l'ho aperto ugualmente. Ma ti giuro che non ho fatto altro.
Tom si premette le dita sulla fronte. - E perch hai fatto questo per lui?
- Non lo so! Mi faceva compassione... ci provava di brutto con me. Pensavo di dover ricambiare. E infatti ho ricambiato, mi sono comportata male. Cio, lui  cos famoso, non ho resistito. Ma poi mi sono accorta che non mi piaceva, e lui c' rimasto male, e non so, forse sentivo di dovergli qualcosa. E poi qui mi sono trovata cos bene... tutta quella storia ha cominciato a sembrarmi un orribile sogno sporco.
- Sporco.
- Non sono andata a letto con lui. Non ci sono andata.
- Perch dovrebbe interessarmi con chi sei andata a letto?
Squill il telefono. Tom lo guard, stacc la spina e continu a guardarlo.
- Be', insomma, - disse Pip. - Sono sua complice. Puoi chiamare la polizia, se vuoi.
- A cosa servirebbe?
- A punirmi.
- Ammetto di non avere pazienza con i bugiardi. Credo sia meglio se rassegni le dimissioni e torni a casa da tua madre. Ma non mi interessa punirti.
Pip non era mai stata arrestata, mai spedita dal preside, mai sgridata da un padre. Aveva compiuto qualche cattiva azione in vita sua, ma niente che non le fosse stato perdonato perch era carina, o sfortunata, o chiaramente benintenzionata. Era sempre riuscita a evitare i rimproveri severi; e ora riceveva ci che si meritava. Eppure le sembrava crudele e insolito essersi cacciata nei guai proprio con Tom, la persona con cui non avrebbe mai voluto entrare in conflitto. La sua maturit e virilit, le guance lisce e carnose, la testa calva, la cravatta storta, gli occhiali che sfidavano la moda: tutto in lui sembrava refrattario alle sciocchezze. Si sentiva disperatamente triste al pensiero che fosse proprio lui, fra tutti gli uomini, quello che aveva tradito e deluso.
Tom stava sfogliando uno dei rapporti del tecnico. - Il computer dell'ufficio non mi preoccupa molto, - disse. - Tutto il lavoro di quell'uomo dipende dalla protezione delle fonti. Credo che protegger anche le mie. Alla peggio, cercher di fregarmele. Quello che mi preoccupa  il computer di casa.
- Mi dispiace, - disse Pip. - Sono stata una stupida. Una ragazza del Progetto mi ha mandato un allegato. Non dovevo aprirlo.
- Da quel momento hai avuto accesso al mio computer?
- Io? No! Cio, come facevo? Non hai una password?
- Il software registra le sequenze di tasti.
- Non ne so niente. Non sapevo neanche che ci fosse uno spyware. Cio, lo temevo ma non ero sicura.
- Lui non ti ha mandato nessuna password?
- No.
- Quindi non hai visto il mio hard disk. Non ti ha mandato nessun documento preso da l.
- No! Non ci sentiamo pi!
- Perch dovrei crederti? Non hai fatto altro che mentirci.
- Tu e Leila siete i miei eroi. Non vi spierei mai. Non leggerei mai niente che non devo leggere. Io vi adoro.
- E se ti mandasse un documento adesso? Cosa faresti?
- Se sapessi che  tuo, - disse Pip, - non lo leggerei.
Tom emise un lungo sospiro, curvando le spalle intorno all'aria che aveva trattenuto. Stava di nuovo fissando una presenza invisibile. Pip si chiese quale dei suoi documenti fosse cos esplosivo da fargli temere che lei lo leggesse. Non riusciva a immaginare che proprio lui, fra tutti gli uomini, avesse qualcosa da nascondere.

[le1o9n8a0rd]
La mia relazione con Anabel era cominciata appena avevamo ricevuto la sentenza di divorzio. In cambio di aver riconosciuto che ero stato io ad abbandonarla - l'abbandono era uno dei pochi motivi di divorzio ammessi dallo stato di New York, e quello che secondo Anabel descriveva meglio il torto da lei subto - avevo potuto riprendere possesso del nostro prezioso appartamento ad affitto bloccato in un caseggiato di East Harlem, mentre lei andava a vivere da sola tra i boschi del New Jersey. Poich non c'era verso di infliggerle Manhattan, dovevo essere io a prendere l'autobus che percorreva tutta 125th Street, poi la metropolitana fino alla 168th, seguita da un altro tragitto in autobus molto pi lungo e invariabilmente nauseante oltre l'Hudson e attraverso agglomerati urbani sempre pi squallidi fino alle colline a nordovest di Netcong.
Avevo fatto quel viaggio due volte in febbraio, due in marzo e una volta in aprile. L'ultimo sabato di maggio il telefono squill verso le sette del mattino, non molto dopo che ero andato a letto ubriaco. Risposi solo per farlo smettere.
- Oh, - disse Anabel. - Credevo di trovare la segreteria.
- Metto gi, cos puoi lasciarmi un messaggio, - dissi.
- No, ci vorranno solo trenta secondi. Giuro che non mi faccio invischiare un'altra volta.
- Anabel.
- Volevo solo dirti che rifiuto la tua versione di noi due. La rifiuto in pieno. Questo  il mio messaggio.
- Non potevi rifiutare la mia versione non chiamandomi pi?
- Non voglio farmi invischiare, - disse Anabel, - ma conosco il tuo modo di agire. Tu interpreti il silenzio come una resa.
- Non ricordi che ho promesso di non interpretare il tuo silenzio in quel modo. L'ultima volta che ci siamo parlati.
- Ora riattacco, - disse Anabel, - ma almeno sii sincero, Tom, e ammetti che la tua promessa era un colpo basso. Un modo per avere l'ultima parola.
Appoggiai il telefono sul materasso, vicino a orecchio e bocca. - Siamo gi arrivati a quando diventa colpa mia se la conversazione sta durando pi di trenta secondi? Oppure posso ancora pregustare quel momento?
- No, sto per riattaccare, - mi rispose. - Volevo solo dire, per la cronaca, che ti sbagli di grosso su di noi. Ma  tutto qui. Ecco. Ora riattacco.
- Okay, allora. Ciao.
Ma non riusciva mai a riattaccare, e io non sopportavo di farlo al posto suo.
- Non sto dando la colpa a te, - disse Anabel. -  vero che hai consumato la mia giovinezza e poi mi hai abbandonata, ma so che non sei responsabile della mia felicit quaggi, anche se in effetti mi sto divertendo e le cose vanno abbastanza bene, per quanto possa sembrare incredibile a una persona che mi considera, cito testualmente, impreparata ad affrontare, cito di nuovo, il mondo reale.
- Hai consumato la mia giovinezza e poi mi hai abbandonata, - citai a mia volta. - Ma questa non  una provocazione. Volevi solo lasciare un messaggio di trenta secondi.
- E lo avrei fatto! Ma tu hai reagito...
- Ho reagito, Anabel... devo spiegartelo? Ho reagito al tuo prendere il telefono e chiamare il mio numero.
- S, lo so, per via del mio bisogno di attenzione. Giusto? Del mio patetico bisogno di attenzione.
Non sarei riuscito a menzionare un solo istante di gioia o serenit nella nostra ultima frenesia di intimit, quattro settimane prima. Emergevo da quelle frenesie ammaccato e straziato, con preoccupanti voragini nella memoria ma anche con un vago, morboso desiderio di riprovarci.
- Senti, - dissi. - Vuoi che ci vediamo? Vuoi che venga da te?  per questo che hai chiamato?
- No! Non voglio che ci vediamo! Voglio mettere gi il telefono, se me lo permetti!
- Di solito, per, le altre volte che hai chiamato, - dissi, - hai cominciato dicendo che non volevi vedermi, e poi, dopo un paio d'ore di telefonata, si  scoperto che invece fin dall'inizio, sotto sotto, volevi solo quello.
- Se tu vuoi venire a trovarmi, - disse Anabel, - dovresti avere la decenza di dirlo chiaro e tondo...
- E a quel punto, naturalmente...
- Come un uomo educato che vuole passare del tempo con una donna che rispetta, invece di trasformare la tua offerta in una specie di viscida accusa...
- A quel punto, naturalmente, - proseguii, - si  fatto tardi, e ci significa che quando infine ci vediamo, come tu in realt volevi fin dall'inizio,  molto tardi, e quando poi, inevitabilmente, andiamo a letto insieme...
- Invece di travisare i fatti cos subdolamente, - replic Anabel. - Per farlo sembrare il mio bisogno di attenzione e non il tuo, la mia vita mediocre e non la tua...
- Quando inevitabilmente andiamo a letto insieme...
- Non voglio venire a letto con te! Non voglio vederti! Non ti ho chiamato per questo! Ho chiamato solo per dire che...
- Sono le tre o le quattro del mattino prima che ci mettiamo effettivamente a dormire, cosa che, con tre ore di viaggio e un giorno di lavoro davanti a me, in passato si  rivelata un'esperienza piuttosto sgradevole. Volevo solo ricordartelo.
- Se vuoi venire a fare una passeggiata con me, - disse Anabel, - sarebbe molto carino. Mi farebbe piacere. Ma devi dire che sei tu a volerlo.
- Ma non ti ho chiamato io, - risposi.
- Ma sei tu che hai parlato di vederci. Perci ora cerca di essere sincero.
- Tu lo vuoi?
- Solo se lo vuoi anche tu e lo dici come un essere umano.
- Ma questo vale anche per me. Perci.
- Senti, io ho chiamato, - disse Anabel. - Tu potresti almeno...
- Potrei cosa?
- Credi che ti far del male se abbasserai le difese per un millesimo di secondo? Cio, cosa credi che ti faccia? Che ti schiavizzi? Che ti costringa a risposarmi?  una passeggiata, santo Dio, solo una passeggiata!
Al solo scopo di evitare una versione di questa conversazione della durata di due ore - in cui A cercava di dimostrare che B aveva pronunciato la frase fatale che aveva protratto la conversazione, e B metteva in dubbio la versione dei fatti di A, e ci a sua volta, in mancanza di una trascrizione, costringeva A a ricostruire a memoria l'inizio della conversazione e B a proporre una ricostruzione diversa da quella di A sotto certi aspetti fondamentali, il che poi richiedeva un laborioso sforzo congiunto per confrontare e riconciliare le due ricostruzioni - accettai di andare a fare una passeggiata in New Jersey.
Anabel si stava purificando lo spirito in una propriet appartenente ai genitori della sua amica Suzanne, pi giovane di lei e sua unica sostenitrice. Una delle mie prime azioni dopo aver chiesto il divorzio era stato andare a letto con Suzanne. Mi aveva invitato fuori a cena in qualit di ambasciatrice di Anabel, con l'intenzione di farmi cambiare idea sul divorzio, ma era cos spossata dalle lamentele di Anabel su di me e sul mondo artistico newyorkese, esposte in telefonate notturne di due ore, che si era lasciata convincere a tradirla. Probabilmente intendevo spingere Anabel a desiderare il divorzio tanto quanto me, ma le cose non erano andate cos. Aveva troncato l'amicizia con Suzanne e mi aveva accusato di voler rubare o corrompere tutto ci che aveva. Ma il risultato, secondo il suo curioso calcolo morale, era che io e Suzanne le eravamo debitori. Io continuavo a risponderle al telefono e a vederla, e Suzanne le permetteva di vivere nella propriet del New Jersey che i suoi genitori, trasferitisi in New Mexico, stavano cercando di vendere a un prezzo spropositato.
L'autobus gelido mi scaric all'altezza di un piccolo incrocio sperduto tra i boschi. Per una frazione di secondo l'umidit mi appann gli occhi. Il caldo aveva imposto una specie di coprifuoco atmosferico: tutto sembrava vicino e rigoglioso. Una serra. Vidi Anabel uscire da dietro alcuni alberi dove si era nascosta, con un sorriso ampio e, tutto considerato, inopportuno. La mia faccia le rispose con una smorfia grottesca e inopportuna.
- Ciao, Tom.
- Ciao, Anabel.
La sua straordinaria chioma scura, oggetto di trattamenti elaborati e tinture sempre pi frequenti che probabilmente la tenevano occupata pi di ogni altra cosa tranne dormire e meditare, era ancora pi folta e splendida nell'afa estiva. Tra i pantaloni di velluto a coste senza cintura e l'aderente camicetta a scacchi con le maniche corte spuntava una striscia di pancia nuda che poteva appartenere a una tredicenne. Anabel aveva trentasei anni. Io ne avrei compiuti trentaquattro due mesi dopo.
- Hai il permesso di avvicinarti, - disse, nel momento in cui stavo per avvicinarmi.
- Oppure no, - aggiunse, nel momento in cui stavo decidendo di non farlo.
I gas di scarico dell'autobus indugiavano sulla strada infossata, piena d'insetti.
- Siamo quasi perfettamente fuori sincrono, - dissi.
- Davvero? - ribatt Anabel. - O lo sei solo tu? Io non mi sento fuori sincrono.
Volevo farle notare che, per definizione, una persona non poteva essere in sincrono con un'altra che era fuori sincrono con lei; tuttavia bisognava tenere conto dell'albero delle decisioni. Ogni sua affermazione mi forniva svariate alternative di risposta, ciascuna delle quali avrebbe provocato un'affermazione diversa, alla quale, di nuovo, avrei potuto rispondere in svariati modi, e sapevo con quale rapidit potevo venire spinto a percorrere otto o dieci passi sopra un ramo pericoloso, e che lavoro disperatamente lento sarebbe stato ripercorrere i miei passi sul ramo fino a un punto di partenza neutrale, poich anche il lavoro di ripercorrere i miei passi avrebbe prodotto affermazioni alle quali avrei inevitabilmente fornito una certa percentuale di risposte problematiche; e cos avevo imparato a stare attentissimo a quel che dicevo nei nostri primi momenti insieme.
- Ti dico subito - dissi - che stasera devo assolutamente tornare in citt con l'ultimo autobus. Parte molto presto, tipo alle otto.
Anabel fece una faccia triste. - Non ti fermer.
Nel minuto trascorso da quando ero sceso dall'autobus, il cielo era diventato sempre meno grigio. Grondavo sudore da tutti i pori, come se qualcuno avesse acceso una griglia.
- Pensi sempre che voglia trattenerti, - disse Anabel. - Prima ti faccio venire qui quando non hai intenzione di venirci. Poi ti costringo a rimanere quando vorresti andartene. Sei sempre tu quello che va e viene, ma chiss perch sei convinto che sia io a tirare i fili. E se tu ti senti impotente, immagina come mi sento io.
- Volevo che fosse chiaro, - dissi con cautela. - Prima o poi dovevo dirlo, e se l'avessi detto pi tardi, forse avresti pensato che cercassi di nascondertelo.
Anabel scosse la chioma con aria scontenta. - Perch ovviamente ci resterei male. Ovviamente mi si spezzerebbe il cuore se tu dovessi prendere l'autobus delle otto e undici. E tu ti stai chiedendo: quale sar il momento migliore per comunicare questa notizia straziante alla tua appiccicosa, soffocante, ex chiss cosa?
- Be', come stai dimostrando proprio ora, - le feci notare, - in entrambi i casi si corrono dei rischi.
- Non so perch mi consideri tua nemica.
Sulla strada principale arrivavano delle macchine. Mi avvicinai ad Anabel sulla strada secondaria, e lei mi chiese se credevo che ci sarebbe rimasta male se non mi fossi fermato a dormire.
- Forse un pochino, - risposi. - Ma solo perch avevi detto di non avere niente in programma per domani.
- Quando mai ho qualcosa in programma?
-  proprio questo il punto. Perci il fatto stesso che tu lo abbia detto...
- Si  subito tradotto nella tua mente in una minaccia di ritorsione se avessi deciso di non stare con me anche domani.
Sospirai. - In questo c' una parte di verit.
- Ottimo, - disse Anabel. - E all'improvviso non sono pi sicura di volerti vedere, perci.
- Va bene, - risposi, - anche se avrei preferito che me lo dicessi prima di invitarmi qui e farmi passare mezza giornata in autobus.
- Non ti ho invitato. Ho accettato la tua offerta di venire a trovarmi. C' una bella differenza. Soprattutto quando ti presenti cos carico di ostilit, e la prima frase che ti esce di bocca  che devi andartene presto. La prima frase che ti esce di bocca.
- Anabel.
- Tu sei stato in autobus tutto il giorno. Io sono stata qui ad aspettarti. A chi  andata peggio? Chi  pi patetico?
Era umiliante fare l'albero delle decisioni con lei. Umiliante la prontezza con cui le contestavo ogni minimo punto, umiliante che continuassi a farlo dopo l'infernale quantit di volte in cui lo avevo fatto negli ultimi dodici anni. Era come contemplare la mia dipendenza da una sostanza che ormai da tempo non mi dava pi un briciolo di piacere. Ed era per questo che ora i nostri incontri dovevano svolgersi nella massima segretezza. In qualunque posto tranne che in mezzo ai boschi ci saremmo troppo vergognati di noi stessi.
- Possiamo camminare? - dissi, mettendomi lo zaino in spalla.
- S! Credi che abbia voglia di starmene qui a parlare in questo modo?
La stradina passava accanto al confine della Stokes State Forest. Avevamo avuto una primavera piovosa, e il regno vegetale dei fossati, dei prati di successione e dei pendii rocciosi dei boschi era di un verde fantastico. Oscene quantit di polline fluttuavano nell'aria, fra gli alberi sovraccarichi della polvere brillante della propria fertilit, del turgore delle proprie foglie. Ci infilammo tra le mandibole di un cancello arrugginito e scendemmo lungo una vecchia strada sterrata, tanto erosa da sembrare il letto di un torrente. Erbacce che di l a poco si sarebbero pentite della loro esuberanza - erbacce gi pi grandi di quanto dovevano essere, erbacce agli steroidi, erbacce sul punto di curvarsi, afflosciarsi e imbruttirsi - crescevano cos alte e fitte ai due lati della strada che dovevamo camminare in fila indiana.
- Immagino che non mi sia permesso chiederti perch devi rientrare stasera, - disse Anabel.
- No, infatti.
- Soffrirei troppo se scoprissi che hai un appuntamento per il brunch con Winona Ryder.
Il mio presunto interesse per uscire con belle ragazze molto pi giovani, adesso che ero divorziato, era diventato un leitmotiv di Anabel. Ma in realt il mio appuntamento del giorno dopo era per cena, non per il brunch, e non era con una ragazza, bens con il padre di Anabel, che lei odiava e non vedeva da pi di dieci anni. Malgrado la nostra provata recidivit, mi ero concesso di credere che non l'avrei pi sentita per davvero, e che avrei potuto vedere suo padre senza temere di essere punito.
- Non  l'ultima moda fra le ragazzine? - prosegu Anabel. - Vedersi per il brunch? Trovo che sia la parola pi disgustosa del vocabolario. Gli odori mischiati della quiche lorraine e del grasso di salsiccia.
- Devo rientrare perch ho bisogno di dormire un po', visto che non ho dormito la notte scorsa.
- Ah, giusto. Ti ho svegliato. Devo ancora ricevere il mio castigo.
Riuscii a non rispondere. Cominciavano a tornarmi in mente frammenti del nostro ultimo frenetico incontro che avevo cancellato dalla memoria, ma pi che ricordarli mi sembrava di riviverli. Passato e futuro si mischiavano nella terra di Tom e Anabel. Il cielo del New Jersey incombeva su di noi come un bagno turco di fioccosa turbolenza, oscurandosi e poi illuminandosi giallastro in punti casuali che non offrivano alcun indizio sulla posizione del sole e, di conseguenza, sull'ora del giorno e su dove si trovassero l'est e l'ovest. Il mio disorientamento crebbe quando Anabel mi port nel bosco dove un tempo viveva la trib dei Lenape. Erano contemporaneamente le cinque, l'una e le sette, il mese prima e il pomeriggio del giorno dopo.
Anabel mi camminava davanti, il suo culo di velluto a coste proprio di fronte ai miei occhi. Mi conduceva lungo le piste dei cervi con le sue lunghe gambe da cerva, schivando tutto ci che somigliava all'edera velenosa. Non era pi pericolosamente malnutrita come negli anni precedenti alla nostra separazione, ma era ancora magra. Intorno alle costole e alla vita c'erano curve come quelle che il vento scolpisce nei cumuli di neve.
Mentre scendevamo per un pendio spugnoso coperto di aghi di pino color ruggine, vidi che si era sbottonata la camicetta. I lembi le sventolavano lungo i fianchi. Non si volt, ma cominci a correre gi per la discesa. Che caldo opprimente c'era nei boschi, in confronto alla strada! Seguii la mia ex moglie fino a una piccola radura vicino a un lago che sembrava essersi prosciugato, ma non prima di aver affogato tutti gli alberi cresciuti nel suo bacino. Era una foresta di grandi bastoni grigi, dello stesso colore metallico del cielo. Un airone cenerino si libr nell'aria.
- Qui, - disse Anabel. Sotto i nostri piedi c'erano muschio, roccia e terra brulla. Si tolse la camicetta e si volt per mostrarsi. Le areole erano troppo grandi, troppo smaccatamente paonazze perch riuscissi a guardarle. La pelle sembrava seta color crema su cui si fosse diffuso il sangue di due ferite gemelle. Distolsi lo sguardo.
- Sto cercando di diventare meno timida con te, - disse.
- Oggi ci stai riuscendo, mi sembra.
- Allora guardami.
- Va bene.
Il rossore le sottolineava la lunga, sottile cicatrice sulla fronte, residuo della stessa caduta da cavallo che da bambina le era costata i due incisivi superiori, poi ricoperti da capsule costose anche se non del tutto invisibili. Fra quei due denti c'era una fessura che avevo sempre trovato sexy. La sua piccola fessura seducente. La continua promessa della lingua.
Scosse i seni, poi rabbrivid di timidezza e si gir, addossandosi al tronco di un faggio. - Guarda, sono un'abbraccia-alberi, - disse.
Quello era il momento in cui invertivamo la rotta e tornavamo indietro verso il tronco centrale dell'albero delle decisioni, e tutte le diramazioni s-no convergevano nell'assenso: s s s. Mi spogliai e scoprii che, malgrado fossimo divorziati, avevo infilato sei preservativi nel mio piccolo zaino.
Anabel, sdraiandosi prona sopra il muschio e la terra per offrirsi come un'autentica donna Lenape, mi disse che non servivano.
- In che senso?
- Nel senso che non servono, - disse.
- Ne parliamo dopo, - replicai, aprendone uno.
Nel 1991 ero ancora cos magro che in pratica non avevo neanche un corpo. Quello che avevo somigliava di pi a un'armatura di fil di ferro con attaccata qualche zona sensibile: molta testa, una discreta dose di mani, un'erezione a volte tirannica e a volte assente, e nient'altro. Sembravo un disegno di Joan Mir. Ero tutto pensiero. Quel giorno, per la sesta volta, quello strano arnese si era trascinato fino alla scenografica regione del Delaware Water Gap per prendere parte a una pessima idea che io e Anabel avevamo di noi stessi. Non c'era niente di tenero o di carino. Era lei sdraiata sopra qualcosa di duro o squallido mentre l'arnese di fil di ferro le saltava addosso con furia.
Le chiesi se le stessi facendo male.
- Non mi stai... danneggiando... almeno credo...
Lo disse con un barlume d'ironia. Accanto alla sua testa c'era un sasso grande come un pallone da football. Mi chiesi se si fosse sdraiata l apposta per insinuare una cosa che la timidezza le impediva ancora di chiedermi. Mi chiesi se volesse suggerirmi di prendere il sasso e spaccarle il cranio.
- E ora? - le domandai, spingendo forte.
- Ora il danno  possibile.
Discutevamo sempre per nulla. Come se moltiplicando un contenuto zero per un discorso infinito potessimo farlo smettere di essere zero. Per riprendere a scopare avevamo dovuto separarci, e per scopare in modo frenetico e compulsivo avevamo dovuto divorziare. Era un modo di accanirsi contro quel gigantesco nulla a cui ci aveva sempre portato tutto quel discutere. Era l'unica discussione in cui entrambi potevamo perdere con onore. Ma poi finiva e c'era di nuovo il nulla.
Anabel singhiozzava sommessamente, sdraiata a faccia in gi sopra i sassi e la terra, mentre io sbrogliavo la topologia dei pantaloni e delle mutande. Mi guardai bene dal chiederle perch stesse piangendo. Se glielo avessi chiesto saremmo rimasti l fino a sera. Molto meglio rimetterci in cammino e fare un po' di strada, mentre discutevamo del perch non le avessi chiesto perch stava piangendo.
Si alz per rimettersi la camicetta. - Allora, - disse. - Ora che ti sei tolto lo sfizio puoi tornare in citt.
- Per favore, non cercare di dirmi che non lo volevi anche tu.
- Ma tu volevi solo questo, - rispose. - E cos adesso puoi tornare indietro. A meno che tu non voglia rifarlo subito e poi tornare indietro.
Mentre mi spiaccicavo una zanzara sull'avambraccio, guardai l'orologio senza riuscire a leggere l'ora che chiaramente segnava.
- Dimmi perch non abbiamo avuto figli, - disse Anabel. - Non ricordo la tua spiegazione.
D'un tratto mi gir la testa. Anche per i criteri di Anabel, sollevare l'argomento figli sembrava un prezzo esorbitante per pochi minuti di sesso. Inoltre mi stava presentando il conto con brutale rapidit.
- Te la ricordi? - prosegu. - Perch io non ricordo nessuna vera discussione.
- Allora discutiamone adesso per cinque ore, - dissi. - Ottima scelta del posto e del momento.
- Sei tu che hai detto Ne parliamo dopo. E dopo  adesso.
Uccisi un'altra zanzara. - Cominciano a pungermi.
- Con me hanno cominciato da subito.
- Non avevo capito che intendessi quel tipo di discussione.
- Cosa credevi che intendessi?
Tastai il goldone gonfio e annodato che avevo infilato nella tasca dei pantaloni. - Non so. Qualche questione epidemiologica legata ad altri eventuali partner.
- Puoi star certo che di questo non voglio sapere niente.
- Ci sono un sacco di zanzare, - dissi. - Andiamo via.
- Sai almeno dove siamo? Saresti capace di tornare indietro?
- No.
- Allora hai bisogno di me, dopotutto. Se vuoi prendere l'autobus.
Occorreva un'estrema vigilanza per non perdersi nell'albero delle decisioni, ma il calore di Anabel, il calore della sua schiena e dei nostri liquidi a contatto, e il profumo del suo shampoo Mane n Tail, sempre leggero per mai del tutto assente, mi avevano annebbiato i pensieri. Avevo mangiato l'oppio di Anabel, con conseguenze prevedibili. Dissi, un po' disperato: - Senti, so gi che non mi permetterai di prendere quell'autobus.
- Non te lo permetter. Ah.
- Non tu, - dissi, - volevo dire noi. Non permetteremo che io prenda quell'autobus.
Ma l'errore era stato commesso. Anabel s'infil le scarpe da ginnastica. - Adesso torniamo indietro e lo aspettiamo, - disse. - Giusto per risparmiarmi un briciolo del tuo odio, almeno una volta nella vita. Cos per una volta non sar colpa mia se perdi l'autobus.
Anabel si rifiutava di vedere che si era rotto qualcosa fra noi, rotto in maniera irreparabile, al di l di ogni colpa. Nella nostra precedente frenesia avevamo parlato per nove ore senza interruzione, fermandoci solo per andare in bagno. Credevo di averle finalmente dimostrato che l'unico modo per uscire dalla nostra infelicit era rinunciare l'uno all'altra e interrompere ogni contatto; che le conversazioni di nove ore rappresentavano proprio la malattia che in teoria avrebbero dovuto curare. Questa era la versione di noi due che aveva rifiutato quel mattino al telefono. Ma qual era la sua versione? Impossibile dirlo. Era cos moralmente sicura di s, istante per istante, da darmi sempre la sensazione che stessimo arrivando da qualche parte; solo in seguito mi accorgevo che ci stavamo muovendo in un grande cerchio vuoto. Malgrado la sua intelligenza e sensibilit, non solo diceva cose senza senso, ma non se ne rendeva neppure conto, ed era terribile vedere questo comportamento in una persona che avevo profondamente amato e che avevo giurato di proteggere per sempre. E perci dovevo insistere con lei per aiutarla a capire perch non potevo insistere con lei.
- Ecco dove sta il casino, - dissi, mentre ci arrampicavamo fuori dal bacino dissestato per raggiungere una quota meno infestata da insetti. - Parlo per me. Passa un mese, e io mi sento cos sconvolto e depresso e pieno di vergogna per l'ultima volta che siamo stati insieme che quasi non riesco a mostrarmi a un altro essere umano. E allora devo venire qui, e una volta che sono qui  praticamente biologico che finisca per rimanere trentasei ore, alimentando tutta una serie di false speranze e aspettative...
Anabel si volt di colpo. - Taci! Taci! Taci!
- Vuoi che ti uccida?
Scosse la testa con enfasi, no, no, non voleva essere uccisa.
- Allora smetti di chiamarmi.
- Non ne ho avuto la forza.
- Non farmi pi venire qui. Lasciami stare.
- Non ne ho avuto la forza! Per l'amor di Dio! Devi per forza sbattermi in faccia la mia debolezza? - E camminava in cerchio con le mani ad artiglio davanti alla faccia, come se uno sciame di calabroni le fosse entrato nella testa e le stesse pungendo il cervello.
- Abbi piet di me, - disse.
L'afferrai e la baciai, la mia Anabel. Era tanto cara, con il naso che le colava, le guance bagnate di lacrime e il respiro caldo. Era anche piuttosto squilibrata e quasi inadatta al lavoro. La baciai per fermare il dolore, ma in un attimo le mie mani scivolarono sul retro dei suoi pantaloni di velluto. Aveva i fianchi cos stretti che potevo tirarle gi i pantaloni senza sbottonarli. Quando ci eravamo innamorati eravamo poco pi che bambini. Adesso erano rimaste solo ceneri, ceneri di ceneri bruciate alla temperatura in cui bruciano le ceneri, ma la nostra vita sessuale matura era appena cominciata, e io non avrei mai smesso di amarla. Era la prospettiva di altri due, tre o cinque anni di sesso nelle ceneri che mi faceva pensare alla morte. Quando Anabel si stacc da me, s'inginocchi, apr il mio zaino e tir fuori il coltellino svizzero, credetti che stesse pensando la stessa cosa. Invece si mise a pugnalare i cinque preservativi rimasti.
L'appartamento in Adalbertstrae era ostaggio di uno stomaco. La notte, quando chiudeva gli occhi, Clelia lo vedeva sospeso nel buio sopra la sua branda. Teso e lucido all'esterno, una melanzana digerente rosa chiaro da cui uscivano vene pi scure, all'interno lo stomaco era rosso e lacerato, inondato di liquidi caustici e scosso da spasmi come un neonato furibondo a tutte le ore, specialmente quelle piccole. L'organo infelice risiedeva nel corpo di sua madre, Annelie. Clelia dormiva nell'angolo del soggiorno pi vicino alla camera della madre, cos, quando di notte Annelie reclamava il suo latte con Zwieback, svegliava solo lei e non i figli pi piccoli o suo fratello Rudi, addormentati nelle loro stanze.
Lo stomaco era in perfetta sintonia con l'autocommiserazione di Clelia. La sentiva addormentarsi piangendo, la disapprovava per questo e vomitava sangue e bile sulle lenzuola di sua madre, che poi Clelia doveva lavare. Con il sangue non si discuteva. Sua madre poteva anche essere crudele con lei, ma dalla sua aveva pur sempre il truculento asso nella manica della malattia.
Non si discuteva neppure sul fatto che Clelia dovesse lavorare. Anche se non le fosse stato negato l'accesso all'universit - l'universit che aveva frequentato suo padre, l'universit vecchia di quattrocento anni che Clelia oltrepassava ogni mattina andando alla panetteria - la famiglia non avrebbe potuto permettersi di farla studiare a tempo pieno. Zio Rudi lavorava per il Comune come addetto alla pavimentazione stradale, fiero della sua tuta blu, l'uniforme dell'operaio tedesco, la vera uniforme della tirannia nello stato operaio socialista, e si prendeva cura della sorella malata pagando l'affitto dell'appartamento. Per beveva e andava a donne, e cos toccava a Clelia portare a casa da mangiare. Suo fratello aveva quindici anni e sua sorella era ancora una bambina.
Di giorno Clelia serviva i clienti della panetteria, di notte serviva lo stomaco. Solo il sabato pomeriggio e la domenica aveva qualche ora per s. Le piaceva camminare lungo il fiume e, se c'era il sole, cercare un pezzo di prato pulito per sdraiarsi e chiudere gli occhi. Non aveva bisogno di vedere altra gente, dopo che alla panetteria aveva maneggiato i soldi di centinaia di persone: uomini che la fissavano con indecenza, vecchie che estraevano le monete dal borsellino di stoffa come se si infilassero il pollice e l'indice nel naso. La maggior parte degli amici della Oberschule erano andati all'universit e ormai le erano estranei, gli altri si tenevano a distanza perch suo padre era di famiglia borghese, e in ogni caso lei preferiva stare sola, cos poteva sognare l'uomo che l'avrebbe tolta da Adalbertstrae per portarla a Berlino, in Francia, in Inghilterra, in America. Un uomo come suo padre, che lei ricordava ancora quando lo seguiva su per le scale del palazzo e poi lo sentiva dire gentilmente, attraverso la porta socchiusa malvolentieri dal vicino del piano di sopra: Stasera mia moglie sta molto male. Lo stomaco. Le dispiacerebbe fare meno rumore? Un uomo cos.
Un caldo sabato di giugno, poco dopo il suo ventesimo compleanno, Clelia si tolse il grembiule della panetteria e disse al responsabile che usciva prima. Nel 1954 i lavoratori di Jena stavano gi imparando che uscendo prima non danneggiavano nessuno; voleva solo dire che i clienti sarebbero rimasti in fila pi a lungo, con l'unica conseguenza di far tardi al lavoro, dove comunque la loro assenza era ugualmente irrilevante. Clelia corse a casa e indoss il suo vestito preferito, un vecchio abitino estivo color lavanda sbiadito. Suo zio aveva portato il fratello e la sorella a pescare, mentre sua madre, che era rimasta sveglia tutta la notte per il mal di stomaco, era a letto addormentata. Clelia prepar un t alle more, che secondo sua madre calmava lo stomaco, malgrado contenesse acido tannico e caffeina, e glielo port in camera con un piatto di biscotti secchi. Si sedette sul bordo del letto e le accarezz i capelli come un tempo faceva suo padre. Sua madre si svegli e le spinse via la mano.
- Ti ho portato il t, prima di uscire, - disse Clelia, alzandosi.
- Dove vai?
- Fuori.
Sua madre era ancora bella, quando lo stomaco era fuori servizio. Soffriva da tanto tempo che ormai poteva essere vecchissima, ma aveva solo quarantatre anni. Per un istante sembr sul punto di sorridere, ma poi abbass lo sguardo sul corpo di Clelia e la sua faccia riprese subito i soliti contorni. - Con quel vestito no di certo.
- Perch, cos'ha questo vestito?  una giornata calda.
- Se avessi un po' di buonsenso, eviteresti di attirare l'attenzione sul tuo corpo.
- Perch, cos'ha il mio corpo?
- Il difetto principale  che ce n' troppo. Una ragazza con un briciolo di intelligenza cercherebbe di non metterlo in risalto.
- Io sono molto intelligente!
- Invece no, - disse sua madre, - sei una stupida oca. E sono sicura che ti offrirai al primo sconosciuto che ti dir due parole gentili.
Clelia arross, e arrossendo si sent indiscutibilmente una stupida oca: prosperosa, alta e assurda, con i piedi lunghi e la bocca troppo grande. Da quell'oca che era, continu a starnazzare: - Due parole gentili sono pi di quanto abbia sentito da te in tutta la mia vita!
- Questo  ingiusto, ma non importa.
- Magari uno sconosciuto mi dicesse qualche parola gentile. Mi piacerebbe tanto sentire qualche parola gentile.
- Oh, s,  molto carino, - disse sua madre. - E una volta ogni tanto lo sconosciuto potrebbe addirittura essere sincero.
- Non mi importa se  sincero! Voglio solo sentire qualche parola gentile!
- Renditi conto di quello che dici -. Sua madre scosse la teiera e si riemp la tazza. - Non hai ancora pulito il bagno. Tuo zio lascia il cesso che  uno schifo. Sento la puzza da qui.
- Lo pulisco quando torno.
- Lo pulisci adesso. Non capisco questo prima il piacere poi il dovere. Pulirai il bagno e laverai il pavimento in cucina, e poi, se ci sar tempo, potrai cambiarti e uscire. Non vedo come tu possa goderti il piacere quando sai che c' del lavoro da sbrigare.
- Non star via molto, - disse Clelia.
- Perch tanta fretta?
-  una bellissima giornata.
- Hai intenzione di comprare qualcosa? Hai paura che chiuda il negozio?
Annelie era brava a intuire l'unica domanda a cui Clelia non voleva rispondere con sincerit.
- No, - disse Clelia.
- Portami il tuo borsellino.
Clelia and in salotto e ritorn con il borsellino, che conteneva banconote di piccolo taglio e spiccioli. Guard sua madre che contava i pfennig. Anche se non la picchiava pi da quando era diventata il sostegno della famiglia, Clelia prese un'espressione da animale nervoso, da preda caduta in trappola.
- Dov' il resto? - chiese sua madre.
-  tutto l. Il resto l'ho dato a te.
- Non  vero.
D'un tratto, dentro la coppa sinistra del reggiseno di Clelia, sei pezzi da venti e otto da dieci cominciarono ad agitarsi come insetti dalle ali fruscianti pronti al volo. Sentiva lo stropiccio delle ali di carta, e perci dovevano sentirlo anche le orecchie sensibili di sua madre. Le zampette ruvide e le teste coriacee le si conficcavano nella pelle. Si sforz di non guardare in basso.
-  per il vestito, - disse sua madre. - Vuoi comprare quel vestito.
- Lo sai che non posso permettermelo.
- Prenderanno venti marchi e il resto a rate.
- No, non per quel vestito.
- E come lo sai?
- Perch sono andata a chiedere! Perch voglio un bel vestito! - Clelia abbass lo sguardo sgomenta mentre la mano destra, di sua spontanea volont, si staccava dal fianco e andava a posarsi sulla coppa colpevole. Era un libro aperto, una pasticciona cos ingenua che sua madre disse solo:
- Fammi vedere cos'hai l.
Clelia si sfil le banconote dal reggiseno e le diede alla madre. Nel retro del negozio di vestiti della loro via c'era un prendisole dal taglio occidentale, o quello che passava per occidentale nella sperduta Jena, di certo troppo occidentale per finire in vetrina. Clelia portava alla padrona del negozio le paste fresche fingendo che fossero vecchie e non si potessero pi vendere, e la padrona del negozio la trattava bene. Ma Clelia, da stupida oca qual era, aveva descritto il prendisole alla sorellina come esempio di ci che si poteva trovare nel retro dei negozi della repubblica socialista, e la madre, anche se non amava la repubblica socialista, aveva preso nota. La sua sorveglianza batteva quella della repubblica socialista. Con la calma della vincitrice, s'infil i soldi nella tasca della vestaglia, bevve un sorso di t e disse: - Volevi il vestito per qualche occasione particolare? O solo per passeggiare per le strade?
I soldi non appartenevano di diritto a Clelia, che perci li considerava irreali e sentiva di meritare la punizione di vederseli sottrarre; anzi, infilando la mano nel reggiseno aveva provato un sollievo da penitente. Ma vederli sparire nella tasca della madre li rese nuovamente reali. Ci aveva messo sei mesi per raggranellarli senza farsi scoprire. Le veniva da piangere.
- Sei tu la passeggiatrice, - disse.
- Come, scusa?
Inorridita da se stessa, Clelia cerc di fare marcia indietro. - Volevo dire che a te piace passeggiare per strada. A me piace passeggiare nel parco.
- Ma la parola che hai usato. Qual era?
- Passeggiatrice!
Il t scuro e caldo invest il corpetto del vestito color lavanda. Clelia abbass lo sguardo, sbarrando gli occhi davanti a quella devastazione.
- Dovevo lasciarti morire di fame, - disse sua madre. - Ma tu continuavi a mangiare e mangiare, e adesso guarda come sei grossa. Dovevo affamare i miei figli? Non potevo lavorare, e cos ho fatto l'unica cosa possibile. Perch tu continuavi a mangiare e mangiare. Devi incolpare solo te stessa per quello che ho fatto. L'appetito era il tuo, non il mio.
In effetti sua madre non aveva mai appetito. Per parlava con una tale crudelt fiabesca, con una voce cos severa e controllata, che era come se non fosse affatto una madre: come se la persona nel letto fosse solo un pupazzo in carne e ossa che dava voce allo stomaco vendicativo. Clelia aspett che qualche residuo di umanit la spingesse a ripensarci, a scusarsi delle sue parole o almeno a mitigarle; ma la faccia di sua madre venne stravolta da un'improvvisa contrazione allo stomaco. Indic debolmente la teiera. - Portami del t caldo, - disse. - Questo non  abbastanza caldo.
Clelia corse via dalla stanza e si butt sulla sua branda.
- Sei una sporca... puttana! - sussurr. - Una sporca puttana!
Dopo averlo detto scatt a sedere e si tapp la bocca con la mano. Le lacrime le riempirono gli occhi, donando ali tremolanti e diafane alle strisce di luce che filtravano dalle tende pesanti, sempre chiuse per volere dello stomaco. Dio mio, pens. Come ho fatto a dire una cosa del genere? Sono una persona orribile! E poi, buttandosi di nuovo sul materasso stretto, sput altre parole nel cuscino: - Puttana! Puttana! Lurida puttana! - Nel frattempo si picchiava sulla testa con le nocche. Si sentiva la persona pi orribile della terra, e anche una delle pi sfortunate e ridicole. Aveva le gambe cos lunghe che per dormire sulla branda doveva piegarle o lasciar penzolare i piedi oltre il bordo. Era alta pi di un metro e tre quarti, un'oca ridicola nella gabbia troppo piccola della branda, con il nome pi brutto che una ragazza potesse avere. Alla panetteria la credevano stupida, perch ridacchiava senza motivo e diceva tutto quello che le passava per la testa.
Clelia non era stupida. A scuola aveva ottimi voti, e avrebbe potuto frequentare l'universit, se il comitato le avesse dato il permesso. Ufficialmente le era stato negato perch suo padre era un borghese, ma suo padre era morto, e sua madre e suo zio appartenevano alla classe sociale giusta. Il vero stigma era il fatto che la madre, negli anni peggiori, aveva concesso i propri favori a un paio di ufficiali in uniforme nera. La sorellina di Clelia era figlia del secondo. E s, Clelia aveva mangiato la carne e il burro e le caramelle, ma era una bambina, inesperta del male. Era allo stomaco malvagio che uno degli ufficiali aveva portato un'intera scatola di autentico Pepto-Bismol. Annelie si era venduta per lo stomaco, non per i figli.
Ogni volta che mi ripeteva questa storia, mia madre sottolineava che, mentre si cambiava il vestito rovinato e infilava un panino e due libri nella borsa, non aveva intenzione di abbandonare fratello e sorella, non stava mettendo in atto un piano studiato da tempo. Voleva solo una serata lontana dallo stomaco, al massimo una notte e un giorno di tregua da un appartamento che la rendeva del tutto consapevole dell'infelicit di essere tedesca, ma anche del tutto incapace di immaginarsi non tedesca. Fino a quel sabato di giugno, la cosa peggiore che avesse tramato era comprare un prendisole occidentale. Ormai non lo avrebbe mai avuto, per poteva ancora andare a passeggiare a ovest: per raggiungere il settore americano bastava un viaggio in treno.
Con trenta marchi dentro la borsetta, Clelia corse gi verso il centro, che la citt stava ancora ricostruendo, con flemma socialista, dopo la batosta ricevuta per aver ospitato il produttore di mirini per fucili e dispositivi di puntamento per bombe durante la guerra. Il biglietto di andata e ritorno per Berlino le cost quasi tutto quel che aveva. Con i pochi soldi rimasti compr un sacchettino di caramelle, che la lasciarono ancora pi affamata quando il treno toccava appena Lipsia. Aveva pianificato cos poco la fuga che aveva preso con s solo un panino secco. Ma in quel momento desiderava soprattutto aria fresca. L'aria dello scompartimento puzzava di ascella socialista, l'aria che entrava dal finestrino era calda e inquinata dalle industrie pesanti, l'aria della stazione di Friedrichstrae era intrisa di tabacco scadente e inchiostro burocratico. Non si rendeva conto di essere una goccia nel mare di cervelli e talenti che stava defluendo dalla repubblica in quegli anni. Era solo un'oca che correva alla cieca.
L'Ovest era ancora pi devastato dell'Est, ma l'aria era davvero un po' pi fresca, se non altro perch era scesa la notte. Il Kurfrstendamm le sembr un posto che aveva subto un inverno rigido, e non la permanente devastazione socialista. Come i primi germogli primaverili, come i bucaneve e i crochi, i segni vitali del commercio stavano gi spuntando sul Ku'damm. Clelia percorse tutto il viale e poi torn indietro, senza mai fermarsi, perch fermarsi avrebbe significato pensare a quanto era affamata. Continu a camminare, per strade pi buie e quartieri pi distrutti. Alla fine si accorse che senza riflettere, un po' come un animale, si era messa in cerca di una panetteria, perch al sabato, dopo la chiusura, le panetterie buttavano via le Schrippen rafferme. Ma perch, quando una persona cercava disperatamente un certo tipo di negozio in una citt sconosciuta, sceglieva immancabilmente il percorso migliore per non trovarlo? Ogni incrocio rappresentava un'altra possibilit di errore.
Errore dopo errore, Clelia si ritrov nel quartiere tenebroso e deserto di Moabit. Aveva cominciato a piovigginare, e quando finalmente si ferm, sotto un tiglio mutilato, non aveva idea di dove fosse. Ma la citt sembrava saperlo: sembrava che stesse solo aspettando che lei si fermasse. Una berlina nera, con i finestrini abbassati e il tetto butterato di goccioline, accost di fianco a lei, e un uomo si sporse dal lato del passeggero.
- Ehil, Coscialunga!
Clelia si guard intorno, per controllare che ce l'avesse proprio con lei.
- S, tu! - disse l'uomo. - Quanto?
- Come, scusi?
- Quanto per tutti e due?
Con un sorriso gentile, perch anche i due uomini sorridevano in modo amichevole, Clelia si guard alle spalle e torn sui suoi passi. Inciamp e acceler l'andatura.
- Oh, ehi, aspetta, sei fantastica...
- Torna indietro...
- Coscialunga, Coscialunga, Coscialunga...
Si sentiva maleducata, anche se a quanto pareva l'avevano scambiata per una prostituta. Era un errore lecito e comprensibile, date le circostanze. Dovrei tornare indietro, pens. Dovrei tornare indietro e assicurarmi che si siano davvero sbagliati, e pensare alla cosa giusta da dire, perch altrimenti si vergogneranno, anche se  tutta colpa mia perch passeggio come una stupida in questa strada... Ma le gambe continuavano a portarla avanti. Sent la berlina fare inversione e seguirla.
- Ci scusiamo per il malinteso, - disse il guidatore, rallentando per rimanere al suo fianco. - Sei una ragazza perbene, vero?
- Una bella ragazza, - dichiar l'altro.
- Questo non  un quartiere adatto a una ragazza perbene. Ti diamo un passaggio.
- Sta piovendo, tesoro. Non vuoi ripararti dalla pioggia?
Clelia continuava a camminare, troppo imbarazzata per guardare nella loro direzione, ma anche titubante, perch pioveva sul serio e lei aveva molta fame; e forse era cominciato cos anche per sua madre, forse un tempo era una ragazza come lei, smarrita e bisognosa di ci che poteva darle un uomo...
Sul marciapiede buio davanti a lei si stagli la sagoma di un altro uomo. Clelia si ferm, e si ferm anche la macchina. - Lo vedi? - disse il guidatore. -  pericoloso girare sola da queste parti.
- Vieni, vieni, - insistette l'altro. - Vieni con noi.
L'uomo sul marciapiede non aveva un fisico imponente, per aveva una faccia aperta e onesta. Ecco, mio padre era cos: anche in una notte buia e piovosa nel sinistro quartiere di Moabit, si vedeva subito che era un tipo affidabile. Non riesco a immaginarmelo in quella via se non con i suoi vestiti allegramente orribili, le scarpe da passeggio L.L.Bean, i pantaloni cachi modello acqua alta e una di quelle camicie sportive anni Cinquanta con il colletto largo e piatto. Dopo aver valutato la situazione con la fronte aggrottata, si rivolse a Clelia in un tedesco da autodidatta: - Ensciuuuldig, fraulein. Posso io te helfen? Ist allus okay qui? Spreckinzii mia lingua?
- Un pochino, - rispose lei.
- Conosce questi uomini? Li vuole qui?
Dopo un momento di esitazione, Clelia scosse la testa. Allora mio padre, che comunque era fisicamente intrepido, e oltretutto era convinto che se trattavi le persone in modo razionale e amichevole venivi trattato nello stesso modo, e che il mondo sarebbe stato un posto migliore se tutti si fossero comportati cos, and verso la berlina e strinse la mano ai due uomini, si present in tedesco come Chuck Aberant di Denver, Colorado, e domand se abitassero a Berlino o se fossero l in visita come lui, ascolt con genuino interesse le loro risposte, e poi disse che non dovevano preoccuparsi per la ragazza: avrebbe garantito personalmente per la sua sicurezza. Era quanto mai improbabile che rivedesse quegli uomini, ma, come diceva lui, non si poteva mai sapere. Valeva sempre la pena di rivolgersi a ogni uomo che incontravi come se potesse diventare il tuo migliore amico.
Mia madre, che a vent'anni aveva gi visto il bombardamento di Jena, l'arrivo dell'Armata Rossa, un vicino che rovesciava un vaso da notte in testa a sua madre, un cane che mangiava il cadavere di un bambino, pianoforti fatti a pezzi come legna da ardere, e infine l'ascesa dello stato operaio socialista, amava raccontarmi che non aveva mai visto nulla di pi sorprendente della cordialit di quell'americano con le due canaglie nella berlina. Per una prussiana come lei, tanta fiducia e disponibilit erano inconcepibili.
- Come ti chiami? - le chiese mio padre quando rimasero soli nella via.
- Clelia.
- Oh, ma che bel nome, - disse lui. -  un nome fantastico.
Mia madre sorrise contenta e poi, sicura di sembrare un tirannosauro dalla bocca enorme, distese le labbra per coprire i suoi cento denti; ma nasconderli era una causa persa. - Lo pensi davvero? - gli rispose, sorridendo ancora di pi.
Mio padre non si era limitato a due parole gentili: gliene aveva rivolte almeno una decina. Che comunque non erano moltissime. Nella tasca posteriore dei pantaloni cachi aveva una mappa di Berlino, una di quelle con il sistema pieghevole brevettato (mio padre amava le innovazioni, amava vedere gli inventori ricompensati per aver migliorato la condizione umana), e cos riusc a portare mia madre alla stazione Zoo e comprarle dei wrstel al chiosco aperto tutta la notte. In un misto di inglese e tedesco che lei capiva solo a tratti, le spieg che quello era il suo primo giorno a Berlino, ed era cos contento di esserci che avrebbe potuto camminare fino al mattino. Era un delegato del quarto congresso mondiale dell'Associazione per la comprensione internazionale (che non sarebbe sopravvissuta fino al quinto congresso, dato che l'autunno seguente si sarebbe rivelata un'organizzazione comunista di facciata). Aveva affidato alla sorella le due figlie, nate dal primo matrimonio, ed era andato a Berlino a proprie spese. Aveva avuto qualche delusione nella vita, aveva sperato di offrire al mondo un contributo pi importante dell'insegnamento della biologia nelle scuole superiori, ma la cosa meravigliosa del suo lavoro era che gli lasciava intere estati per andare fuori, nel mondo, nella natura. Adorava conoscere stranieri e trovare un terreno comune; a un certo punto aveva studiato l'esperanto. Le figlie, di appena quattro e sei anni, erano gi piccole campeggiatrici esperte, e quando fossero cresciute aveva intenzione di portarle in Thailandia, Tanzania, Per. La vita era troppo breve per dormire. Non voleva sprecare un solo minuto della sua settimana a Berlino.
Quando mia madre gli disse che era scappata da Jena, il suo primo impulso fu pensare alle figlie e raccomandarle di tornare a casa il mattino dopo. Ma quando scopr che la madre l'aveva picchiata e che non sarebbe mai andata all'universit, ci ripens. - Accipicchia, che brutta cosa, - disse. - C' qualcosa di sbagliato in un sistema che manda a lavorare in una panetteria una ragazza sveglia e vitale come te. Io sono un campeggiatore all'antica, mi bastano una coperta e un pezzo di terreno piatto. Il mio albergo non  granch, ma i letti ci sono. Potresti dormire nel mio, e domani vedremo come ti sembrano le cose. Io posso schiacciare un pisolino sul pavimento.
Le sue intenzioni erano quasi sicuramente buone. Mio padre era una brava persona: insegnante instancabile e marito fedele, seminatore d'indipendenza nelle mie sorelle, appassionato di storie d'ingiustizia, uno che d'istinto concedeva sempre il beneficio del dubbio e alzava vigorosamente la mano quando serviva un volontario per un lavoro sgradevole. Eppure non riesco a smettere di pensare che, per tutta la vita, ha sempre fatto quello che gli pareva. Se voleva portare i suoi studenti in Honduras a scavare fognature, o in una riserva Navajo a dipingere case e marchiare bestiame, anche se ci significava lasciare mia madre sola coi bambini per settimane, lo faceva. Se voleva fermare l'auto di famiglia per inseguire una farfalla, lo faceva. E se gli veniva voglia di sposare una bella ragazza che poteva essere sua figlia, lo faceva: lo fece due volte.
Era originario dell'Indiana. Aveva studiato entomologia con la speranza di dare un contributo all'agricoltura, ma la strada per ottenere un PhD in entomologia  lunga. Certi stadi del ciclo vitale dei tricotteri, il suo argomento di studio, si potevano osservare solo una o due settimane all'anno, e cos, per mantenersi mentre gli anni passavano, and a lavorare per il Dipartimento di agricoltura del Colorado. Da Denver, dove abitava quando fin la tesi, mand i suoi esemplari in Indiana, perch la commissione non poteva concedere il diploma senza visionare i campioni. Il pacchetto, che conteneva otto anni di lavoro, scomparve nel sistema postale statunitense senza lasciare traccia. Il suo sogno era stato insegnare all'universit e fare ricerca pura, e invece, senza la tesi di dottorato, fin in una scuola pubblica di Denver.
Verso la fine degli anni Trenta prese sotto la sua protezione una ragazza intelligente ma vulnerabile, figliastra di un bruto alcolizzato. Parl con la madre, trov un'altra famiglia in cui trasferirla e la incoraggi a fare domanda per il college. Ma la ragazza risult disposta a farsi salvare solo temporaneamente, perch il suo fidanzato era in prigione. Appena venne scarcerato, scapp con lui in California. Mio padre prest servizio nei Signal Corps per quattro anni, l'ultimo dei quali in Baviera, e quando torn al suo lavoro a Denver scopr che la ragazza era di nuovo a casa; il fidanzato era finito in una prigione militare per avere quasi ammazzato un tizio durante una rissa al bar. Mio padre, che credo fosse innamorato di lei fin dal principio, la invit a fare lunghe passeggiate in montagna, e di l a poco le chiese di sposarlo. La ragazza, tra la speranza di cambiare vita e le insistenze della madre, forse sent di non avere altra scelta (nell'unica sua foto che ho visto sembrava un angelo, ma negli occhi aveva un vuoto, un torpore, l'angoscia della disparit tra come appariva e come sentiva di essere). Le figlie che ebbe con mio padre avevano uno e tre anni quando il fidanzato fin di scontare la pena e ricomparve a Denver. Mio padre non ha mai raccontato neppure a mia madre, n tanto meno a me, cosa successe allora. So solo che ottenne l'affidamento esclusivo delle mie sorellastre.
Lui aveva pi del doppio degli anni di mia madre, ma lei era pi alta di qualche centimetro, e forse questo aiutava a compensare e normalizzare le cose. A Berlino ignor le sessioni plenarie del quarto congresso, che perfino per gli standard del filantropismo internazionale dovettero battere ogni record di tedio e inutilit, e passeggi con mia madre per le strade della citt. Fecero i giri in barca che bisogna fare a Berlino, mangiarono in ristoranti che a mia madre sembravano di prima classe. La quinta sera la fece sedere e pronunci un discorsetto.
- Ecco cosa voglio fare, - disse. - Voglio sposarti, e no, non preoccuparti, non intendo agire in modo disonorevole. Ho solo la sensazione che se resti qui ti metterai nei pasticci, e in men che non si dica finirai di nuovo a Jena, e sar la fine della tua vita. Ecco, poi vedremo come farti avere il passaporto e tutto il resto. La settimana prossima torner qui con le mie bambine, e tu potrai decidere se vuoi venire negli Stati Uniti con me. Se non ti va, nessun rancore, annulleremo il matrimonio. Tu sei una gran brava ragazza, con la testa sulle spalle, e ho la sensazione che sarei felice ad averti come moglie. Per tutti i diavoli, Clelia, sei meravigliosa.
- Mia madre aveva ragione, - mi disse lei molto pi tardi, quando mio padre era morto da un pezzo. - Ero una stupida oca ingenua. Ero assetata di gentilezza, eppure non avrei mai immaginato che un uomo potesse essere gentile come tuo padre. Credevo di avere incontrato l'uomo pi gentile del mondo. In una strada buia di Moabit! Una specie di miracolo! E tu sai che aveva il portafogli sempre gonfio, con tutte quelle cose che non toglieva mai, biglietti da visita di persone importanti, ritagli di giornali importanti, tutti quei consigli per migliorarsi, tutte quelle ricette per un mondo migliore. E i soldi. Be', non ne avevo mai visti cos tanti, neppure in panetteria a fine giornata. Una panetteria comunista sovvenzionata dallo stato, con un solo registratore di cassa: quelli per me erano tanti soldi! Non sapevo nemmeno che il nostro albergo era orribile, ha dovuto dirmelo tuo padre, e anche allora ho dato la colpa al congresso invece che a lui. Che ne sapevo, io, di dollari forti e valute deboli? E non riuscivo a capire tutto quello che diceva, cos ho pensato che l'intera citt di Denver lo avesse eletto suo rappresentante per un importante congresso mondiale. Credevo che fosse ricco! Non avevo mai visto un portafogli cos gonfio. Non sapevo che l'Associazione per la comprensione internazionale avesse esattamente quattro soci paganti in tutto lo stato del Colorado. Non sapevo niente. Nel giro di cinque minuti gli ho messo il cuore in mano. Sarei andata in America in ginocchio, pur di stare con lui.
Ci volle qualche anno perch la passione di mia madre si spegnesse e il matrimonio si spaccasse in due. Da principio venne fagocitata dalle bambine e dalla scuola serale, dove alla fine si laure in farmacologia. Ma alla prima elezione presidenziale che ricordo vot per Barry Goldwater. Aveva visto abbastanza del socialismo per prevederne il fallimento finale, considerava i sovietici ladri, violentatori e assassini, e non si riprese mai dalla scoperta sconvolgente che mio padre era ricco solo per gli standard di Jena, come la maggior parte degli americani. Delusa da lui, cominci a idealizzare i veri ricchi, attribuendo loro virt improbabili. Aveva ceduto giovent e bellezza in cambio della vita in un'angusta casa con tre camere da letto insieme a un progressista da due soldi, troppo buono e gentile per meritare il divorzio, e nella rabbia contro la propria stupida ingenuit trov uomini migliori da ammirare: Goldwater, il senatore Charles Percy, pi tardi Ronald Reagan. Il loro conservatorismo s'intonava alla sua idea germanica che la natura fosse perfetta e che tutti i problemi del mondo fossero causati dall'uomo. Mentre io ero a scuola, mia madre lavorava alla farmacia Atkinson in Federal Boulevard, e l vedeva esseri umani malati sfilare davanti al bancone dove lei ritirava ricette e dispensava medicinali. Esseri umani impegnati ad avvelenarsi con sigarette, alcol e cibo malsano. Non poteva fidarsi di loro, non poteva fidarsi dei sovietici, e orient le sue idee politiche di conseguenza.
Mio padre sapeva che la natura non era perfetta. Negli anni trascorsi al Dipartimento di agricoltura aveva visto campi inariditi dove le piante morivano di sete perch perdevano troppa acqua dagli stomi, perch utilizzavano l'anidride carbonica in modo del tutto inefficiente, perch la mano sinistra della molecola di clorofilla non sapeva cosa faceva la destra: la sinistra assorbiva ossigeno ed emetteva CO2 mentre la destra faceva il contrario. Prevedeva che un giorno i deserti sarebbero fioriti grazie a piante pi intelligenti, piante perfezionate dagli esseri umani, piante innestate con clorofilla migliore, pi moderna. E sapendo che Clelia conosceva la chimica, la sfidava a confutare la sua prova dell'imperfezione della natura, e cos a cena discutevano di chimica alzando la voce.
Purtroppo Clelia non era una buona matrigna per le mie sorelle. Lei stessa era come una pianta in un campo inaridito, che implorava la pioggia dell'attenzione di mio padre, assorbita in buona parte dalle mie sorelle. La cosa peggiore, per, era che le criticava proprio come sua madre aveva criticato lei, soprattutto per il loro abbigliamento. Questo c'entrava in parte con i ribelli anni Sessanta, anni duri per una conservatrice, e in parte con la ribellione di uno dei suoi organi, il colon. A quanto pare da piccolo soffrivo di coliche, e subito dopo aver superato quello stress, mia madre ebbe una gravidanza extrauterina. Stress fisico, delusioni della vita, preoccupazioni economiche, predisposizione genetica, sfortuna: il suo intestino si infiamm e le diede problemi per il resto dei suoi giorni. Le cambi i lineamenti del viso come aveva fatto lo stomaco con sua madre, e lei divent, con tutti tranne che con me, la portavoce della sua infelicit.
Quando penso ad Anabel e ai segnali d'allarme che ho ignorato quando stavo per sposarla, mi torna in mente la mia famiglia spaccata in due: le mie sorelle fuori con mio padre a migliorare il mondo, io a casa con la mamma. Lei mi risparmiava i dettagli vergognosi della sua sofferenza (avrebbe preferito, ne sono certo, avere lo stomaco di sua madre, che espelleva solo sangue e non lordura puzzolente, non la base stessa delle imprecazioni, dell'umorismo e dei tab tedeschi), ma ovviamente io mi accorgevo lo stesso che non era felice, e mio padre sembrava sempre fuori per una riunione o lontano per qualche avventura. Passai mille serate da solo con lei. Di solito era molto severa, ma c'era uno strano giochino che facevamo con le riviste patinate a cui era abbonata. Dopo aver sfogliato tutto Town & Country o Harper's Bazaar, mi faceva scegliere la casa e la donna che preferivo. Imparai presto a scegliere la casa pi costosa, la donna pi bella, e crebbi con la sensazione che, se le avessi ottenute, avrei potuto riscattare l'infelicit di mia madre. La cosa sorprendente del nostro gioco, tuttavia,  che mentre sfogliava quelle pagine sembrava una ragazza, una specie di sorella maggiore esuberante e speranzosa. Quando, ormai cresciuto, la sentivo raccontare e riraccontare la storia della sua fuga da Jena, la persona che immaginavo era proprio quella ragazza.
Tradii Anabel ancora prima di incontrarla. Alla fine del terzo anno alla Penn mi ero candidato al posto pi prestigioso del Daily Pennsylvanian con un programma basato su una maggiore attenzione al mondo reale, e una volta insediato come redattore esecutivo, dopo un'estate a Denver con mia madre (mio padre era morto due anni prima), creai la posizione di redattore cittadino e assegnai articoli sul bagarinaggio allo Spectrum, sull'inquinamento da mercurio e cadmio nel Delaware, su un triplice omicidio a West Philly. Credevo che i miei reporter stessero rompendo la bolla ermetica di autoindulgenza che circondava il campus negli anni Settanta, ma temo che la gente che assillavano per le interviste li considerasse un po' come quei bambini che ti vendono le barrette di cioccolato a caro prezzo per pagarsi il campo estivo.
In ottobre la mia amica Lucy Hill mi segnal una storia interessante. Sull'altra sponda del fiume, a Elkins Park, il preside della Tyler School of Art era arrivato in ufficio una mattina e aveva trovato un corpo avvolto nella carta da macellaio marrone. Scarabocchiate sulla carta con la matita rossa c'erano le parole LA TUA CARNE. Il corpo era caldo, respirava, ma non reagiva. Il preside aveva chiamato gli addetti alla sicurezza, che avevano strappato la carta quel tanto che bastava per scoprire la faccia di una studentessa del secondo anno di specialistica, Anabel Laird. Aveva gli occhi aperti, la bocca chiusa con il nastro adesivo. Laird era gi nota al preside per una serie di lettere che denunciavano la sottorappresentazione delle donne tra i membri della facolt e il numero sproporzionato di borse di studio assegnate agli studenti d'arte di sesso maschile. Grazie a ulteriori, prudenti strappi si era intuito che Laird indossava solo la carta da macellaio. Dopo essere rimasti un po' a torcersi le mani tutti insieme, quelli della sicurezza avevano portato il pacco in un'altra stanza, dove una segretaria aveva scartato la studentessa, le aveva tolto lo scotch dalla bocca e messo addosso una coperta. Laird si era rifiutata di parlare e muoversi fino al pomeriggio inoltrato, quando era arrivata un'altra studentessa con dei vestiti dentro un sacchetto di plastica.
Visto che Laird era una vecchia amica di Lucy, l'articolo avrei dovuto rivederlo io, ma ero rimasto indietro con lo studio e avevo lasciato il DP in mano al caporedattore, Oswald Hackett, che era anche il mio compagno di stanza e il mio migliore amico. Il pezzo su Laird, scritto da uno studente del secondo anno particolarmente amorale, era a tratti volgare e a tratti irriverente, con un assortimento di gustose dichiarazioni anonime dei compagni di universit della ragazza (non piace a nessuno, povera piccola milionaria, un triste richiamo per catturare l'attenzione che non riceve con i suoi film), ma il reporter aveva fatto le cose per bene, citando lunghe dichiarazioni di Laird e un insulso comunicato del preside, e Oswald pubblic ogni parola in prima pagina. Il pomeriggio seguente, quando lo lessi, provai solo un fugace senso di colpa. Solamente quando passai al DP e trovai i messaggi telefonici di Laird e Lucy mi resi conto - all'improvviso, con un tuffo al cuore - che l'articolo era davvero crudele.
Una realt della mia vita era che avevo una paura morbosa della disapprovazione, soprattutto femminile. In qualche modo mi convinsi che potevo passarla liscia non rispondendo ai loro messaggi. Evitai anche di sollevare la questione con Oswald; temevo cos tanto la disapprovazione che non volevo neppure infliggerla a un amico. Forse Lucy, che abitava fuori dal campus, si sarebbe calmata prima del nostro incontro successivo, e non mi venne in mente che una donna abbastanza militante da avvolgersi nella carta da macellaio potesse presentarsi di persona al DP.
Come redattore esecutivo avevo diritto a un vero ufficio, che potevo usare come studio. Se Anabel fosse entrata con addosso una salopette, l'uniforme della militanza femminista alla Penn, forse avrei indovinato chi era, ma la donna che buss alla mia porta, un venerd pomeriggio sul tardi, indossava abiti costosi, una camicetta di seta bianca e una gonna aderente sotto il ginocchio che doveva venire da Parigi. La bocca era uno squarcio di rossetto cremisi, i capelli una cascata scura.
- Sto cercando Tom Aberrnt.
- berant, - la corressi.
La donna mostr la sua sorpresa strabuzzando gli occhi come un'impiccata. - Sei una matricola?
- Ultimo anno, a dire il vero.
- Santo cielo. Hai cominciato a tredici anni? Immaginavo una persona con la barba.
La mia faccia da bambino era un tasto dolente. Il mio compagno di stanza del primo anno mi aveva suggerito di invecchiarmi con una cicatrice da duello in stile Ottocento, tagliandomi con una sciabola e mettendo un capello nel taglio per non farlo guarire bene. Ritenevo che la mia faccia fosse la ragione principale per cui, anche se ero bravo a diventare amico delle donne, non ne portavo a letto nessuna. Attiravo solo le ragazze molto basse e i gay. Uno di questi mi si era avvicinato durante una festa e, senza dire una parola, mi aveva infilato la lingua nell'orecchio.
- Sono Anabel, - disse la donna. - Quella che non hai richiamato.
Sentii una morsa al petto. Anabel chiuse la porta con un calcio dello stivale elegante e si sedette con le braccia saldamente incrociate, come per nascondere quello che la camicetta voleva svelare. Aveva gli occhi grandi e castani come quelli di una cerva, e anche la faccia lunga e stretta ricordava il muso di una cerva; non avrebbe dovuto essere bella, e invece per qualche motivo lo era. Aveva almeno due anni pi di me.
- Mi dispiace, - dissi in tono infelice. - Mi dispiace di non averti richiamata.
- Lucy mi ha detto che eri una brava persona. Ha detto che potevo fidarmi di te.
- Mi dispiace anche per l'articolo. Il fatto  che l'ho letto solo dopo che  uscito.
- Non sei il redattore?
- L'autorit viene delegata in vari modi.
Evitavo il suo sguardo, ma sentivo che mi stava incenerendo. - Il tuo reporter doveva proprio scrivere che mio padre presiede il consiglio d'amministrazione della McCaskill? E che non sono una persona benvoluta?
- Mi dispiace, - dissi. - Appena l'ho visto mi sono accorto che era crudele. A volte, quando sei preso a mettere insieme un articolo, ti dimentichi che qualcuno lo legger.
Lei scosse la chioma scura. - Quindi se io non lo avessi letto non ti dispiacerebbe? Cosa vuol dire? Ti dispiace di essere stato beccato? Questo non significa essere spiacenti. Significa essere vigliacchi.
- Non dovevamo citare fonti anonime.
- Oh, be', posso divertirmi a cercare di indovinare, - rispose lei. - Chi pensa che sono ricca e viziata? chi pensa che sono una squilibrata? chi  convinto che la mia arte fa schifo? Certo, forse non  tanto divertente trovarsi nella stessa stanza con le persone che hanno detto quelle cose, e sapere che le pensano ancora, e sentire che mi stanno guardando. Stare l con i loro occhi puntati addosso. Sentirmi cos visibile.
Non aveva ancora abbassato le braccia dal davanti della camicetta.
- Sei tu quella che si  presentata nell'ufficio del preside nuda, - le feci notare, senza riuscire a trattenermi.
- Solo dopo che mi hanno strappato la carta di dosso.
- Sto dicendo che eri in cerca di pubblicit e l'hai ottenuta.
- Oh, non sono mica sorpresa. Cosa c' di pi interessante di un corpo femminile nudo? Cosa c' di meglio per vendere un giornale? Tu lo hai dimostrato meglio di quanto potessi dimostrarlo io.
Era la prima delle diecimila volte in cui avrei avuto la sensazione di non seguire bene la logica di Anabel. Poich era la prima e non la decimillesima, e poich sembrava cos ferocemente sicura di s - mi fa male ricordare la ferocia e la sicurezza che aveva ancora a quel tempo -, credetti che fosse colpa mia.
- Siamo un giornale gratuito, - dissi debolmente. - Non ci preoccupiamo delle vendite.
- Le azioni hanno conseguenze, - ribatt lei. - C' una strada alta e una bassa, e tu hai preso quella bassa. Tu sei il redattore, tu hai mandato in stampa quelle cose e io le ho lette. Mi hai ferita, e non potrai pi ignorarlo. Voglio che non te lo dimentichi mai, proprio come io non dimenticher mai quello che hai pubblicato. Non hai neanche avuto la decenza di richiamarmi! Pensi di farla franca perch tu sei un uomo e io sono una donna -. Fece una pausa, e vidi un paio di minuscole lacrime scioglierle il mascara. - Potrai anche non essere d'accordo, - disse a voce pi bassa, - ma sono venuta a dirti che sei uno stronzo.
La sua bellezza e la differenza di et rendevano ancora pi bruciante quell'accusa. Anche se io, a dire il vero, ero gi pronto a dubitare della mia bont. Quando facevo la seconda media, la pi giovane delle mie sorelle, Cynthia, era tornata dal college per Pasqua trasformata in una hippy, con gli occhialini ottagonali e un ragazzo dalla barba biblica. I due mi avevano studiato con occhio amichevolmente clinico, come uno dei primi uomini nuovi di domani. Cynthia mi aveva chiesto del mio fucile ad aria compressa: mi piaceva uccidere i miei nemici? Mi piaceva fargli esplodere la testa? E secondo me come si sentiva una persona quando gli esplodeva la testa? Come in un gioco?
Il suo ragazzo mi aveva chiesto della mia collezione di farfalle, un tentativo poco convinto di far contento mio padre: mi piacevano le farfalle? Davvero? E allora perch le ammazzavo?
Cynthia mi aveva chiesto quali fossero le mie ambizioni nella vita: volevo diventare giornalista o fotoreporter? Fantastico. Ma perch non infermiere? O maestro elementare? Erano lavori da donne? Perch solo da donne?
Il suo ragazzo mi aveva chiesto se avessi mai pensato di diventare un cheerleader: non era permesso? Perch no? Perch un maschio non poteva fare il cheerleader? I maschi non sapevano saltare? Non sapevano applaudire?
Quei due mi fecero sentire un vecchio barboso. Mi sembr una cattiveria, ma ebbi anche la sensazione colpevole di avere qualcosa che non andava. Un pomeriggio, qualche anno dopo, rientrai tardi da scuola e mi trovai nel bel mezzo di un'emergenza roditori in mansarda: le mie cose sparse sul pavimento, l'armadio aperto, le gambe di mio padre visibili in cima a una scaletta. Mi concessi di sperare che gli fosse sfuggita la copia consumata della rivista Oui che avevo rubato nel retro di un negozio di libri usati e avevo nascosto nell'armadio, ma dopo cena venne nella mia stanza e mi chiese cosa pensavo che provasse una donna fotografata su una rivista pornografica.
- Non ci ho mai pensato, - risposi sinceramente.
- Be', alla tua et dovresti cominciare a pensarci.
Quell'anno trovavo repellente e imbarazzante tutto ci che riguardava mio padre. Gli occhiali anni Cinquanta, i capelli impiastrati di brillantina petrolchimica, la posa a gambe larghe da pistolero. Mi ricordava un castoro, tutto denti superiori sporgenti e insensata operosit. Costruire un'altra diga, perch? Rosicchiare tronchi, perch? Sguazzare qua e l con un gran sorriso, ma perch?
- Il sesso  una gran benedizione, - disse, nel suo tono pi didattico. - Ma quello che vedi su una rivista porno  squallore e degradazione. Non so dove hai preso quella rivista, ma il solo fatto di possederla ti rende materialmente partecipe della degradazione di un altro essere umano. Immagina come ti sentiresti se quella fosse Cynthia, o Ellen...
- Okay, ho capito.
- Sul serio? Capisci che quelle donne sono le sorelle di qualcuno? Le figlie di qualcuno?
Mi sentivo moralmente ferito, scambiato per una persona peggiore di quella che ero, perch in realt non mi ero reso materialmente partecipe della degradazione di nessuno. Al contrario, rubando la rivista, avevo punito economicamente la libreria che acquistava tutte quelle riviste porno di seconda mano; io, semmai, ero un riciclatore virtuoso, e qualunque uso avessi fatto dell'Oui rubato era affar mio ed equivaleva, presumibilmente, a un'ulteriore punizione per gli sfruttatori, dal momento che l'utilizzo di merce rubata mi evitava di acquistare nuovi prodotti dello sfruttamento, oltre che consentirmi di salvare foreste vergini dall'essere abbattute e trasformate in carta.
Qualche giorno dopo rubai altre riviste. Oui mi piaceva perch le ragazze sembravano pi vere - e anche pi europee, quindi pi colte, intelligenti e profonde - di quelle di Playboy. Immaginavo conversazioni impegnate, le immaginavo attratte dal mio ascolto compassionevole, ma non potevo negare che il mio interesse per loro moriva nell'istante dell'orgasmo. Mi sentivo di fronte a un'ingiustizia strutturale; come se il semplice fatto di essere un maschio, eccitabile dalle fotografie mio malgrado, mi mettesse ineluttabilmente dalla parte del torto. Non volevo nuocere a nessuno, eppure nuocevo.
Il peggio doveva ancora venire. Poco prima di partire per il college strinsi un patto, non di sangue e tuttavia eccitante, per uno scambio di verginit con la mia partner del ballo di fine anno, Mary Ellen Stahlstrom, che aveva una cotta per un tizio irraggiungibile, e cos successe che, nell'ultimo fine settimana d'estate, in una casetta a Estes Park appartenente ai genitori di un amico comune, nel momento cruciale dell'ingresso per errore diressi una brusca spinta virile alla parte pi sensibile e proibita di Mary Ellen. La quale url a pieni polmoni, tirandosi indietro e scalciandomi via. I tentativi di consolarla e scusarmi non fecero che alimentare la sua isteria. Piangeva, si dimenava, respirava con affanno e continuava a balbettare una frase che alla fine ero riuscito a decifrare, con enorme sollievo, come la richiesta di venire riportata subito a casa sua, a Denver.
Il grido della violazione anale di Mary Ellen mi risuonava nelle orecchie quando mi immatricolai alla Penn. Mio padre mi aveva suggerito di scegliere un college pi piccolo, ma la Penn mi aveva offerto una borsa di studio e mia madre mi aveva sedotto parlandomi delle persone ricche e potenti che avrei incontrato in una scuola della Ivy League. Nei miei primi tre anni alla Penn non trovai neppure un amico ricco, in compenso le avvisaglie del mio senso di colpa maschile ottennero un solido fondamento teorico. Dalle lezioni ricevute in classe e fuori, a cominciare da un discorso sul sesso pronunciato durante la settimana di orientamento da una ragazza dell'ultimo anno in salopette, scoprii di essere coinvolto nel patriarcato ancora pi inesorabilmente di quanto credevo. Di conseguenza, in qualsiasi relazione intima con una donna, le mie motivazioni risultavano sospette a priori.
Comunque non si poteva dire che le relazioni intime fossero un mio problema. A quanto pareva, le uniche a non vedermi mostruosamente giovane erano le ragazze sotto il metro e mezzo. Una di loro, che lavorava con me al DP quando frequentavo il secondo anno, cominci a lanciarmi sguardi eloquenti inclinando la testa, e alla fine mi pass un biglietto in cui alludeva al pericolo che io le facessi del male. Una sera l'accontentai facendomela proprio in mezzo al Green, in parte per il rimorso di non essere interessato a scopare con lei - perch ero un maschilista che non sapeva andare oltre la sua bassa statura - e in parte per la spregevole motivazione maschile di voler finalmente scopare con qualcuno, ma poi non riuscii ad accontentarla con le dichiarazioni che lei sollecitava inclinando la testa, e cos finii per farle del male colpevolmente senza combinare nulla. Lei arriv a lasciare il giornale.
Mi rifugiai nella birra, nei tavoli da biliardo in Houston Hall e nel DP. Lavorando come giornalisti in mezzo a un corpo studentesco impegnato in frivolezze da studenti, io e i miei amici raggiungemmo livelli di presunzione che non avrei pi incontrato fino a quando non conobbi quelli del New York Times. Avevamo il cuore tenero e innocente, certo, ma ci vantavamo tutti delle nostre imprese sessuali delle superiori, e non mi venne mai in mente che, visto che io mentivo, potevano mentire anche i miei amici. L'unica a non cascarci era Lucy Hill. Lucy aveva frequentato la Choate Rosemary Hall grazie a una borsa di studio, e aveva fatto la cameriera per due anni prima di iscriversi alla Penn. Aveva un ragazzo quasi trentenne, un falegname autodidatta hippy che somigliava un sacco a D. H. Lawrence, lo scrittore preferito di Lucy. L'occhio amichevolmente clinico con cui Lucy mi guardava era pi esplicito e indulgente di quello di mia sorella Cynthia. Quando le confessai cosa avevo fatto a Mary Ellen Stahlstrom, Lucy scoppi a ridere e disse che Mary Ellen aveva strillato perch le stavo dando proprio il tipo di rapporto sessuale che non poteva ammettere di desiderare. Adesso era decisa a trovarmi qualcuno con cui potessi scopare come un coniglio. Non mi piaceva il suono della frase scopare come un coniglio, e provavo un vago fastidio per la degnazione implicita nel progetto di Lucy, ma non avevo nessun altro con cui parlare di sesso, e cos continuavo ad andare nella sua casa fuori dal campus a bere caff annacquato e mangiare dolci mollicci presi da un libro di ricette salutiste.
Quando Anabel usc dal mio ufficio dopo aver espresso il suo giudizio sul mio carattere, entrambi lo ignoravamo ancora, ma io ero proprio l'uomo che lei voleva. Fuori dalla finestra il sole era tramontato con la solita repentinit ottobrina, e io restai seduto nel crepuscolo a vergognarmi. Ero pronto a credere di essere uno stronzo, eppure mi rodeva che a chiamarmi cos fosse stata una donna pi grande e molto attraente (e ricca, non posso dimenticare ricca, mi era chiaro fin dall'inizio) che aveva attraversato lo Schuylkill apposta per accusarmi. Non sapevo cosa fare. Chiamare Lucy significava attirarmi ulteriori rimproveri. Non riuscivo a togliermi dalla testa sei uno stronzo. Inoltre, l'immagine del corpo nudo di Anabel avvolto nella carta da macellaio non mi dava tregua.
Dopo una breve sosta in mensa per mangiare due cotolette di pollo e una fetta di torta, tornai nella mia stanza e composi il numero di Anabel, che mi ero copiato sul palmo della mano. Contai dieci squilli prima di riagganciare. Quando Oswald rientr dopo cena, mi trov seduto al buio.
- Il signor Tom  meditabondo, - disse.
Volevo dirgli che aveva fatto una cazzata e mi aveva esposto a un'umiliazione, ma lo vedevo cos di buonumore, cos ignaro di aver fatto una cazzata, che non ebbi il coraggio di rovinargli la serata. Invece espressi il mio odio per l'autore dell'articolo.
- Sembra proprio un piccolo visone dai denti aguzzi, - concord Oswald. - Se ci fosse un po' di giustizia nell'universo, non scriverebbe cos bene.
- Le dichiarazioni anonime su Laird erano davvero cattive. Mi domando se non dovremmo pubblicare qualche parola di scusa.
- Oh, non farlo, - disse Oswald. - Devi appoggiare il tuo cronista, anche se  un piccolo visone dagli occhietti luccicanti.
Io e Oswald eravamo cresciuti insieme al DP, stroncandoci gli articoli a vicenda. Nessuno dei due era mai cos abbattuto che l'altro non riuscisse a tirarlo su, e di l a poco Oswald mi fece ridere imitando il quarterback di riserva dei Broncos, Norris Weese (Oswald veniva dal Nebraska e tifava per i Broncos come me), e scimmiottando ferocemente alcuni compagni pi stupidi e pi popolari di noi. La sua inclinazione al risentimento era compensata da un'autostima degna di Ih-Oh, l'asinello depresso di Winnie-the-Pooh. La sua lunga siccit sessuale si era conclusa di recente, quando si era portato a letto una poetessa del secondo anno che naturalmente avrebbe finito per spezzargli il cuore, ma che per il momento non ci si era ancora messa d'impegno. Oswald, per rispetto nei confronti della mia siccit tuttora in corso, parlava poco della poetessa, ma quando mi lasci di nuovo solo capii che stava andando da lei e ricaddi in un abisso di rimorso.
Verso le dieci riuscii a raggiungere Anabel al telefono.
- Ascolta, - dissi, - mi sento molto in colpa per non averti protetta meglio. Voglio cercare di rimediare.
- Il danno  compiuto, Tom. Hai gi fatto la tua scelta.
- Ma io non sono come tu mi immagini.
- Come credi che ti immagini?
- Come una persona cattiva.
- Io mi baso solo sulle prove, - disse Anabel con un pizzico di giocosit, una possibile attenuazione del suo giudizio.
- Vuoi che mi licenzi? Mi crederesti, se lo facessi?
- Non devi licenziarti per me. Cerca solo di diventare un redattore pi attento.
- Te lo prometto.
- Va bene, allora, - disse. - Non ti perdono, ma ti ringrazio di avermi richiamata.
La conversazione sarebbe dovuta finire l, ma Anabel, anche a quei tempi, era particolarmente irresoluta quando si trattava di riattaccare il telefono, e io non volevo farlo senza essere stato perdonato. Per qualche istante, nessuno dei due parl. Man mano che si prolungava, il silenzio cominci, almeno per me, a pulsare di possibilit. Mi sforzai di sentire il respiro di Anabel.
- Non esponi mai le tue opere? - dissi, quando il silenzio divent insopportabile. - Mi interesserebbe vedere i tuoi film.
- Vuoi salire a vedere le mie incisioni?  per questo che mi hai richiamata? - Di nuovo quella cadenza giocosa. - Magari vuoi venire adesso a vedere le mie opere.
- Sul serio?
- Pensaci, e poi decidi se sto parlando sul serio.
- Okay.
- Le mie opere non si appendono alle pareti.
- Okay.
- E nessuno entra nella mia stanza a parte me.
Lo disse come se fosse una proibizione, non una circostanza.
- Sembri una persona interessante, - dissi. - Scusa se ti abbiamo offesa.
- Ormai dovrei esserci abituata, - rispose. - A quanto pare lo fanno tutti.
Di nuovo la conversazione sarebbe potuta finire l. Ma c'era in gioco un fattore che non avrei mai immaginato: Anabel si sentiva sola. Aveva ancora un'amica alla Tyler, una lesbica di nome Nola che era stata sua complice nell'episodio della carta da macellaio, ma la cotta senza speranza che Nola nutriva per lei la rendeva difficile da sopportare a dosi elevate. Tutti gli altri studenti, secondo Anabel, ce l'avevano con lei. Erano infastiditi dal trattamento preferenziale che aveva ottenuto come regista cinematografica in una scuola priva di un programma di cinema, ma il vero problema era la sua personalit. La gente era attratta dalla sua bellezza, dalla sua lingua velenosa e dalla verosimile possibilit che fosse un genio artistico; aveva la capacit di attirare tutti gli sguardi. Ma fondamentalmente era molto pi timida di quanto la sua autopresentazione lasciasse intendere, e continuava ad alienarsi le persone con il suo assolutismo morale e il suo senso di superiorit, che spesso  la radice segreta della timidezza. Il docente che l'aveva incoraggiata a girare film le aveva anche fatto delle avance, cosa che (a) era disgustosa, (b) a quanto pareva non era insolita, e (c) le aveva tolto ogni fiducia nel giudizio del docente sul suo talento. Da quel momento era scesa in guerra contro le istituzioni. In questo modo aveva confermato la sua condizione di paria, poich, secondo lei, agli altri studenti interessava solo la conferma dei professori, l'approvazione dei professori, la raccomandazione dei professori presso qualche galleria.
Venni a sapere alcune di queste cose e molte altre ancora nelle due ore elettrizzanti che trascorremmo a conversare quella sera. Non mi consideravo una persona interessante, per ero bravo ad ascoltare. Pi l'ascoltavo, e pi la sua voce si addolciva. E poi scoprimmo una strana coincidenza.
Anabel era cresciuta a Wichita, in una residenza signorile nel quartiere di College Hill. Apparteneva alla quarta generazione di una delle due famiglie uniche proprietarie della conglomerata agroalimentare McCaskill, la seconda societ privata pi grande del paese. Suo padre ne aveva ereditato una quota del cinque per cento, aveva sposato una McCaskill di quarta generazione e si era messo a lavorare per l'azienda. Da bambina, mi raccont Anabel, era stata molto vicina a suo padre. Quando era arrivato il momento di partire per Rosemary Hall, lo stesso collegio che sua madre aveva frequentato prima della fusione con Choate, Anabel si era rifiutata di andare. Ma la madre aveva insistito, il padre era stato insolitamente restio ad assecondare la figlia, e cos Anabel era arrivata in Connecticut all'et di tredici anni.
- Fino a quel momento avevo sempre capito tutto al contrario, - mi disse. - Credevo che mia madre fosse tremenda e mio padre meraviglioso.  un uomo molto astuto e seducente. Ci sa fare con le persone. E quando lui cominci a tradirla, dopo che io ero partita per il collegio, e lei cominci a bere dopo colazione, capii che mia madre mi aveva mandata via per cercare di proteggermi. Non lo ammise mai, ma io so che il motivo era questo. Lui la stava uccidendo, e lei non voleva che uccidesse anche me. Sono stata tanto ingiusta con lei. E poi lui l'ha uccisa. La mia povera mamma.
- Tuo padre ha ucciso tua madre?
- Devi capire come funzionano i McCaskill. Sono fissati con l'idea di tenere gli affari in famiglia, perch nessun estraneo deve sapere cosa fanno. Segreti e controllo, non pensano ad altro. Quando un Laird sposa una McCaskill  per sempre, perch sono fissati con la solidariet famigliare. Cos, quando sono partita per la scuola e mio padre ha cominciato a tradire mia madre, non le  rimasto altro che mettersi a bere.  l'usanza dei McCaskill, oltre alle droghe e agli hobby pericolosi tipo pilotare elicotteri. Ho tanti di quei parenti tossici che tu neanche te l'immagini. In questo momento almeno uno dei miei fratelli  strafatto. O vai a lavorare per l'azienda e aumenti il patrimonio famigliare, seguendo quella che loro chiamano l'usanza dei McCaskill, oppure ti ammazzi di edonismo, perch non c' nessun principio di realt che ti trattiene. Nessuno in famiglia deve lavorare per vivere.
Le chiesi cosa fosse successo a sua madre.
-  annegata, - rispose Anabel. - Nella nostra piscina. Mio padre era fuori citt... niente impronte.
- Quando  successo?
- Poco pi di due anni fa. In giugno. Era una bella serata calda. Aveva tanto di quell'alcol nel sangue da abbattere un cavallo. Ha perso i sensi nell'acqua bassa.
Le dissi che mi dispiaceva molto, e poi le raccontai che mio padre era morto nello stesso mese di sua madre. Era andato in pensione da appena due settimane, dopo aver atteso con impazienza il suo sessantacinquesimo compleanno senza mai parlare di andare in pensione, ma solo di smettere di insegnare, perch aveva ancora energia da vendere. Non vedeva l'ora di ricostruire la sua collezione di tricotteri e conseguire finalmente il PhD, di imparare il russo e il cinese, di ospitare studenti di scambio stranieri, di comprare un camper che soddisfacesse le esigenze di mia madre per campeggiare con tutti i comfort. Ma la prima cosa che fece fu offrirsi volontario per una missione zoologica di due mesi nelle Filippine. Voleva togliersi lo sfizio di visitare paesi esotici finch io ero ancora abbastanza giovane da trascorrere l'estate a casa, in modo che mia madre non rimanesse sola. Quando lo accompagnai all'aeroporto di Denver, mi disse che mia madre poteva essere difficile, ma se perdevo la pazienza con lei dovevo ricordare che aveva avuto un'infanzia dura e non era in buona salute. Fu un discorso amorevole, e l'ultimo che gli sentii pronunciare. Il giorno dopo, il piccolo aereo su cui viaggiava si schiant contro il fianco di una montagna. Un articolo di quattro paragrafi sul New York Times.
- Che giorno era?
- Il diciannove giugno nelle Filippine. Il diciotto giugno a Denver.
Anabel abbass la voce. -  stranissimo, - disse. - Mia madre  morta lo stesso giorno. Io e te siamo rimasti mezzi orfani nello stesso identico giorno.
Ora mi sembra in qualche modo cruciale che il giorno non fosse veramente lo stesso: sua madre era morta il diciannove. E fino a quel venerd sera non ero mai stato superstizioso. Mio padre aveva condotto una guerra personale contro la sopravvalutazione delle coincidenze; il suo ritornello preferito, che ripeteva in classe e a volte anche a casa, era la dimostrazione, tramite un serio processo di deduzione scientifica, che masticare gomme Juicy Fruit faceva venire i capelli biondi. Ma quando Anabel pronunci quelle parole, dopo un'ora e mezza in cui il mio mondo si era ridotto alle dimensioni della sua voce nell'orecchio - e qui di nuovo mi sembra cruciale che la nostra prima vera conversazione sia avvenuta per telefono, il mezzo che distilla una persona in parole immesse direttamente nel cervello -, rabbrividii come se il mio destino mi avesse raggiunto. Come poteva non essere una coincidenza significativa? La persona interessante che mi aveva dato dello stronzo meno di sei ore prima si stava confidando con me, con la sua bellissima voce, ormai da un'ora e mezza. Mi sembrava incredibile, magico. Quando pass il brivido, ebbi un'erezione.
- Cosa significa, secondo te? - disse Anabel.
- Non lo so. Forse niente. Questo  ci che direbbe mio padre. Anche se...
-  stranissimo, - prosegu Anabel. - Oggi non avevo neanche intenzione di venire nel tuo ufficio. Stavo tornando dalla Barnes Collection, ma questa  un'altra storia, come si possa ancora pensare che occorra vedere Renoir pre, per alla Tyler c' una persona che lo pensa e io ho la sfortuna di frequentare il suo corso, non avendolo frequentato l'anno passato insieme a tutti gli altri. Immaginavo che si potesse fare un'eccezione, ma puoi star certo che ormai nessuno  disposto a fare eccezioni per me. Comunque ero alla stazione Thirtieth Street, e mi sono cos irritata al pensiero di ci che mi avevi fatto che mi sono dimenticata di salire sul treno. E questo mi  sembrato il segno che dovevo venire a cercarti. Perch avevo perso il treno. Non sono mai stata cos immersa in un pensiero da perdere il treno.
- In effetti sembra proprio un segno, - dissi, sollecitato dall'erezione.
- Chi sei tu? - disse Anabel. - Perch  successo tutto questo?
Nello stato in cui mi aveva messo la sua voce non le considerai domande demenziali, ma mi spaventai per la loro seriet. - Sono un americano, nato a Denver, - risposi. E poi aggiunsi, pomposamente: - Saul Bellow.
- Saul Bellow  di Denver?
- No, di Chicago. Mi hai chiesto chi sono.
- Non ti ho chiesto chi  Saul Bellow.
- Ha vinto il premio Pulitzer, - dissi, - e voglio vincerlo anch'io -. Stavo cercando di rendermi un minimo interessante ai suoi occhi, e invece mi sentii un idiota.
- Vuoi fare lo scrittore? - chiese Anabel.
- Il giornalista.
- Allora non devo temere che tu prenda la mia storia e la metta in un romanzo.
- Non succeder.
-  la mia storia. Il mio materiale.  da l che viene la mia arte.
- Certo.
- Ma i giornalisti sono traditori per mestiere. Il tuo piccolo cronista mi ha tradita. Credevo che gli interessasse quel che cercavo di esprimere.
- Quello non  l'unico tipo di giornalista.
- Sto cercando di decidere se mi conviene riattaccare adesso. Se questi sono brutti segni. Tradimento e morte sono brutti segni, no? Forse dovrei chiuderti il telefono in faccia. Sto ricordando che mi hai fatto del male.
Ma naturalmente non riusc a riattaccare.
- Anabel, per favore, - dissi. Era la prima volta che pronunciavo il suo nome. - Voglio rivederti.
La rividi, ma non prima di essere andato a casa di Lucy per un caff annacquato e un dolce di mele cotte con farina d'avena. La casa di Lucy era surriscaldata, e mi sembrava che odorasse di scopate da conigli. - Non devi sentirti in colpa per l'articolo, - mi disse. - Ti avevo chiamato solo per avvisarti che stavi per essere investito da un tornado di rettitudine. Anabel dovrebbe leggere Nietzsche e superare questa cosa del bene e del male. L'unico filosofo di cui parla  Kierkegaard. Te lo immagini, andare a letto con Kierkegaard? Non smetterebbe mai di chiedere: Posso farti questo? Ti piace questo?
- Mi sento in colpa lo stesso, - dissi.
- Mi ha telefonato ieri per parlare di te. Avete avuto una specie di maratona di conversazione, giusto? - Lucy prese ancora un po' di dolce. Non era grassa, ma le ricette salutiste le stavano un po' dilatando guance e cosce. - Mi ha chiesto se eri Buono, con la B maiuscola, e questo potrebbe voler dire che ti vuole nelle sue mutande. Tu hai senz'altro bisogno di entrare nelle mutande di qualcuno, ma non sono sicura che le sue siano quelle giuste. So di cosa sto parlando. Anch'io ero pazza di lei, durante l'ultimo anno alla Choate. Le insegnanti la trattavano con rispetto, e lei non era mai a corto di soldi e aveva questa supermarijuana idroponica. Aveva problemi di relazione, ma non quando si sballava. Alle feste andava fuori di brutto, in modo quasi pericoloso, e poi si scopava qualcuno, e poi si alzava alle sei del mattino e scriveva una tesina di livello universitario. Anch'io sarei andata a letto con lei, ma quando siamo diventate compagne di stanza aveva ormai rinunciato al sesso. Ora ha rinunciato anche alla marijuana.  diventata Santa Anabel. Le voglio ancora bene e mi  dispiaciuto per quell'articolo, ma  stata colpa sua, non avrebbe dovuto parlare con il tuo giornalista. Certe volte se le va proprio a cercare.
- Sta con qualcuno?
- No, da un sacco di tempo, - rispose Lucy. - Le ho chiesto ogni quanto si masturba, e lei si  tutta scandalizzata. Come se non fosse stata una delle ragazze pi scatenate della storia di Choate. Ma credo che quel periodo l'abbia un po' incasinata dal punto di vista sessuale. Era troppo giovane, e si  beccata anche una malattia venerea.  un peccato, ma la conclusione  che non mi sembra una buona candidata per te.
Stavo ancora digerendo quell'informazione quando Lucy mi prese per mano e mi condusse fuori dalla cucina, via dalle torri di utensili incrostati e verso la stanza che condivideva con Bob, il suo ragazzo. Il letto era sfatto, il pavimento cosparso di vestiti. - Ho un nuovo piano, - disse. Appoggi la fronte alla mia e mi spinse indietro fino al letto. - Possiamo cominciare adagio e vedere come va. Cosa ne pensi?
- E Bob?
-  un problema mio, non tuo.
Una settimana prima avrei probabilmente approvato il suo piano. Ma adesso che Anabel era entrata in scena, mi sentivo deluso dal pensiero che il sesso, che nella mia mente aveva assunto proporzioni spaventose, fosse naturale e confortevole come un dolce di mele cotte. Inoltre era inevitabile concludere che Lucy stesse cercando di tenermi lontano da Anabel. Mancava solo che lo dicesse. Dopo esserci sbaciucchiati sulle lenzuola a disegni cachemire per una decina di minuti, le chiesi scusa e mi tirai indietro.
- Per  divertente, non trovi? - disse Lucy. - Avremmo dovuto pensarci mesi fa.
- Molto divertente, - risposi. Per gentilezza, aggiunsi che non vedevo l'ora di rifarlo.
Quanto fu diversa la mia domenica pomeriggio con Anabel. Ci incontrammo al museo d'arte sotto un cielo freddo e grigio. Lei arriv ammantata di opinioni drastiche e di un cappotto di cachemire color cremisi dai bordi neri. Le avevo chiesto di insegnarmi qualcosa di arte, e lei procedette impaziente da una sala all'altra, distribuendo stroncature - che barba, pessima idea, religione bla bla bla, carne e ancora carne - finch non arrivammo a Thomas Eakins. A quel punto si ferm e si rilass visibilmente.
- Eccolo qui, - disse. - Questo  l'unico pittore maschio di cui mi fido. Non mi dispiacciono neanche Corot e le sue mucche. Lui sa cogliere la tristezza dell'essere mucca. E anche Modigliani, ma solo perch una volta ero infatuata della sua arte e avrei voluto potergli fare da modella. Tutti gli altri, te lo giuro, raccontano bugie sulle donne. Anche quando non dipingono donne, anche quando dipingono un paesaggio: sono tutte bugie sulle donne. Anche Modigliani, non so perch lo perdono, non dovrei. Forse perch  Modigliani. Probabilmente  un bene che non l'abbia conosciuto. Pi tardi ti mostrer le pittrici donne della collezione... oh, aspetta -. Sbuff. - Non ci sono pittrici donne. L'intera collezione  una dimostrazione di quel che succede quando non ci sono donne a mantenere sinceri gli uomini. A parte questo qui. Dio, lui s che  sincero.
Il fatto che le piacesse almeno un pittore maschio, che potesse fare un'eccezione, mi sembr un segnale incoraggiante. Era una pessima insegnante di storia dell'arte, ma se si voleva guardare un solo artista in tutto il museo, Eakins non era una cattiva scelta. Anabel mi fece notare la geometria del vogatore e del remo, della barca e dell'onda, e la sincerit di Eakins nel descrivere l'atmosfera della valle del basso Delaware. Ma per lei la cosa pi importante erano i suoi corpi. - Il corpo umano viene rappresentato da migliaia di anni, - disse. - Ormai dovremmo avere imparato a farlo bene. Invece si scopre che  la cosa pi difficile del mondo. Vederlo per come  veramente. Lui non solo lo ha visto, ma  riuscito a dipingerlo. Con tutti gli altri, persino con i fotografi, anzi, soprattutto con i fotografi, c' sempre qualche idea di mezzo. Ma non con Eakins -. Si gir verso di me. - Anche tu ti chiami Thomas, o solo Tom?
- Thomas.
- Mi  concesso dire che sono contenta di non avere il tuo cognome?
- Anabel Aberant.
Ci pens un momento. - A dire il vero, Anabel Aberrant non sarebbe poi cos male. Un po' la mia storia in due parole.
- Ti  concesso di pronunciarlo come vuoi.
Come per dissipare qualunque allusione in codice a un futuro matrimonio, Anabel disse: -  davvero incredibile quanto sembri giovane. Lo sai, vero?
- Purtroppo s.
- Credo che nel caso di Eakins fosse una questione di carattere. Per dipingere con tanta sincerit bisogna avere un buon carattere. Forse aveva problemi con il sesso, ma era un puro di cuore. Tutti dicono che Vincent era un puro di cuore, ma io non ci credo. Aveva il cervello pieno di ragni.
Cominciavo a sentirmi come un insulso fratello minore con il quale Anabel era uscita per fare un piacere al fratello maggiore. Era difficile credere che avesse chiamato Lucy per chiederle informazioni su di me, o che stesse cercando di farmi buona impressione. Mentre andavamo verso l'uscita, osservai che lei e Lucy erano molto diverse.
- Lucy ha una gran bella testa, - disse Anabel. - Era l'unica a Choate in cui potevo scorgere un'ambizione. Voleva girare documentari e cambiare il volto del cinema americano. E adesso la sua ambizione  fare bambini con Bob il Tuttofare. Mi stupirei se gli fosse rimasto un cromosoma intatto, con tutti gli allucinogeni che si  calato.
- Ho l'impressione che lei e Bob abbiano qualche problema.
- Be', spero che si spiccino.
Fiocchi di neve, i primi della stagione, cadevano obliqui sui gradini del museo. A Denver, in una giornata come questa, sarebbero caduti dai quindici ai trenta centimetri di neve, ma a Philadelphia avevo imparato ad aspettarmi che si trasformasse in pioggia. Mentre procedevamo lungo Benjamin Franklin Parkway, il pi desolato dei numerosi viali deprimenti di Philly, chiesi ad Anabel come mai non avesse una macchina.
- Vuoi dire, dov' la mia Porsche? - ribatt lei. -  questo che vuoi dire, vero? Nessuno mi ha insegnato a guidare. E gi che ci sono, casomai ti sia fatto un'idea sbagliata di me, ti dir che sono in procinto di staccarmi dalla mammella della famiglia. Mio padre pagher il mio ultimo semestre, ma poi basta.
- Le figlie non ereditano?
Ignor quella piccola audacia. - I soldi stanno gi rovinando i miei fratelli. Non permetter che rovinino anche me. Ma il motivo non  neppure questo. Il motivo  che sono soldi insanguinati. Il mio conto in banca puzza di sangue, il sangue di un fiume di carne. Ecco cos' la McCaskill, un fiume di carne. Commerciano anche in cereali, ma pure quelli vanno in gran parte ad alimentare il fiume. Oggi probabilmente hai mangiato carne McCaskill per colazione.
- Qui c' una specialit che si chiama scrapple. Dicono che sia fatta con le interiora e gli occhi.
-  l'usanza dei McCaskill, non buttare via niente.
- Credo che in realt sia una pietanza dei tedeschi della Pennsylvania.
- Hai mai visto un allevamento di maiali? O di polli? Un recinto per il bestiame? Un macello?
- Li ho annusati da lontano.
-  un fiume di carne.  l'argomento del film che sto girando per la mia tesi.
- Mi piacerebbe vederlo.
-  inguardabile. Tutti lo odiano, tranne Nola, che  vegana. Nola mi considera un genio.
- Mi ricordi cos' un vegano?
- Nessun prodotto animale di nessun genere. So che anch'io devo prendere quella strada, ma vivo praticamente di toast al burro, perci non  facile.
Ero affascinato da tutto quello che diceva. Sembrava che stessimo andando verso la stazione, e temevo di non riuscire per niente ad affascinarla prima di separarmi da lei.
- Potrei assegnare un articolo sullo scrapple, - dissi. - Per scoprire da dove viene, di cosa  fatto, come vengono trattati gli animali. Potrei scriverlo io stesso. Tutti si lamentano dello scrapple, ma nessuno sa cos'.  la definizione di una buona storia.
Anabel si accigli. - Per l'idea sarebbe mia. Non tua.
- Ma io sto cercando di farmi perdonare.
- Prima di tutto devo scoprire se la McCaskill produce scrapple.
- Ti sto dicendo che viene dai tedeschi della Pennsylvania. E comunque sono io che l'ho tirato fuori.
Anabel si ferm sul marciapiede e mi si par davanti. -  questo che intendiamo fare? Competere? Perch non sono sicura di averne bisogno.
Ero contento che parlasse di noi come se avessimo un potenziale futuro; preoccupato che potessimo essere qualcosa di cui non aveva bisogno. In qualche modo la decisione spettava gi a lei. Senza bisogno di dirlo, il mio interesse era ormai dato per scontato.
- Sei tu l'artista, - dissi. - Io sono solo il giornalista.
Mi scrut con attenzione. - Sei molto carino, - disse, in tono poco gentile. - Non so se fidarmi di te.
- Benissimo, - dissi, risentito. - Grazie di avermi mostrato Thomas Eakins.
- Scusami -. Si copr gli occhi con la mano guantata. - Non offenderti.  solo che d'un tratto mi  venuto un brutto mal di testa e devo andare a casa.
Quando arrivai al campus pensai di chiamarla per sentire come stava, ma la parola carino mi bruciava ancora, e il nostro appuntamento era stato cos diverso da come avevo sperato, cos lontano dal fantastico proseguimento della nostra conversazione telefonica, che l'ago della mia bussola sessuale stava di nuovo oscillando verso Lucy e il suo piano. Negli ultimi tempi mia madre aveva preso ad ammonirmi di non commettere il suo stesso errore, di non perdere la testa per qualcuno quando ero ancora troppo giovane - voleva che pensassi prima di tutto alla mia carriera, e con questo intendeva che dovevo prima arricchirmi e poi scegliere la casa pi costosa, ecc. - e io ero sicuramente lontano dal perdere la testa per Lucy.
Nella mia telefonata della domenica sera a Denver, accennai di essere stato al museo con un'erede della fortuna dei McCaskill. Fu una debolezza, ma sentivo di aver deluso mia madre non procurandomi le giuste amicizie da Ivy League. Di rado le davo notizie che la rallegravano.
- Ti  piaciuta? - mi chiese.
- Devo dire di s.
- Jerry Knox, l'amico di tuo padre, ha trascorso tutta la sua carriera nella McCaskill. Sono noti per i loro altissimi princip morali. Solo in America puoi trovare un'azienda cos...
Mi preparai a un nuovo predicozzo. Da quando mio padre era morto, mia madre era diventata logorroica, come se la verbosit potesse riempire il vuoto della sua vita. Si era anche fatta delle mche grigio-giallastre per sembrare pi vecchia, pi vedovile, ma aveva solo quarantaquattro anni e io speravo che si risposasse, questa volta scegliendo un uomo ricco e di destra, allo scadere del periodo di lutto che le fosse parso adeguato. In realt non si era molto afflitta. Aveva invece usato quel periodo per arrabbiarsi con mio padre e con il modo inutile in cui era morto. Era toccato a me e alle mie sorelle essere sconvolti dall'incidente aereo. Quando era successo avevo gi cominciato a guardare mio padre con occhio pi benevolo, e quando ero arrivato all'auditorium del suo liceo per il servizio funebre e avevo visto la folla straripante di colleghi ed ex studenti, mi ero sentito fiero di essere figlio di un uomo che non aveva mai incontrato nessuno che non volesse apprezzare. Le mie sorelle avevano pronunciato elogi funebri il cui fervore sembrava diretto contro la vedova, che mi sedeva accanto mordendosi il labbro e guardando fisso davanti a s. Al termine della cerimonia aveva ancora gli occhi asciutti. - Era un uomo molto buono, - aveva detto.
Da allora avevo trascorso tre estati sempre pi intollerabili con mia madre. Il lavoro pi remunerativo che ero riuscito a trovare era nella stessa farmacia Atkinson dove lavorava lei. La sera restavo fuori fino a tardi con gli amici, e rientrando dopo mezzanotte trovavo un odore terribile in bagno. Il colon di mia madre ce l'aveva non solo con me, ma anche con le mie sorelle. Cynthia aveva mollato il dottorato per fare la sindacalista nella Central Valley della California; Ellen viveva in Kentucky con un suonatore di banjo dalla barba grigia e insegnava inglese nei corsi di recupero. Entrambe sembravano felici, ma mia madre vedeva solo, e continuava a ripetere, che avevano sprecato il loro talento.
Il lavoro alla farmacia mi era stato procurato da Dick Atkinson, il proprietario della catena. Durante la seconda estate che avevo passato con mia madre, il suo intestino si era aggravato a causa del corteggiamento di Dick. Dick era un uomo gentile e un repubblicano convinto, di cui mia madre aveva sempre ammirato lo spirito imprenditoriale, e secondo me poteva andarle molto peggio. Ma aveva due divorzi alle spalle, e lei, che aveva tenuto duro con mio padre, disapprovava l'abbandono del coniuge e non voleva averci niente a che fare. Dick lo trovava ridicolo e pensava di poter fiaccare le sue resistenze. Alla fine dell'estate, mia madre si era ridotta cos male che il gastroenterologo aveva dovuto prescriverle il prednisone. Qualche mese dopo si era licenziata dalla farmacia. Adesso lavorava, con uno stipendio probabilmente da schiava, nella campagna per il Congresso di Arne Holcombe, un costruttore di palazzi per uffici nella downtown di Denver. Quando ero tornato a casa per la terza estate, la sua salute fisica era migliorata, ma la sua idealizzazione di Arne Holcombe era talmente esagerata, espressa in modo talmente incessante e logorroico, che mi ero preoccupato per la sua salute mentale.
- Cosa dicono i sondaggi? - le chiesi, quando ebbe esaurito l'argomento del contributo della McCaskill alla fibra morale della nazione. - Arne ha qualche possibilit?
- Arne ha condotto la campagna pi esemplare che si sia mai vista nello stato del Colorado, - mi rispose. - Stiamo ancora subendo le conseguenze di un presidente farabutto che ha anteposto al bene pubblico gli interessi dei suoi compari farabutti. Che regalo  stato quello, per quei ruffiani dei democratici e il loro disgustoso coltivatore di arachidi ghignante. Non riesco a capire perch una persona razionale dovrebbe credere che Arne abbia qualcosa a che fare con il Watergate, Tom, non ci riesco proprio. Ma la parte avversa calunnia e ruffianeggia, ruffianeggia e calunnia. Arne non vuole fare il ruffiano. Perch dovrebbe?  davvero cos difficile capire che una persona con venti milioni di dollari e un'azienda florida pu decidere di sporcarsi con la politica del Colorado solo se animata da un senso di responsabilit civica?
- Allora  un no? - dissi. - I sondaggi non vanno bene?
Non riuscivo pi a ottenere una risposta franca da lei. Continu a blaterare dell'onest e dell'integrit di Arne, della forte indipendenza di pensiero di Arne, della ragionevole soluzione imprenditoriale di Arne al problema della stagflazione, e io misi gi il telefono senza sapere cosa dicevano i sondaggi.
Il sabato sera successivo c'era una festa di Halloween a casa di Lucy e Bob. Io e Oswald indossammo giacca e cravatta, occhiali scuri e auricolari e ci presentammo come agenti dei servizi segreti. I numerosi amici di Bob, gente che da quasi dieci anni viveva nei pressi dell'universit dove si era laureata, gente che considerava una dichiarazione politica investire le proprie energie in cose assurde e futili, erano venuti con grossolani costumi concettuali (Io sono il Centro Escluso, ci inform sulla porta un tizio dall'aria seria, incuneato fra due pannelli di polistirolo) e stavano riempiendo l'appartamento di fumo di marijuana. Bob, invece, indossava un paio di corna d'alce per impersonare Bullwinkle, mentre Lucy era vestita da Rocky, la sua spalla. Si era annerita il naso, aveva coperto di cerone marrone il resto della faccia e si era messa un pigiama marrone aderente, con una coda di vera pelliccia animale attaccata sopra il sedere. Zampett verso di noi e ci offr la coda da toccare.
- Dobbiamo proprio? - disse Oswald.
- Sono Rocky, lo scoiattolo volante!
Doveva aver fumato anche lei. Mi sentivo gi in imbarazzo per aver portato con me Oswald, che non aveva pazienza per le buffonate della controcultura. Scrutai il soggiorno in cerca di facce pi giovani e inquiete, e restai sorpreso nel vedere Anabel da sola in un angolo, le braccia saldamente incrociate sul petto. Il suo costume era un non-costume: un paio di jeans e un giubbino di jeans.
Lucy vide dove stavo guardando. - Lo sai da cosa si  vestita? Da persona normale. Capito? Lei pu solo fingere di essere normale.
- Quella  Anabel Laird, - spiegai a Oswald.
- Difficile riconoscerla senza la carta da macellaio.
Anabel mi avvist e spalanc gli occhi con quella sua espressione da impiccata. Era interessante vederla vestita di jeans: su di lei sembrava davvero un costume.
- Vado a parlarle, - dissi.
- No, deve cercare di socializzare, - disse Lucy. -  gi successo alla festa per il giorno della Bastiglia. Gli altri invitati capiscono che vale la pena di parlarle, vengono a chiedermi chi , ma hanno paura di avvicinarsi. Non so perch si scomodi a venire alle feste, se pensa che nessuno sia alla sua altezza.
-  timida, - dissi.
- Diciamo pure cos.
Anabel, vedendo che parlavamo di lei, ci volt le spalle.
- Portaci dalla birra, - disse Oswald.
Lo stavo seguendo in cucina quando Lucy mi afferr la mano e disse che voleva farmi vedere una cosa. Salimmo nella sua stanza. Alla luce violenta del lampadario, sembrava un po' Lucy e un po' un animaletto. Le chiesi cosa volesse mostrarmi.
- La mia coda -. Si gir e scosse la pelliccia. - Non vuoi toccare la mia coda?
A chi non piace toccare una pelliccia? Le accarezzai la coda, e lei indietreggi verso di me, strofinandomi il sedere contro le cosce e staccando la coda. Era un po' eccitante e un po' no. Mi prese le mani e se le port sui seni che ballonzolavano liberi sotto il pigiama, dichiarando: - Sono lo scoiattolino che ama scopare!
- Wow, okay, - dissi. - Ma non hai anche, tipo, degli ospiti?
Lei si gir fra le mie braccia, mi tolse gli occhiali da sole e avvicin la faccia alla mia. Il suo cerone aveva un forte odore di pastelli a cera. - Qualcuno ha mai perso la verginit con uno scoiattolo?
- Chiss, - risposi.
- Dici che vale?
Mi infil la lingua in bocca e mi spinse verso il letto. Scopare con uno scoiattolo dotato di due seni eccitanti sotto il pigiamino non era un'idea priva di attrattive, e stranamente non mi preoccupavo di Anabel; intuivo che venire assalito da un'altra poteva addirittura favorirmi. Ma quando Lucy mi prese la mano e se la infil sotto l'elastico del pigiama, dicendo: Senti che animaletto peloso che sono, non potei fare a meno di vedere la sua sciocchezza attraverso gli occhi sgomenti di Oswald, la cui personalit mi ricordava quella di Anabel, con i suoi giudizi e i suoi occhi da impiccata, e tirai indietro la mano. Mi alzai e mi rimisi gli occhiali. - Scusami, - dissi.
Lucy era troppo programmatica sul sesso per tradire, o forse addirittura per provare, il minimo disappunto. - Non preoccuparti, - disse. - Non dobbiamo fare niente per cui non sei pronto.
Mi sentivo l'odore del cerone sulla faccia; dovevo sembrare uno che aveva mangiato merda. Quando andai in bagno a ripulirmi, scoprii un grosso sbaffo marrone sul colletto della camicia elegante, l'unica che avevo.
Di sotto avevano messo un album dei King Crimson, tra i preferiti di Bob. Anabel non era in vista. Oswald era vicino alla porta d'ingresso insieme al Centro Escluso, che aveva in mano un fascio di opuscoli legati con un elastico.
- Il nostro amico qui ha pubblicato una raccolta di poesie, - mi spieg Oswald.
- La poesia dovrebbe essere gratuita, - disse il Centro Escluso, porgendomi un opuscolo. - Questo te lo regalo.
- Leggi a Tom la prima poesia, - lo esort Oswald. - Mi piace la joie de vivre che sprigiona.
- I miei piedi nudi schiacciano il nero fango della primavera, - recit il Centro Escluso. - La terra  il mio CUSCINO SCOREGGIONE!
- Eccoti servito, - disse Oswald. - Un miracolo di compressione poetica.
- Hai visto Anabel? - chiesi. - Anabel Laird?
-  appena uscita.
- Con un giubbino di jeans?
- Proprio lei.
Corsi fuori in strada. Quando arrivai all'angolo di Market Street, scorsi Anabel all'angolo successivo, ferma ad aspettare il verde. Mi accorsi che era diventata, nel giro di mezz'ora, la persona che pi di ogni altra al mondo speravo di vedere. Doveva aver sentito i miei passi, eppure non mi guard, neppure quando la raggiunsi.
- Come hai potuto andartene? - dissi, ansimando. - Non avevamo ancora parlato.
Anabel tir indietro la testa. - Cosa ti fa pensare che volessi parlarti?
- Sono stato attaccato da uno scoiattolo rabbioso. Scusa.
- Puoi ancora tornare indietro, - disse Anabel. - Mi sembra molto decisa a prenderti. Allora sei tu il problema fra lei e il Tuttofare? L'ho visto con quelle ridicole corna e ho pensato: non si rende neanche conto di quanto  perfetto.
- Possiamo andare da qualche parte? - dissi.
- Io sto andando a casa.
- Va bene. Okay.
- Non posso impedirti di prendere lo stesso treno, per. Se mi segui fino alla porta e me lo chiedi gentilmente, potrei permetterti di sederti in cucina.
- Perch sei venuta alla festa? - dissi. - Sapevi che non ti sarebbe piaciuta.
- Vuoi che risponda che sono venuta perch pensavo di trovare te?
-  cos?
Lei sorrise, sempre senza guardarmi. - Non trarr le conclusioni al tuo posto.
Il suo appartamento era all'ultimo piano di un vecchio edificio ben tenuto, non un posto da studenti, e la sua cucina era un miraggio di pulizia. Si tolse le scarpe sulla soglia e mi chiese di fare lo stesso. Sul tavolo c'erano tre mele perfette dentro una ciotola di ceramica rustica bianca, sul davanzale due volumi dell'Epicuro vegetariano, sul fornello una luccicante padella di rame. C'era anche, sulla parete pi grande, il poster di una macelleria, il grafico di una mucca suddivisa nei vari tagli di carne. Lo osservai, scoprendo dov'erano la punta di petto e la spalla, mentre Anabel usciva dalla cucina e rientrava con una bottiglia dall'aria costosa.
- Qui abbiamo uno Chteau Montrose, - disse. - La vendemmia del mio anno di nascita. Mio padre mi ha mandato una cassa di queste bottiglie per il mio compleanno, e gli farei un favore se mi limitassi a definirlo un gesto insensibile e simbolicamente grottesco, visto come  morta mia madre. Sospetto che il suo vero scopo fosse pi sinistro. Ma non voglio bere da sola, per ovvie ragioni, e Nola  l'unica persona che viene qui, ma con i farmaci che prende non pu bere vino rosso, e cos ne ho ancora dieci bottiglie.  la tua sera fortunata.
- Che ne  stato delle altre due?
- Le ho portate da Lucy per il giorno della Bastiglia.  una delle mie pi vecchie amiche, volevo regalarle qualcosa di carino. Ma  stata troppo riconoscente, non so se mi spiego. Un paio di accenni alla mia straordinaria generosit sarebbero bastati. Quelli in pi sono diventati commenti ostili sui miei privilegi. Non solo sui privilegi: su di me personalmente. Devo dire, so che sei ancora suo amico, ma io sono arrivata al punto in cui mi fa letteralmente rivoltare lo stomaco.
- Anche a me, un pochino, - dissi.
- Lo sai che hai tracce di scoiattolo sul colletto?
- Ci ho messo un po' per respingerla.
- Avrai notato che non ti ho chiesto cosa ci facevi tu alla festa.
- Guarda dove sono adesso, - risposi. - Sono qui, non l.
- Innegabile.
Brindammo, e io le augurai buon compleanno in ritardo. Questo ci port a confrontare le date di nascita. Lei era nata l'otto aprile. Io il quattro agosto.
La simmetria di 8/4 e 4/8 ebbe un effetto potente su Anabel. - Dio santo, - disse, fissandomi come se fossi un'apparizione. - Te lo sei inventato? Il tuo compleanno  davvero il quattro agosto?
I segni erano pi importanti per lei che per me. Per lei volevano dire che tra noi c'era qualcosa di pi di una semplice attrazione, qualcosa nelle stelle, mentre per me servivano soprattutto a confermare la mia attrazione per lei. Quando, riscaldata dal vino, Anabel si tolse il giubbino di jeans, vidi il mio destino non nelle coincidenze calendaristiche, bens nella magrezza delle sue braccia, in quello che fece al mio cuore.
Quella sera, sotto l'effetto del vino e dei segni mistici, Anabel si accinse a migliorarmi. Per stare con lei mi servivano ambizioni migliori. Quando scopr che avevo fatto domanda per la scuola di giornalismo disse: - E poi? Frequenterai per cinque anni il consiglio comunale di Topeka?
-  un'onorata tradizione.
- Ma  questo che vuoi? Cosa vuoi?
- Voglio diventare famoso e potente. Ma prima devo farmi le ossa.
- E se potessi fondare una rivista tutta tua? Cosa ne faresti?
Le risposi che avrei cercato di servire la verit in tutta la sua complessit. Le parlai della famiglia politicamente divisa in cui ero cresciuto, del cieco progressismo di mio padre, della fiducia nelle grandi aziende di mia madre, e di come ciascuno dei due riusciva a evidenziare i punti deboli delle idee dell'altro.
- Potrei raccontare a tua madre un paio di cosette sulle grandi aziende, - disse Anabel in tono cupo.
- Ma neppure l'alternativa funziona. Cos si ottengono l'Unione Sovietica, le case popolari, i Teamster. La verit si trova da qualche parte nella tensione fra i due estremi, ed  l che dovrebbe vivere il giornalismo, in quella tensione.  un po' come se dovessi diventare un giornalista, dopo essere cresciuto in quella famiglia.
- So cosa vuoi dire. Io dovevo diventare un'artista per lo stesso motivo. Ma  per questo che non posso vederti sprecare cinque anni a Topeka o chiss dove. Se sai gi che vuoi servire la verit, dovresti servirla. Fonda una rivista diversa da tutte le altre. N progressista n conservatrice. Una rivista che evidenzi i punti deboli di entrambe le parti.
- The Complicater.
- Bello! Devi ricordartelo. Dico sul serio.
Esaltato dalla sua approvazione, mi sembr quasi possibile poter fondare una rivista chiamata The Complicater. E Anabel si sarebbe messa a parlare del mio futuro, se non avesse pensato di poterne fare parte? Il pensiero di quel futuro, dell'amore che avrebbe racchiuso, gener il pensiero di allungare la mano sul tavolo per toccare la sua. Stavo per farlo quando Anabel si alz.
- Anch'io ho un progetto -. Si avvicin al grafico con i tagli di manzo. - Questo  il mio progetto.
- Mi stavo giusto chiedendo perch una vegetariana avesse il poster di una mucca in cucina.
- Non l'ho ancora elaborato del tutto. E mi ci vorranno quindici anni per completarlo. Ma se ci riesco, sar come la tua rivista: diverso da tutto ci che il mondo ha mai conosciuto.
- Puoi dirmi di cosa si tratta?
- Aspettiamo di vedere se ti rivedr.
Mi alzai e la raggiunsi accanto al grafico. - Devo smettere di mangiare manzo?
Si gir a guardarmi, sorpresa. - S, ora che mi ci fai pensare. Questo sarebbe un requisito.
- E tu, a cosa rinunceresti?
- A un sacco di cose, - disse, indietreggiando verso il tavolo. - Sono diventata brava a stare sola. La cucina ha l'odore che piace a me. Ho un problema con gli odori, sento odori che nessun altro sente. Adesso sento il tuo odore di cerone. Mi piace poter controllare il mio ambiente olfattivo, e quando  tranquillo ascolto meglio i miei pensieri. Non  stato facile diventare una persona che non ha problemi a passare il sabato sera da sola, ma ci ho lavorato, ci sono arrivata, e adesso una parte di me vorrebbe che stasera non fossi uscita. Una parte di me vorrebbe che tu non fossi qui. Ma  come se lo avesse voluto il destino -. Prese fiato e mi guard dritto negli occhi. - Ero ferma all'angolo ad aspettarti, Tom. Ho guardato l'orologio e ho detto che avrei aspettato cinque minuti. E tu sei arrivato dopo quattro. Otto quattro, quattro otto.
Il mio cuore cominci a palpitare. Stavo diventando un segno, stavo perdendo me stesso, e anche se ero ovviamente eccitato all'idea che Anabel mi avesse aspettato, quell'afflusso di sangue all'inguine poteva essere l'erezione che viene a chi sta per essere giustiziato. In quel momento mi sentivo cos.
Mi avvicinai ad Anabel e mi inginocchiai. Non meno forte del desiderio era la speranza, ora sul punto di essere esaudita, di diventare colui che veniva ammesso nel suo mondo privato, di assumere un significato nella storia che lei si stava raccontando. Quando mi pos le mani sulle spalle e s'inginocchi di fronte a me, avvertii l'importanza di quel gesto, e mi sentii eccitato per lei ancora pi che per me. La guardai negli occhi.
Anabel disse: - Questo  il nostro quarto incontro, sai.
- Se conti anche la telefonata.
- Hai intenzione di baciarmi?
- Ho paura, - risposi.
- Ho paura anch'io. Ho paura di te. Ho paura di noi.
Avvicinai la faccia alla sua.
- Chi rompe paga, - sussurr.
Avrei potuto baciarla per tutta la notte. La baciai per tutta la notte. Come si possano trascorrere tante ore solo baciandosi ormai l'ho dimenticato, insieme al resto della mia giovent. E ci furono delle pause, certo. Momenti passati a guardarci negli occhi, a discutere piacevolmente di quando di preciso eravamo diventati inevitabili. Ci fu l'abbondanza dei suoi capelli, l'odore unico della sua pelle, la piccola fessura tra i denti, la periferia fisica con la quale dovevo familiarizzare prima di procedere pi in profondit. Ci furono nuove scuse e piccole confessioni. Ci fu il suo gesto improvviso, folle e divertente di leccare il linoleum, per dimostrarmi che il pavimento della cucina di Anabel Laird era immacolato. Pi tardi ci fu il trasferimento sul divano del soggiorno. Ci fu la porta chiusa della camera da letto dove solo Anabel poteva entrare. Ma pi che altro ci baciammo finch l'alba ci rivel allo sguardo dei nostri occhi arrossati.
Anabel si mise a sedere e si ricompose come un gatto dopo un salto maldestro. - Ora devi andare, - disse.
- Certo.
- Non posso lasciarti entrare tutto in una volta. A quanto pare tu puoi passare da Lucy a me senza perdere un colpo, ma io sono fuori esercizio.
- Non che io sia particolarmente esercitato.
Lei annu con seriet.
- Ho una cosa da confessarti e una da chiederti, - disse. - Devi sapere che Lucy mi ha raccontato delle cose su di te. Avrei voluto urlarle Taci! Taci! Ma lei mi ha detto che sei vergine.
Come odiavo quella parola. Cos fuori moda, oscena e veritiera.
- Be', ecco la mia confessione: per me  importante.  per questo che ti ho aspettato all'angolo. Cio, ti ho aspettato perch volevo vederti. Ma anche perch ho pensato che con te potrei ricominciare. Ti rendi conto di quanto sei pulito?
Avevo le mutande vischiose dopo ore di costante gocciolamento, ma Anabel aveva ragione: io e il mio uccello ci rivolgevamo a malapena la parola. La vischiosit, cos come l'uccello, era un imbarazzo maschile, e non sembrava collegata alla tenerezza che provavo per lei.
- Ma non  questa la mia domanda, - prosegu. - La mia domanda  cosa ti ha detto Lucy di me.
- Mi ha detto - cominciai, scegliendo le parole con cura - che hai avuto brutte esperienze alle superiori e non hai un ragazzo da molto tempo.
Anabel lanci uno strillo. - Dio come la odio. Perch sono rimasta amica di una persona del genere?
- Non m'importa cos'hai fatto a Choate. Non parler pi di te con lei.
- La odio!  un tombino senza grata. Deve sempre abbassare tutto al suo livello. Io so com' fatta. So benissimo cosa ti ha detto di me -. Anabel strizz gli occhi, spingendo fuori lacrime al mascara. - Ora devi andare, okay? Ho bisogno di stare in camera mia.
- Vado, per non capisco.
- Voglio che io e te siamo diversi. Voglio che siamo unici -. Apr gli occhi e mi sorrise timidamente. - Se tu non lo vuoi, pazienza. Sei un bravo ragazzo nato a Denver. Se non vuoi entrare in questa storia, posso capirlo.
Forse le linee di comunicazione tra me e il mio uccello non erano poi cos difettose, perch reagii attirando la sua faccia verso la mia e le sue labbra gonfie contro le mie labbra infiammate. Non posso fare a meno di pensare che se avessimo fatto la cosa pi sensata e ci fossimo messi a scopare l, sul pavimento, forse avremmo vissuto felici insieme. Ma in quel momento tutto si opponeva a quell'idea: la mia inesperienza, i miei dubbi sulle mie motivazioni, lo strano concetto di purezza di Anabel, il suo desiderio di rimanere sola, il mio desiderio di non ferirla. Ci separammo, ansimando, e ci guardammo con aria truce.
- Lo voglio, - dissi.
- Non farmi del male, - ribatt Anabel.
- Non ti far del male.
Tornato al campus, dormii per tutta la mattina e andai in mensa giusto in tempo per prendere qualcosa da mangiare. Trovai Oswald al nostro tavolo preferito, e lui mi salut con dei titoli di giornale.
- Aberant all'amico: goditi la festa.
- Scusa, mi dispiace.
- Aberant dispiaciuto cita summit segreto con Laird.
Scoppiai a ridere e dissi: - Hackett colpevole di attacco verbale contro Laird.
- Dai la colpa a me? - disse Oswald, battendo le ciglia.
- Non pi.
- Ti prego, dimmi che  entrata in gioco la carta da macellaio.
Il numero del luned del DP era un lavoro leggero, perch avevamo tutto il fine settimana per prepararlo. Verso sera lo avevamo gi chiuso, e cos potei chiamare Anabel. Aveva dormito fino alle tre e non poteva avere qualcosa da raccontare, ma il mal d'amore rende degni di narrazione anche i pensieri e i gesti pi insignificanti. Parlammo per un'ora e poi discutemmo se vederci quella sera, visto che non avrei pi avuto un'altra serata libera fino a venerd.
- Ecco che comincia, - disse Anabel.
- Cosa?
- Le tue importanti responsabilit, le mie attese. Non voglio essere la persona che aspetta.
- Sono io quello che dovr aspettare fino a venerd sera.
- Tu sarai impegnato, io aspetter.
- Non hai da lavorare?
- S, ma questa sera  la mia unica possibilit di far aspettare te. Voglio proporti un piccolo assaggio di come sar per me.
Se quel ragionamento me lo avesse fatto chiunque altro avrei potuto perdere la pazienza, ma anch'io volevo che noi due fossimo unici. Prolungare un disaccordo essenzialmente semantico per mezz'ora, come poi facemmo, non mi frustrava. Mi conduceva pi a fondo all'interno della sua singolarit, di quella che presto sarebbe stata la nostra singolarit congiunta. Significava continuare a sentire la sua voce nell'orecchio.
Quando finalmente raggiungemmo il compromesso di andare a bere qualcosa a Center City - da dove immaginavo di seguirla nuovamente a casa e stavolta ottenere l'accesso alla sua camera da letto, ottenere il permesso di mettere le mani su parti pi emozionanti del suo corpo, forse addirittura ottenere tutto ci che volevo, sempre che lei lo volesse altrettanto - consumai una rapida cena e poi andai nella mia stanza a leggere Hegel per un'ora. Mi ero appena seduto quando ricevetti la telefonata di mia sorella Cynthia.
- Clelia  in ospedale, - disse. - L'hanno ricoverata ieri, verso mezzanotte.
Ero talmente assorbito da Anabel che il mio pensiero fu: il nostro primo bacio  stato verso mezzanotte. Era come se in qualche modo mia madre lo avesse saputo. Cynthia spieg che mia madre era rimasta in bagno per quattro ore con la febbre sempre pi alta, incapace di alzarsi dal water. Alla fine era riuscita a telefonare al suo gastroenterologo, il dott. Van Schyllingerhout, che era abbastanza all'antica da visitare a domicilio, e abbastanza affezionato a mia madre da visitarla alle undici del sabato sera. Le aveva diagnosticato non solo un'infiammazione intestinale acuta, ma anche un forte esaurimento nervoso: mia madre, nel suo delirio, continuava a difendere Arne Holcombe da qualche ignota accusa.
- Ho appena telefonato al responsabile della campagna elettorale, - disse Cynthia. - A quanto pare Arne ha mostrato i genitali a una dello staff.
- Dio mio, - dissi.
- Hanno cercato di nasconderlo a Clelia, ma qualcuno glielo ha detto. Lei ha dato un po' i numeri. Ventiquattr'ore dopo non  pi riuscita ad alzarsi dal water, neanche per chiedere aiuto.
Cynthia sperava che potessi andare a Denver. Lei quel venerd aveva un importante voto sindacale, ed Ellen era ancora furibonda con mia madre per un suo commento sui suonatori di banjo (la posizione di Ellen, da allora in poi, sarebbe sempre stata: si comporta da stronza, e poi non  nemmeno mia madre). Cynthia non aveva mai completamente smesso di dubitare della mia moralit, anche se in modo amichevole, e probabilmente temeva gi (a ragione) di doversi accollare il sostegno emotivo della matrigna. Acconsentii a chiamare l'ospedale.
Prima, per, chiamai Anabel, e per fortuna la raggiunsi prima che uscisse per venire a incontrarmi. Le spiegai la situazione e le chiesi se non volesse venire da me al pensionato universitario. La sua risposta fu un silenzio di tomba.
- Mi dispiace, - dissi.
- Ora capisci cosa intendo quando dico che sta cominciando, - disse Anabel.
- Ma questa  una vera emergenza.
- Cerca di immaginarmi nel tuo pensionato. Tutti gli occhi su di me. L'odore di quelle docce. Mi ci vedi a fare una cosa del genere?
- Mia madre  all'ospedale!
- Mi dispiace, - rispose, in tono pi gentile. - Per mi secca che sia successo proprio ora.  come se ogni cosa fosse un segno. So che non  colpa tua, ma sono delusa.
La consolai per quasi un'ora. Credo che fosse la prima volta che parlavo davvero male di mia madre; fino a quel momento era stata solo una fonte d'imbarazzo che tenevo per me. Probabilmente volevo dimostrare ad Anabel che ero devoto solo a lei. E Anabel, bench si identificasse con la propria madre sofferente, non solo non disse nulla in difesa della mia, ma mi aiut a inasprire i miei motivi d'insoddisfazione. Gemette quando le dissi che mia madre era abbonata a Town & Country, che disdegnava i tovaglioli di carta e a ogni pasto tirava fuori quelli di stoffa con il portatovagliolo, e che il suo ideale di grande magazzino chic era Neiman Marcus. - Devi dirle - afferm - che la gente che lei ammira va a New York a fare shopping da Bendel -. Anabel poteva anche aver rinunciato ai suoi privilegi, ma li difendeva ancora dai parvenu. Quando ripenso al suo snobismo, cos innocentemente crudele, mi sembra giovanissima, e io ancora pi giovane per l'esaltazione che provavo a usare quello snobismo contro mia madre.
La voce che arrivava da Denver era roca e impastata dai sedativi. - La tua stupida vecchia madre  in ospedale, - disse. - Gli  bastata un'occhiata, al dotto' Schan... Vyllingerhout... La porto all'ospedale.  un uomo meraviioso, Tom. Ha inte'otto la pa'tita a bridge per me, il sa'ato sera gioca a bridge... Non ne fanno pi di medici cos. Potre'e smette'e di lavorare... ha sessan'asei anni. Un vero arissocratico, forse ti ho detto che la sua famiglia... famiglia antica, Belgio. Il sa'ato sera lascia la pa'tita a bridge per venire da una stupida vecchia come me. Una visita a domicilio di sa'ato sera. Dice che miiorer, di non a'endermi finch non miioro. Sinceramente, sono cos sco'aggiata da questa stupida vecchia... Lui  proprio il mio salvatore.
Era incoraggiante vedere che stava gi passando da Arne Holcombe al dott. Van Schyllingerhout. Le chiesi se voleva che andassi a trovarla.
- No, teso'o. Sei gentile a chiedermelo, ma tu hai la tua rivista. Da dirige'e... il tuo giornale, cio. Sono tanto fie'a che tu sia caporedattore. Questo fa' colpo su... sulle facolt di legge.
- E ancora di pi su quelle di giornalismo.
- Sono contenta di sape'ti con i tuoi amici raffinati, intere'anti, ambiziosi... tutte le tue brillanti prossettive. Non devi per fo'za venire a trovare questa stupida vecchia. Meiio che non mi vedi cos. Non sono al massimo... potrai venire quando sta' meiio.
Non sono fiero di aver approfittato di quel permesso di non andare a trovarla, accordato sotto l'effetto dei sedativi. Mia madre voleva sinceramente che avessi la mia vita, ma ci non rende meno oltraggiosa la mia paura di starle vicino, di rimanere coinvolto nella sua malattia e convalescenza, e avrei dovuto sapere - lo sapevo, ma fingevo di non saperlo - che Cynthia, che era un'ottima persona come nostro padre, avrebbe preso il mio posto e sarebbe andata a Denver con il suo pulmino VW dopo il voto sindacale.
Comunque non ci pensai pi di tanto. La mia testa era una radio che trasmetteva Anabel su ogni frequenza. Se avessi visto la sua foto sulle pagine di una rivista, qualunque rivista al mondo, l'avrei indicata dicendo: questa. Nessuna frase poteva fermarmi il cuore come HA CHIAMATO ANABEL sulla bacheca dei messaggi in ufficio (mai ANNABELLE. Era vanitosa riguardo al proprio nome, e lo sillabava a chiunque prendesse il messaggio). Ci sentivamo tutte le sere, e l'interferenza del DP cominciava a darmi fastidio. Smisi di mangiare manzo e quasi tutto il resto; ero sempre un po' nauseato. Oswald cercava di proteggermi, ma io ero un po' nauseato da tutto, anche dal mio migliore amico. Volevo solo Anabel Anabel Anabel Anabel Anabel. Era bella e intelligente e seria e divertente ed elegante e creativa e imprevedibile e io le piacevo. Oswald richiam delicatamente la mia attenzione sugli indizi di una sua probabile follia, ma mi mostr anche un articolo apparso sulle pagine di economia del New York Times: la McCaskill, che nuotava ancora negli utili dopo le vendite di cereali sovietici, aveva un valore stimato di ventiquattro miliardi di dollari, e il suo dinamico presidente, David M. Laird, stava aggressivamente espandendo le operazioni all'estero. Feci qualche calcolo su David - cinque per cento, quattro eredi - e arrivai a una cifra di trecento milioni di dollari per Anabel, che mi aument ulteriormente la nausea.
Dovetti vederla ancora tre volte prima che mi lasciasse entrare in camera da letto. Aveva senz'altro tenuto conto del numero quattro, ma c'era anche una curiosa circostanza che scoprii qualche ora dopo l'inizio del nostro terzo incontro a due, quando, dopo essere uscito vittorioso da una lotta prolungata contro paure ed esami di coscienza femministi, osai infilare la mano sotto il suo vestito di velluto color porpora. Quando le mie dita raggiunsero finalmente le mutandine e toccarono la fonte di calore fra le gambe, lei trasal e disse: - Non cominciare.
Ritirai subito la mano. Non volevo farle del male.
- No, va bene, - disse, baciandomi. - Voglio che mi tocchi. Ma per te, non per me. Per me non cominciare.
Sfilai la mano dal vestito e le accarezzai i capelli, per dimostrarle che non avevo fretta, che non ero egoista. - Perch no? - dissi.
- Perch non funzionerebbe. Non stasera.
Si drizz a sedere sul divano, stringendosi le mani unite fra le ginocchia. Mi fece promettere che, qualunque cosa fosse accaduta, non avrei rivelato a nessuno quello che doveva raccontarmi. Da quando aveva tredici anni, disse, le sue mestruazioni erano in perfetta sincronia con le fasi lunari. Era una cosa stranissima: cominciavano sempre nove giorni dopo la luna piena. Anche se fosse rimasta intrappolata in una grotta per anni, prosegu, avrebbe comunque saputo in quale giorno del calendario lunare si trovava. Ma c'era una cosa ancora pi strana: da quando aveva avuto la sua infelice malattia alle superiori (disse proprio cos: la mia infelice malattia), poteva raggiungere il piacere solo nei tre giorni del plenilunio, per quanto ci provasse anche negli altri giorni del mese. - E ci ho provato, credimi, - disse. - Alla fine di quello che stavi cominciando c' solo frustrazione.
- Stasera c' mezza luna.
Lei annu e si gir a guardarmi con gli occhi pieni di timore, di quello che interpretai come il commovente timore di essere strana o danneggiata, o quello, ancora pi commovente, di avermi disgustato. Ma io non ero disgustato. Ero emozionato all'idea che si fosse confidata con me, e che mi desiderasse tanto da temere di disgustarmi. Mi sembrava di non avere mai sentito nulla di cos sorprendente e unico: in perfetta sincronia con le fasi lunari!
Si sent sicuramente sollevata dall'ardore con cui la baciai e la rassicurai, perch il suo vero timore derivava dall'ovvio corollario della sua confessione: se mi impegnavo a un'assoluta reciprocit, a non fare niente che lei non potesse condividere su un piano paritario, nel migliore dei casi avrei scopato tre giorni al mese. Anabel credeva che quel corollario fosse chiaro. Invece non lo era affatto. Ma anche se lo fosse stato, in quel momento tre giorni al mese mi sarebbero sembrati un grande risultato (e in seguito, quando eravamo sposati, finirono per sembrarmi davvero un grande risultato, col senno di poi).
Una settimana dopo, arrivando alla stazione Thirtieth Street in anticipo per il mio treno Septa, ebbi l'impulso di comprarle qualcosa in onore del nostro quarto appuntamento. Scesi al negozio di libri e riviste nella speranza che avessero una copia di Augie March, che Oswald mi aveva insegnato a considerare il pi bel romanzo di uno scrittore americano vivente, ma non l'avevano. Invece il mio sguardo venne attratto da un animale di peluche, un piccolo toro nero con due tozze corna di feltro e gli occhi assonnati. Lo comprai e lo misi nello zaino. Sul treno, mentre attraversavo lo Schuylkill, vidi la luna piena che indorava le nuvole di bel tempo sopra Germantown. Ormai ero talmente rimbecillito che la luna mi sembrava una propriet privata di Anabel, qualcosa che potevo toccare e che avrei presto toccato.
In cucina, Anabel, con indosso un favoloso abito nero, apr un'altra bottiglia di Chteau Montrose. - Questa  l'ultima, - disse. - Ho regalato le altre otto agli ubriaconi dietro il negozio di liquori.
Otto e quattro, dappertutto otto e quattro.
- Ti avranno presa per un angelo, - dissi.
- No, in realt mi hanno dato il tormento perch non avevo un cavatappi.
Mi aspettavo una notte assolutamente magica, e invece litigammo per la prima volta. Senza riflettere feci un'allusione scherzosa ai soldi di suo padre, e lei si stizz, perch dovunque andasse era la ragazza ricca odiata da tutti, e io non dovevo scherzarci sopra, e lei non poteva stare con me se la pensavo cos, odiava gi abbastanza quei soldi senza che io glieli ricordassi, era gi immersa fino al collo nel sangue di cui erano intrisi. Dopo essermi scusato invano per la decima volta, tirai fuori un po' di carattere e mi arrabbiai. Se non voleva essere considerata la ragazza ricca, forse doveva smetterla di indossare un nuovo abito di Bendel ogni volta che ci vedevamo! Anabel, sconvolta dalla mia rabbia, mi guard strabuzzando gli occhi da cerva. Rovesci il suo bicchiere nel lavandino, e poi l'intera bottiglia. Per mia informazione, lei non comprava un vestito nuovo dall'ultimo anno della Brown, ma questo chiaramente non m'importava, perch chiaramente mi ero fatto la mia idea su di lei, e avevo trascinato la mia idea sbagliata in quella che avrebbe dovuto essere una serata perfetta. Era tutto rovinato. Tutto. E cos via. Infine usc come una furia dalla cucina e si chiuse in bagno.
Rimasto solo, mentre ascoltavo il rumore della doccia, ebbi il tempo di ripercorrere le fasi del nostro litigio, e mi sembr di aver parlato da vero stronzo. Venni afferrato dal mio vecchio senso di ineluttabile scorrettezza maschile. La mia unica speranza di purificazione era dissolvere il mio ego in quello di Anabel. Non c'era altra possibilit. Solo lei poteva salvarmi dall'errore maschile. Quando Anabel usc dal bagno, con indosso un grazioso pigiama di flanella bianco dai bordi azzurri, ero ormai scosso dai singhiozzi.
- Oh, caro, - disse, inginocchiandosi ai miei piedi.
- Ti amo. Ti amo. Scusami. Ti amo davvero.
Avevo parlato con patetica sincerit, ma il mio uccello stava origliando dentro i pantaloni di velluto a coste e si rianim. Anabel mi appoggi i capelli umidi e la guancia sul ginocchio. - Ti ho ferito?
-  stata colpa mia.
- No, avevi ragione, - disse. - Sono debole. Amo i miei vestiti. Ho intenzione di rinunciare a tutto, ma non so ancora rinunciare ai miei vestiti. Ti prego, non pensare male di me. Non volevo ferirti.  solo che questa sera era necessario che litigassimo. Era un test che dovevamo superare.
- Amo i tuoi vestiti, - dissi. - Amo vederteli addosso. Sono cos innamorato di te che mi sento male.
- Posso smettere di indossarli in pubblico, - disse. - Li indosser solo con te, e allora non significheranno pi niente, perch tu saprai che  solo perch non sono ancora abbastanza forte.
- Non voglio essere la persona che ti proibisce di fare qualcosa.
Mi baci sul ginocchio con gratitudine. Poi vide il rigonfiamento nei calzoni.
- Scusa, - dissi. -  imbarazzante.
- Non sentirti in imbarazzo. Voi ragazzi non potete farci niente. Vorrei solo poter disimparare tutto quello che so sull'argomento, per te.
Poi mi sugger di fare la doccia, cosa che sembrava del tutto ragionevole, visto che l'aveva fatta anche lei. Dopo essermi asciugato con uno dei suoi lussuosi asciugamani mi rivestii da capo a piedi, per non sembrare troppo audace. Quando uscii dal bagno, trovai l'appartamento illuminato solo dalla luna. La porta della camera da letto, che era sempre stata chiusa, adesso era leggermente aperta.
Mi avvicinai e mi fermai sulla soglia, con le orecchie piene del suono del mio cuore, che sembrava martellare per l'impossibilit di quanto mi era successo. Nessuno entrava nella stanza di Anabel, eppure lei aveva lasciato la porta aperta per me. Per me. La mia testa era cos piena di implicazioni che temevo esplodesse, come farebbe il mondo se incontrasse un'impossibilit. Era come se non esistesse nessuno, come se nessuno fosse mai esistito, tranne noi due. Spinsi la porta.
La camera da letto era un sogno di purezza nell'intensa luce monocroma della luna. C'era un alto letto a baldacchino, dove Anabel era sdraiata su un fianco sotto una trapunta di calic. C'erano tende trasparenti alle finestre dell'abbaino, un tappeto amish sul pavimento, una sedia e una scrivania dalle gambe sottili (quest'ultima vuota, tranne che per l'orologio e gli orecchini che Anabel indossava fino a poco prima), e un alto com d'antiquariato con sopra una striscia di pizzo. Sul com c'erano un orsacchiotto logoro e un asinello senza occhi, altrettanto logoro. Alla parete erano appesi un paio di quadri senza cornice, uno con un cavallo in un'inquietante prospettiva ravvicinata, l'altro con una mucca in una prospettiva simile, entrambi dall'aria incompiuta, con le chiazze di tela nuda che erano la cifra dell'arte di Anabel. La stanza, nella sua essenzialit, sembrava uscita dal Kansas rurale dell'Ottocento, soprattutto al chiaro di luna. Gli animali mi ricordarono che non le avevo dato il suo regalo.
- Dove vai? - mi chiam, in tono lamentoso, quando andai a recuperare lo zaino.
Tornai indietro con il torello di peluche e mi sedetti sul bordo del letto, come un padre con la sua bambina. - Mi ero dimenticato di averti comprato un regalo.
Si drizz a sedere con il suo pigiamino e prese il toro. Per un istante pensai che lo avrebbe odiato; che sarebbe ridiventata l'Anabel minacciosa di prima. Ma lei non era quell'Anabel in camera da letto. Sorrise al toro e disse: - Ciao, piccolo.
- Ti piace?
-  perfetto. Non mi regalavano un animale da quando avevo dieci anni -. Lanci un'occhiata al com. - Gli altri ormai non mi parlano pi, sono troppo consumati -. Accarezz il toro. - Come si chiama?
- Non Ferdinando.
- No, non Ferdinando. Solo Ferdinando  Ferdinando.
Non so perch mi salt in mente il nome Leonard, ma lo dissi.
- Leonard? - Anabel lo guard negli occhi assonnati. - Sei Leonard? - Gir il suo muso di peluche verso di me. -  Leonard?
- S, sono Leonard, - risposi, con l'accento belga del gastroenterologo di mia madre.
- Non sei un toro americano, - disse Anabel in tono civettuolo.
Leonard spieg, tramite me, che veniva da un'antica famiglia di bovini aristocratici belgi, e che una serie di sventure lo aveva condotto fino alla stazione Thirtieth Street, in gravi difficolt economiche. Salt fuori che era un terribile snob, inorridito dalla bruttezza di Philadelphia e dalla pacchianeria dell'America, e felicissimo di entrare alle dipendenze di Anabel, alla quale si sentiva affine.
Anabel era estasiata, e io ero estasiato di averla estasiata. Avevo anche paura di mettere gi Leonard, paura di quel che sarebbe venuto dopo, e ora so che non avrei potuto trovare un modo migliore per farla sentire al sicuro che giocare con un animale di peluche nella sua stanza da bambina. Per puro caso avevo scoperto come essere perfetto per lei. Quando, dopo avere finalmente congedato Leonard, Anabel mi attir sopra di lei, nei suoi occhi c'era uno sguardo nuovo, lo sguardo non occultabile e non falsificabile di una donna seriamente innamorata. Non  una cosa che un uomo vede tutti i giorni.
Vorrei poter ricordare la sensazione di venire preso da lei, o forse  pi corretto dire che vorrei poter tornare a quel momento come la persona che sono adesso, poter provare quella trepidante meraviglia ma avere anche sufficiente esperienza per apprezzare la sensazione di essere dentro una donna per la prima volta; per godermela, insomma. Ma c' da dire che nemmeno il primo sigaro o la prima birra avevo saputo godermi. La bellezza di Anabel nuda mi faceva letteralmente male agli occhi, ed ero pieno di mille preoccupazioni. Se ricordo qualcosa di quel momento,  la sensazione sognante di entrare in una stanza dove due figure si trovavano da sempre, due figure che si conoscevano bene e che stavano parlando di cose realistiche da adulti di cui io non sapevo nulla, due figure indifferenti al mio ingresso tardivo. Quelle figure erano le due cose vividamente collocate l sotto, il mio uccello e la fica di Anabel. Io ero il giovane terzo escluso, Anabel era una lontana quarta. Ma forse lo avevo sognato davvero, in un altro momento.
Quello che ricordo bene  come Anabel reag alla luna piena, venendo ancora e ancora. Io ero troppo imbranato per continuare a penetrarla come avrei voluto, ma lei mi mostr modi alternativi. Sembrava inconcepibile che una simile macchina del piacere non potesse venire in altri periodi del mese, ma esperienze successive lo avrebbero confermato. Veniva quasi in silenzio, senza gridare. Nella luce pi calda dell'alba mi confess che a volte, durante i suoi anni di castit ormai conclusi, aspettava il giorno migliore e lo passava tutto in camera da letto a masturbarsi. Immaginando il suo splendido, interminabile piacere solitario, desiderai di poter essere lei. Poich non potevo, la scopai dolorosamente per la quarta e ultima volta. Poi dormimmo fino al pomeriggio, e per non sprecare il plenilunio rimasi nel suo appartamento per altri due giorni, nutrendomi solo di toast imburrati. Quando infine tornai al campus, mi licenziai dal DP e lasciai il posto a Oswald.
Mia madre mi aveva avvertito che le alte dosi di prednisone prescritte dal dott. Van Schyllingerhout le avevano gonfiato la faccia, ma rimasi comunque di stucco quando andai a prenderla all'aeroporto. La sua faccia era una grassa, spaventosa caricatura di se stessa, un'orribile luna di carne con le guance cos gonfie che la costringevano a tenere gli occhi socchiusi. Mi rivolse delle scuse pietose. Disse che era disgustata di trovarsi in quello stato per una cerimonia di laurea della Ivy League a cui teneva tanto.
Le risposi di non preoccuparsi, ma ero disgustato anch'io. Per quanto ci ripetiamo che una faccia  solo una faccia, che non c'entra niente con il carattere della persona, siamo cos abituati a usarla per giudicare la gente che  difficile rimanere imparziali quando ne vediamo una deforme. La nuova faccia di mia madre respingeva tutta la compassione che avrebbe dovuto suscitarmi. Quando attraversai il Green per accompagnarla alla cerimonia di insediamento della Phi Beta Kappa, mi sembrava di portarmi appresso un segreto vergognoso, uno spaventapasseri con la testa di zucca e un tailleur-pantalone a quadri. Evitai tutti gli sguardi, e dopo averla depositata su una poltrona in College Hall dovetti farmi forza per allontanarmi senza mettermi a correre.
Dopo la cerimonia le regalai la chiave della Phi Beta Kappa, con la netta sensazione di stare comprando la mia libert (lei la port appesa a una catenina d'oro per il resto dei suoi giorni). La lasciai nella sua stanza al Superblock perch si desse una rinfrescata - c'era un'afa massacrante - mentre io e Oswald preparavamo le nostre camere per una festa a base di vino e formaggio. Avevo concepito la festa come un modo per presentare mia madre ad Anabel in un contesto rilassato. Anabel temeva quel momento, ma mia madre non ne aveva motivo. Disapprovava Anabel senza nemmeno averla conosciuta, e io ero stato troppo vigliacco per dirle che Anabel sarebbe venuta alla festa.
In novembre avevo immaginato che mia madre sarebbe stata contenta di sapermi in una relazione ufficiale con un'erede dei McCaskill. Ma mia sorella le aveva raccontato come ci eravamo conosciuti. Cynthia aveva trovato divertente la storia della carta da macellaio, mentre mia madre ci aveva visto solo stravaganza, femminismo radicale e nudit pubblica. Nelle sue tirate settimanali aveva promulgato una nuova, antipatica distinzione tra ricchezza imprenditoriale e ricchezza ereditaria. Inoltre sospettava giustamente che avessi lasciato il posto di redattore esecutivo a causa di Anabel. Le avevo spiegato che volevo sviluppare le mie competenze giornalistiche - stavo scrivendo, con la benedizione di Anabel, un importante pezzo sullo scrapple - ma l'odore dei nostri atti sessuali arrivava fino a Denver. Quando ero andato a casa per Natale e l'avevo informata che non solo ero diventato vegetariano, ma sarei tornato a Philly dopo appena una settimana, il suo colon aveva avuto una brutta ricaduta.
Non voglio far credere di essermi messo con Anabel senza sapere a cosa andavo incontro, o senza cercare di evitarlo. Per tre giorni di ogni mese lunare sembravamo una coppia di tossici che si erano procurati la roba pi buona del mondo, ma per gli altri venticinque dovevo vedermela con i suoi malumori, le sue scenate, la sua sensibilit, i suoi giudizi, i suoi sentimenti cos facili da ferire. In realt non si trattava di vere e proprie liti o discussioni, ma pi che altro di interminabili analisi di qualunque torto le avessimo fatto io o altri. La mia intera personalit si riorganizz per difendere la sua tranquillit e per difendere me stesso dai suoi rimproveri. Si potrebbe descriverla come un'autocastrazione, ma in realt somigliava pi a una dissoluzione dei confini dei nostri ego. Imparai a sentire ci che lei sentiva, lei impar a prevedere i miei pensieri, e cos' pi intenso di un amore senza segreti?
- Due parole sul gabinetto, - mi disse un giorno, durante i primi tempi.
- Alzo sempre la tavoletta, - risposi.
-  questo il problema.
- Credevo che il problema fossero quelli che pensano di poter centrare la tazza con la tavoletta abbassata.
- Per fortuna non sei uno di quelli. Ma c' uno schizzo.
- Pulisco anche il bordo.
- Non sempre.
- Okay, c' un margine di miglioramento.
- Ma non  solo sul bordo.  sul sotto del bordo e sulle piastrelle. Goccioline.
- Pulir anche l.
- Non puoi pulire il bagno tutte le volte. E non mi piace l'odore di urina vecchia.
- Sono un maschio! Cosa dovrei fare?
- Sederti? - sugger timidamente.
Sapevo che non era giusto, non poteva essere giusto. Ma lei si sent offesa dal mio silenzio e divent silenziosa a sua volta, in un modo pi angoscioso, con un'espressione gelida negli occhi, e per me la sua offesa vinceva sul fatto di essere nel giusto. Le dissi che sarei stato pi attento o avrei cominciato a sedermi, ma lei si accorse che ero risentito, che mi sottomettevo con riluttanza, e non poteva esserci pace nella nostra unione a meno che non fossimo realmente d'accordo su tutto. Cominci a piangere, e io cominciai la lunga ricerca delle cause pi profonde della sua angoscia.
- Io devo sedermi, - disse infine. - Perch tu no? Non posso non vedere i tuoi schizzi, e ogni volta che li vedo penso a com' ingiusto essere donna. Tu non ti rendi conto di quanto sia ingiusto, non ne hai la pi pallida idea.
Il pianto divent torrenziale. Il solo modo che avevo per farla smettere era trasformarmi, di punto in bianco, in una persona che considerava altrettanto ingiusto il fatto di poter pisciare in piedi. Apportai questa rettifica alla mia personalit - e centinaia di altre simili - nei primi mesi della nostra relazione, e da quel momento pisciai seduto ogni volta che Anabel poteva sentirmi (quando non mi sentiva, per, le pisciavo nel lavandino. La parte di me che si comportava cos era quella che alla fine ci rovin come coppia e mi salv come individuo).
In camera da letto, Anabel era pi indulgente sulle nostre differenze. Fu senz'altro un giorno triste quando trasse le conclusioni al mio posto e mi spieg che non potevamo avere rapporti se solo uno di noi provava piacere. Su mio suggerimento, dopo ore di discussioni e silenzi penosi, ci provammo comunque, e io dovetti subire il rimorso di vederla singhiozzare quando venni dentro di lei. Le chiesi se non avesse provato nessun piacere, e lei rispose singhiozzando che la frustrazione aveva superato il piacere. Ripetemmo da capo l'intera conversazione sull'ingiustizia, ma questa volta riuscii a farle notare che lei, per sua stessa ammissione, non era normale, e perci in quel caso non si trattava di uno squilibrio strutturale fra i generi. Alla fine, poich mi amava, e probabilmente temeva che la lasciassi per una persona pi normale, accett di trovare nuove soluzioni per me. Erano metodi un po' strani ma molto creativi, e per qualche tempo anche soddisfacenti. Prima dovevo farmi la doccia, poi dovevamo conversare con Leonard e sentire il suo divertente punto di vista da toro belga sulle notizie del giorno, poi ci spogliavamo, e poi lei - non c' altro modo per spiegarlo - giocava con l'uccello. A volte l'uccello era una telecamera che le passava lentamente sul corpo, soffermandosi sulle sue parti preferite. A volte lo avvolgeva nella sua fresca, serica chioma e lo mungeva. A volte se lo strofinava sulla faccia finch lui non gliela bagnava, come un soffione della doccia. A volte lo prendeva in bocca, alzando gli occhi per guardarmi solo quando inghiottiva. Era affezionata all'uccello nello stesso modo in cui era affezionata a Leonard. Mi diceva che era carino come me. Sosteneva che il mio seme odorava di pulito, molto pi di altri che aveva avuto la sfortuna di annusare. Ma la cosa pi strana, col senno di poi, era che lo considerava sempre separato da me. Non le piaceva che la baciassi mentre lo toccava; preferiva che non la sfiorassi neppure finch non aveva finito. E mi accorsi che nel frattempo contava. Quando tornava la luna piena a ripristinare la normalit, Anabel mi informava quando un suo orgasmo aveva pareggiato i conti per quel mese. E allora andava tutto bene. Eravamo di nuovo una cosa sola.
Ci furono altre due crisi degne di nota. La prima quando venni ammesso alla scuola di giornalismo dell'Universit del Missouri, un'ottima scuola per la quale mia madre mi aveva esortato a candidarmi perch non costava troppo e non era lontana da Denver. Potevo anche essere cotto di Anabel, e potevo anche essermi rivoltato contro la mia mascolinit perch ostacolava l'unione delle nostre anime, ma la parte maschile di me esisteva ancora e si rendeva perfettamente conto che Anabel era strana, che io ero giovane, e che la dieta vegetariana non andava d'accordo con il mio stomaco. Immaginavo di riorganizzarmi in Missouri, di diventare un giornalista tosto e ambizioso e di assaggiare qualche altra ragazza prima di decidere se impegnarmi per sempre con Anabel. Commisi l'errore di darle la notizia del Missouri la notte prima del plenilunio. Cercai di attirarla in camera da letto, ma lei si chiuse nel silenzio. Solo dopo ore di musi ed esortazioni, ore che avremmo potuto trascorrere a letto, Anabel mi chiar l'assoluta spregevolezza maschile del mio pensiero. Non si lasci sfuggire nulla. - Te ne starai laggi a fare la tua bella vita da giornalista, sarai felice di non essere con me, e io sar qui ad aspettare, - disse.
- Potresti venire con me.
- Mi ci vedi a vivere a Columbia, Missouri? Come la tua ragazza a rimorchio?
- Potresti stare qui e lavorare al tuo progetto. Sono solo due anni.
- E la tua rivista?
- Come faccio a fondare una rivista senza soldi e senza esperienza?
Lei apr un cassetto e tir fuori un libretto degli assegni.
- Questo  quello che ho, - disse, indicando una cifra di circa quarantaseimila dollari sul conto di risparmio. La guardai mentre scriveva un assegno di ventitremila dollari nella sua elegante calligrafia d'artista. - Vuoi stare con me ed essere ambizioso? - Strapp l'assegno e me lo porse. - O vuoi andare in Missouri con tutti gli altri scribacchini?
Non le feci notare che i grandi gesti con gli assegni non sono molto significativi se compiuti dalla figlia di un miliardario. Dubitare del suo voto di non accettare pi soldi dal padre era un affronto grave quanto dubitare della sua seriet come artista. Mi aveva gi addestrato a non farlo mai. L'argomento la mandava su tutte le furie.
- Non posso prendere i tuoi soldi, - dissi.
- Sono i nostri soldi, - ribatt lei, - e questi sono gli ultimi. Tutto quello che ho  tuo. Usalo bene, Tom. Con questi puoi andare a scuola, se vuoi. Se hai intenzione di spezzarmi il cuore, questo  il momento di farlo. Non fra un anno, dal Missouri. Prendi i soldi, vai a casa, vai alla scuola di giornalismo. Per non fingere di credere nella nostra unione.
And a chiudersi in camera da letto. Non so quante volte dovetti prometterle di non lasciarla, prima che mi permettesse di entrare. Quando infine mi apr, stracciai l'assegno - Non fare lo stupido, sono un sacco di soldi!, grid Leonard dalla testiera del letto - e presi il suo corpo con un nuovo senso di possesso, come se diventando pi suo l'avessi resa pi mia.
Mia madre s'infuri per la mia decisione. Mi vedeva imboccare la strada dell'indigenza che stavano percorrendo le mie sorelle, la strada dello stupido idealismo di mio padre, e non mi serv a niente citare i tanti giornalisti famosi che non avevano frequentato un master. Si arrabbi ancora di pi un mese dopo, quando le dissi che quell'estate sarei andato a Denver solo per una settimana. Avevo trascorso in tutto otto giorni con mia madre dopo il suo ricovero, e sentivo di doverle (a lei e a Cynthia) un mese a casa, ma Anabel contava di cominciare a vivere insieme subito dopo la mia laurea. Aveva preso la mia proposta di stare lontani per un mese come un catastrofico tradimento di tutto quello che avevamo progettato insieme. Quando le avevo suggerito di venire con me a Denver, mi aveva guardato come se il pazzo fossi io, e non lei.  difficile spiegare perch non risolsi la crisi lasciandola. Il mio cervello doveva essere gi cos collegato al suo che non me ne importava niente se si stava comportando in modo irragionevole e crudele. Tutte le droghe sono una fuga dall'io, e la mia droga era buttarmi via per Anabel, fare qualcosa di palesemente sbagliato per farla stare meglio, e poi raccogliere l'estasi del suo rinnovato entusiasmo per me. Mia madre pianse quando le annunciai i miei programmi di viaggio, ma solo le lacrime di Anabel potevano farmi cambiare idea.
Alla festa di laurea, la sua faccia gonfia irradiava rabbia nei nostri confronti. Non esisteva un modo innocuo per spiegare ai miei amici e ai loro genitori dall'aspetto normale che di solito mia madre non era cos. Tutti erano gi copiosamente sudati quando arriv Anabel, con indosso un sensazionale abito da cocktail celeste e accompagnata da Nola. Puntarono dritte verso il vino, e io ci misi un po' a staccare mia madre dai genitori di Oswald per condurla nell'angolo dove si trovava Anabel, avvolta nella nuvoletta di ostilit di Nola. Feci le presentazioni, e Anabel, rigida per la timidezza, si alz e prese la mano di mia madre.
- Signora Aberant, - disse con coraggio. - Sono molto lieta di conoscerla, finalmente.
La mia povera mamma sfigurata in tailleur-pantalone davanti alla visione di quel vestito da cocktail celeste: Anabel non riusc mai a perdonarla per come la tratt, ma io alla fine ci sarei riuscito. Qualcosa di simile a un sorriso altezzoso le apparve sulla faccia gonfia. Lasci andare la mano di Anabel e abbass lo sguardo su Nola, in tenuta nera da punk. - E tu sei...?
- L'amica depressa, - rispose Nola. - Non badi a me.
Anabel voleva fare buona impressione; sarebbe bastata qualche moina per liberarla dalla sua timidezza. Ma non ne arriv nessuna. Mia madre si gir e mi disse che voleva cambiarsi prima di cena.
- Devi parlare con Anabel, - le dissi.
- Magari un'altra volta.
- Mamma. Per favore.
Anabel era tornata a sedersi, gli occhi spalancati per l'incredulit e l'offesa.
- Mi dispiace di non essere al meglio, - disse mia madre.
-  venuta fin qui per incontrarti. Non puoi andartene cos.
Mi stavo appellando al suo senso del decoro, ma lei era troppo sudata e infelice per tenerlo in considerazione. Feci cenno ad Anabel di unirsi a noi, ma lei mi ignor. Seguii mia madre in corridoio.
- Dimmi solo come tornare nella mia stanza, - disse. - Tu rimani alla tua bella festa. Sono molto contenta di aver conosciuto i signori Hackett. Sono brave persone, interessanti e responsabili.
- Anabel  importantissima per me, - dissi, tremando.
- S, ho visto che  molto bella. Ma  tanto pi vecchia di te.
- Ha due anni pi di me.
- Sembra molto pi vecchia, tesoro.
Mezzo accecato dall'odio e dalla vergogna, l'accompagnai fino alla sua stanza. Quando tornai alla festa, Anabel e Nola se n'erano gi andate: un sollievo, visto che non avevo per niente voglia di difendere mia madre. A cena con gli Hackett, la sua faccia fu una presenza elefantiaca ignorata da tutti, e io mi rifiutai di rivolgerle la parola. Dopo, nell'ombra umida del Locust Walk, la informai che non potevo trascorrere la serata con lei, perch il film girato da Anabel per la sua tesi veniva proiettato alla Tyler alle nove e mezza. Avevo temuto il momento in cui avrei dovuto dirglielo, ma ora glielo dissi con piacere.
- Mi dispiace che tua madre sia cos imbarazzante, - disse. - Questa mia stupida malattia sta rovinando tutto.
- Mamma, non mi stai mettendo in imbarazzo. Avrei solo voluto che parlassi con Anabel.
- Non sopporto che tu sia arrabbiato con me.  la cosa pi brutta del mondo. Vuoi che ti accompagni a vedere il suo film?
- No.
- Se la consideri cos importante da non rivolgermi la parola a cena, forse dovrei venire.
- No.
- Perch no?  un film immorale? Sai che non sopporto le scene di nudo e il linguaggio volgare.
- No, - dissi, - per lo troveresti incomprensibile. Riguarda le propriet visive del cinema come mezzo puramente espressivo.
- Un bel film lo vedo sempre volentieri.
Dovevamo sapere entrambi che il film di Anabel le avrebbe fatto schifo, eppure riuscii a convincermi a darle un'altra possibilit. - Per promettimi che sarai gentile con lei, - dissi. - Ci ha lavorato tutto l'anno, e gli artisti sono sensibili. Devi essere molto, molto gentile.
Il progetto di Anabel si intitolava, come da mio suggerimento, Un fiume di carne. Aveva pensato di chiamarlo Incompiuto n. 8, perch a suo parere non era del tutto finito, perch lei non finiva mai niente, perch si annoiava e passava alla sfida artistica successiva. Le avevo detto che solo lei avrebbe saputo che il film non era finito. Si era procurata due brevi spezzoni di pellicola 16 mm, uno con una mucca stordita da un colpo in testa al mattatoio, l'altro con Miss Kansas che veniva incoronata Miss America 1966, e aveva lavorato buona parte dell'anno a ristamparli, modificarli e montarli. I suoi registi preferiti erano Agns Varda e Robert Bresson, ma il suo progetto era influenzato soprattutto dagli ipnotici arazzi musicali di Steve Reich. Alternava un fotogramma e il suo negativo con un ritmo di uno a uno, uno a due, due a uno, due a due, e cos via, e introduceva altre variazioni ritmiche capovolgendo i fotogrammi, ruotandoli di novanta gradi, proiettandoli all'indietro e colorandoli a mano con inchiostro rosso. Il risultato erano ventiquattro minuti di film profondamente repellenti, un vero e proprio assalto alla corteccia visiva, ma guardandolo nel modo giusto si poteva anche trovarci del genio.
Il film preferito di mia madre era Il dottor ivago. Negli ultimi minuti della proiezione la sentii mormorare rabbiosamente. Quando si accesero le luci, si affrett verso l'uscita.
- Ti aspetto fuori, - disse quando la raggiunsi.
- Prima devi dire qualcosa di carino ad Anabel.
- Cosa posso dire?  la cosa pi orribile e disgustosa che abbia mai visto in vita mia.
- Qualcosa di un po' pi carino sarebbe meglio.
- Se questa  arte, allora nell'arte c' qualcosa che non va.
Venni travolto da un'ondata di rabbia.
- La sai una cosa? Diglielo. Dille che ti ha fatto schifo.
- Non farebbe schifo solo a me.
- Mamma, va bene cos. Non rimarr sorpresa.
- Secondo te  arte?
- Certo. Secondo me  straordinario.
Anabel si era fermata sotto lo schermo insieme a Nola, senza guardarci, senz'altro covando una terribile scenata. I pochi studenti e professori che avevano assistito al film erano scappati a gambe levate. Mia madre mi parl a bassa voce.
- Non ti riconosco nemmeno, Tom, sei cos cambiato negli ultimi sei mesi. Mi disturba quello che ti  successo. Mi disturba una persona che gira un film come quello. Mi disturba che per causa sua tu abbia lasciato all'improvviso un buon lavoro che avevi tanto faticato per ottenere, e che abbia deciso di non continuare gli studi.
A me invece disturbava la bruttezza steroidea di mia madre. La mia vita era la bellissima Anabel, e potevo solo odiare la persona dalla faccia gonfia e dagli occhi a fessura che lo metteva in dubbio. L'amore e l'odio mi sembravano indistinguibili; ciascuno sembrava derivare logicamente dall'altro. Ma ero ancora un figlio rispettoso, e avrei riaccompagnato mia madre alla Penn Station se Anabel non si fosse avvicinata a grandi passi lungo il corridoio.
- Che meraviglia, - le dissi. -  fantastico vederlo sul grande schermo.
Lei stava fissando mia madre con astio. - E lei cosa ne pensa?
- Non so cosa dire, - rispose mia madre, spaventata.
Anabel, la timidezza ormai dissipata dallo sdegno morale, le rise in faccia e si rivolse a me. - Vieni con noi?
- Dovrei riaccompagnare mia madre.
Anabel dilat le lunghe narici.
- Posso raggiungervi dopo, - dissi. - Non voglio che prenda il treno da sola.
- E non pu proprio prendere un taxi.
- Ho circa otto dollari in tasca.
- E lei non ha soldi?
- Non ha portato la borsa. Ha delle strane idee su Philly.
- Giusto. Tutti quei cattivoni neri.
Era offensivo parlare di mia madre come se non ci fosse, ma era stata lei la prima a offendere Anabel. Anabel ripercorse a grandi passi il corridoio, apr lo zaino e torn con un paio di banconote da venti. Cosa dicono agli incontri dei Narcotici Anonimi? La cosa che ti riprometti di non abbassarti mai a fare per la droga  proprio quella che finirai per fare? Avrei detto che prendere soldi da Anabel per darli a mia madre era sbagliato in otto modi diversi, eppure  proprio quello che feci. Poi chiamai un taxi e aspettai con lei in silenzio davanti a President's Hall.
- Ho avuto delle brutte giornate, - disse mia madre dopo un po'. - Ma credo che questo sia stato il giorno peggiore della mia vita.
La luna sopra di noi, nella foschia di Philly, era una losanga beige in dissolvenza. Il plenilunio mi caus una reazione pavloviana, un'accelerazione del polso difficile da distinguere, sul momento, dalla paura che mi incuteva il dolore di mia madre e dall'elettrizzante crudelt di ci che le stavo facendo. La morsa che avevo nel petto mi imped di dire qualunque cosa, perfino che mi dispiaceva.
Conobbi il padre di Anabel qualche tempo dopo, quella stessa estate. Per due mesi io e lei avevamo giocato alla famigliola felice con una parte dei suoi quarantamila dollari residui, dormendo fino a mezzogiorno, mangiando toast a colazione, setacciando i negozi dell'usato per migliorare il mio guardaroba, sfuggendo all'afa con i doppi spettacoli del Ritz e diventando esperti nell'uso del wok. Il giorno del mio compleanno ci ripromettemmo di impegnarci di pi nel lavoro. Cominciai a scrivere il manifesto del Complicater, mentre Anabel dava inizio all'anno di letture che le servivano per il suo grandioso progetto cinematografico. Durante la settimana passava il pomeriggio in biblioteca, perch avevamo deciso che ci avrebbe fatto bene stare separati per qualche ora, e lei non voleva aspettarmi a casa come una casalinga.
David Laird telefon durante uno di quei pomeriggi. Dovetti spiegargli che Anabel aveva un ragazzo e che quel ragazzo ero io.
- Interessante, - disse David. - Ora ti riveler un piccolo segreto: sono contento di sentire una voce maschile. Avevo paura che il vento soffiasse nella direzione di quella sua amica lesbica malata di mente, tanto per farmi un dispetto.
- Non credo che ci abbia mai pensato, - dissi.
- Sei nero? - mi chiese. - Handicappato? Criminale? Drogato?
- Ah, no.
- Interessante. Ti riveler un altro segreto: mi piaci gi. Sei innamorato di mia figlia, presumo...
Esitai.
- Certo che lo sei.  un bel tipo, eh? Chiamarla una peste  l'eufemismo del secolo. Dopo di lei hanno rotto lo stampo.
Potevo gi intuire perch Anabel lo odiava.
- Ma ascolta, - prosegu, - se piaci a lei, piaci anche a me. Diavolo, ero addirittura disposto a farmi piacere la malata di mente, ma grazie al cielo non  stato necessario. Anabel farebbe quasi qualunque cosa per farmi dispetto, ma non arriverebbe a tagliarsi il naso, non so se mi spiego. La conosco, conosco quel suo bel nasino. E voglio conoscere il tizio con cui vive. Cosa ne dici di cenare insieme da Le Bec-Fin, gioved prossimo? Noi tre. Ho chiamato perch ho degli affari da sbrigare a Wilmington.
Risposi che dovevo chiederlo ad Anabel.
- Ah, diavolo, Tom... ti chiami Tom, giusto? Devi farti crescere due belle gonadi, se vuoi vivere con mia figlia. Quella ti mangia vivo, se non stai attento. Dille solo che hai accettato di venire a cena con me. Puoi ripetermi queste parole? S, David, verr a cena con te?
- Cio, s, certo, - dissi. - Se lei  d'accordo.
- No, no, no. Non  questo che devi dire. Io e te ceniamo insieme, punto, e lei se vuole pu venire con noi. Credimi, non ci penser neanche a lasciarci andare da soli. Per questo  importante che mi ripeti quelle parole. Se hai cos paura di lei adesso, pi avanti potr solo peggiorare.
- Non ho paura di lei, - dissi. - Ma se non vuole vederla...
- Okay. Va bene. Proviamo con un argomento diverso. Ecco un altro segreto: lei vuole vedermi.  passato pi di un anno dall'ultima volta che mi ha spruzzato in faccia il suo piscio di gatto.  questo che fa. E non vuole ammetterlo, ma le piace. Ha un sacco di piscio di gatto, e c' una sola faccia su cui vuole spruzzarlo. Cos, quando dice che non vuole vedermi, tu dille che mi vedrai comunque. Solo io e te sapremo che lo facciamo per lei, sar il nostro piccolo segreto.
- Wow, - dissi. - Non sono sicuro che sia un buon argomento.
David scoppi a ridere. - Oh, di, sto scherzando. Andiamo a farci una bella mangiata nel migliore ristorante di Philadelphia. Mi manca la mia Anabel.
Naturalmente Anabel mi fece una scenata quando seppe che avevo parlato con lui. Era un seduttore, disse, e quando non poteva sedurre intimidiva, e quando non poteva intimidire comprava, e anche se lei lo conosceva bene e sapeva come difendersi, temeva che io mi lasciassi sedurre, intimidire o comprare. E cos via. Mi ero sentito offeso da molte cose che David mi aveva detto, eppure non riuscivo a togliermelo dalla testa; con chi altri, dopotutto, potevo parlare di Anabel? Provai a farmi crescere un po' le gonadi e le dissi che mi feriva e insultava dubitando del fatto che io amavo lei e non lui. Provai ancora un po' e le dissi che gli avevo promesso di uscire a cena con lui. E, proprio come lui aveva previsto, Anabel accett di venire.
Da Le Bec-Fin assaggiai per la prima volta un vino da tremila dollari. David aveva passato la lista dei vini ad Anabel, e lei la stava leggendo quando arriv il sommelier. - Le dia un momento per trovare la vostra bottiglia pi economica, - gli disse David. - Nel frattempo, io e Tom prendiamo il Margaux del '45.
Quando cercai l'approvazione di Anabel, lei sgran gli occhi in un'espressione sgradevole. - Fai pure, - disse. - Non m'importa.
-  un nostro giochino privato, - spieg David. Era un uomo alto, snello e vigoroso con i capelli quasi bianchi, una raffinata versione maschile della figlia, molto pi bello del miliardario medio. - Ma ecco una cosa da sapere per il futuro. In un posto come questo, la bottiglia pi economica  spesso sensazionale. Non so bene perch. Per  il marchio di un grande ristorante.
- Non sto cercando un vino sensazionale, - disse Anabel. - Sto cercando un vino con un prezzo che non mi faccia vomitare.
- Sei fortunata, probabilmente li troverai entrambi, - disse David. Poi si rivolse a me. - Di norma avrei ordinato io quella bottiglia. Ma cos rovinerei il nostro giochino. Lo vedi cosa mi fa fare?
- Strano, quello che gli uomini fanno alle donne  sempre colpa delle donne, - osserv Anabel.
- Ti ha raccontato come si  rotta i denti?
- S.
- Ma ti ha raccontato la parte migliore?  risalita sul cavallo. Aveva la faccia tutta insanguinata, la bocca piena di denti rotti, eppure  risalita subito in groppa. E ha dato uno strattone alle redini come se volesse staccargli la testa. Per poco non gli ha rotto il collo. Questa  la mia Anabel.
- Pap, sta' zitto, per favore.
- Tesoro, sto parlando bene di te al tuo ragazzo.
- Allora non omettere il fatto che non monter mai pi in groppa a un cavallo. Mi sento ancora in colpa per quel che ho fatto a quella povera bestia.
Visto l'odio di Anabel per David, rimasi sorpreso dalla familiarit che c'era tra loro. Era come guardare un paio di dirigenti di Hollywood insultarsi a vicenda: bisognava essere potenti per ridere degli insulti. Quando David accenn con noncuranza di essersi risposato, Anabel reag chiedendogli: - Con una persona o con pi di una?
David rise. - Posso permettermene solo una.
- Te ne serviranno almeno tre, casomai tu debba ucciderne un altro paio.
- Ho sposato una dipsomane, - mi spieg David.
- Hai creato un'alcolizzata, - disse Anabel.
- Chiss perch quello che le donne fanno agli uomini  sempre colpa degli uomini.
- Chiss perch, ma  sempre vero. Chi  la fortunata?
- Si chiama Fiona. Vorrai conoscerla, immagino.
- Non vorr conoscerla. Vorr solo cederle la mia parte di eredit. Dimmi solo dove devo firmare.
- Scordatelo, - disse David. - Fiona ha firmato quello che chiamano un accordo prematrimoniale. Non ti libererai cos facilmente della tua eredit.
- Stai a vedere, - disse Anabel.
- Devi dissuaderla da questa follia, Tom.
Avevo qualche problema a inserirmi nel loro battibecco. Non volevo che David pensasse che ero troppo sollecito o remissivo con Anabel, ma non potevo mostrarmi troppo a mio agio con lui senza apparire sleale a lei. - Questo non rientra nelle mie mansioni, - dissi con cautela.
- Ma pensi anche tu che  una follia?
Incrociai lo sguardo di Anabel. - No, - risposi.
- Dai tempo al tempo. Lo penserai.
- No, non lo penser, - disse Anabel, guardandomi negli occhi. - Tom non  te. Tom  pulito.
- Ah, s, il sangue sulle mie mani -. David alz le mani per mostrarmele. - Strano, stasera non lo vedo.
- Guarda meglio, - disse Anabel. - Io ne sento la puzza.
David sembr deluso quando scopr che non mangiavo carne, e decisamente contrariato quando Anabel ordin solo un piatto di verdure, ma il foie gras e la costoletta di vitello gli restituirono il buonumore. Forse era solo una forma di narcisismo da miliardario, ma dimostr una grande dimestichezza con il New Yorker, parl in maniera approfondita di Altman e Truffaut, si offr di procurarci i biglietti per The Elephant Man a New York, e parve sinceramente interessato alla mia opinione su Bellow. Mi venne in mente che nella famiglia Laird era accaduta una tragedia: che Anabel e suo padre avrebbero dovuto essere grandi amici. Forse Anabel era un'acerrima nemica di suo padre e i suoi fratelli erano tre disastri non perch David fosse un mostro, ma perch era troppo favoloso? Anabel non aveva mai detto che non era piacevole, solo che seduceva la gente con la sua piacevolezza. David mi raccont di certe sue scelte imprenditoriali sbagliate - la vendita di uno zuccherificio brasiliano un anno prima che diventasse enormemente redditizio, il siluramento di un accordo con la Monsanto perch lui riteneva di sapere pi cose sulla genetica vegetale del loro capo di ricerca e sviluppo - e rise della sua stessa arroganza. Quando la conversazione si spost sui miei progetti di carriera e lui si offr, per prima cosa, di procurarmi un lavoro al Washington Post (Ben Bradlee  un mio vecchio amico) e poi, quando rifiutai quell'offerta, di finanziare la start up della mia rivista di controtendenza, ebbi la sensazione che mi stesse sfidando a essere favoloso quanto lui.
Anabel la pensava diversamente. - Vuole solo comprarti, - disse, sul treno che ci riportava a casa. -  sempre la stessa storia. Abbasso un pochino la guardia, e poi mi detesto per averlo fatto. Vuole intromettersi in tutto quello che ho, proprio come la McCaskill si  intromessa in tutto quello che il mondo mangia. Non si fermer finch non si sar impadronito di tutto. Non gli basta essere il primo fornitore mondiale di carne di tacchino, deve anche avere Truffaut e Bellow. Tu lusinghi la sua vanit intellettuale.  convinto che se riesce ad avere te arriver anche a me, e allora avr tutto.
- Mi hai sentito dirgli di s?
- No, per ti  piaciuto. Se adesso credi che ti lascer in pace, ti sbagli.
Aveva ragione. Poco tempo dopo ricevetti, via posta espressa, un pacco contenente quattro prime edizioni con copertina rigida (Augie March, H. L. Mencken, John Hersey, Joseph Mitchell), due biglietti per The Elephant Man, e una lettera in cui David raccontava le sue impressioni dopo avere riletto Augie March. Diceva anche di aver parlato di me al telefono con Ben Bradlee, e invitava me e Anabel a New York per un fine settimana di teatro il mese successivo. Quando fin di stracciare i biglietti, Anabel indic le iniziali nell'angolo in basso della seconda pagina della lettera. - Non illuderti, - disse. - L'ha dettata.
- E allora? Non riesco a credere che abbia riletto Augie March per me.
- Oh, io ci riesco.
- Non stracciare anche i libri, per.
- No, quelli puoi tenerli, se riesci a pulirli dal sangue. Ma se accetterai da lui qualcosa di pi di un regalo simbolico, mi distruggerai. Non sto scherzando.
David continu a telefonarmi ogni tanto, e io fui tentato di non dirlo ad Anabel, ma pisciavo gi nel lavandino e non volevo nasconderle nient'altro. Invece le raccontavo le favolose imprese di suo padre e poi le condannavo insieme a lei. Eppure sotto sotto mi piaceva, sotto sotto amavo il modo amorevole in cui parlava di Anabel, e lei - David aveva ragione - sotto sotto si divertiva ad avere nuove imprese da condannare.
Il manifesto del Complicater non stava andando bene. Era ricco di controretorica e povero di fatti. Se davvero avessi voluto fondare una nuova rivista, avrei dovuto mantenere le amicizie dei tempi del DP e coltivare i rapporti con i freelance locali. The Complicater era destinato a fallire, a meno che Anabel non cambiasse idea e permettesse a David di finanziarlo, e cos passavo le giornate nella vaga speranza che Anabel cambiasse idea. Oswald, che era tornato a Lincoln per ripagare il suo debito studentesco, mi mandava buffe lettere alle quali non trovavo l'energia per rispondere. Decidevo che il mio unico compito del pomeriggio era scrivergli una lettera, e non riuscivo a scrivere una sola frase fino a cinque minuti prima che Anabel tornasse dalla biblioteca. Non avevo niente da raccontare a nessuno, tranne che ero innamorato cotto di lei.
Avendo trascorso gli ultimi dieci mesi a plasmare la mia personalit per armonizzarla con la sua, levigando i punti di attrito pi importanti, durante quell'autunno ero quasi sempre felice con lei. Stavamo sviluppando le nostre routine, le nostre opinioni condivise, il nostro vocabolario privato, la nostra scorta di battute che erano state divertenti la prima volta e non ci sembravano meno divertenti la centesima, e tutte le sue parole e le sue cose erano colorate dal sesso che avevo fatto con lei e con nessun'altra. Quando ero solo in casa, per, mi sentivo depresso. Anabel aveva un patrimonio immenso ma non intendeva usarne neanche un centesimo, io ero pazzo del suo corpo ma potevo averlo solo tre giorni al mese, suo padre mi piaceva ma dovevo fingere che non mi piacesse, suo padre aveva amicizie favolose di cui non potevo approfittare, avevo un progetto apparentemente ambizioso ma nessuna possibilit di realizzarlo, e ogni volta che mia madre osava contestare quello che stavo facendo - continuavo a telefonarle ogni domenica sera - prendevo le sue parole come una critica ad Anabel e cambiavo argomento con rabbia.
Il nostro progetto comune era essere poveri, sconosciuti e puri fino al giorno in cui avremmo preso il mondo di sorpresa. Anabel era cos convincente che ci credevo anch'io. La mia unica paura era che si rendesse conto che non ero interessante quanto lei e mi lasciasse. Lei era la cosa straordinaria che mi era capitata, e io intendevo sostenerla e difenderla da un mondo che non la capiva, e cos, nell'anniversario della festa di Halloween di Lucy, prelevai gli ultimi trecentocinquanta dollari dal mio vecchio conto di risparmio e comprai un anello con un misero brillantino grande come una puntina di giradischi. Mentre aspettavo che Anabel tornasse dalla biblioteca, piazzai Leonard al centro del letto e gli legai l'anello al collo con un nastro bianco.
- Io e Leonard abbiamo una cosa per te, - dissi, quando Anabel rientr.
- Aha, sei uscito, - mi rispose. - Mi sembrava che odorassi di citt.
La condussi in camera da letto.
- Leonard, cos'hai per me? - Lo prese in mano e vide l'anello. - Oh, Tom.
- Non sono una bestia da soma, naturalmente, - disse Leonard. - Sono un ornamento della societ, non un comune lavoratore. Ma quando lui mi ha chiesto di portarti l'anello, non ho potuto rifiutare.
- Oh, Tom -. Anabel pos Leonard sul comodino, mi mise le braccia intorno al collo e mi guard, con gli occhi lucidi di lacrime e ardore.
-  il nostro primo anniversario, - dissi.
- Oh, caro. Sapevo che ti saresti ricordato, eppure non ne ero del tutto sicura.
- Vuoi sposarmi?
- Mille volte!
Ci lasciammo cadere sul letto. Non era il periodo giusto, ma lei disse che non importava. Pensai che forse, adesso che stavamo per sposarci, Anabel avrebbe superato il suo problema, e credo che lo pensasse anche lei, ma non and cos. Disse che era contenta lo stesso. Si gir sulla schiena con il nostro torello fra i seni e sleg il nastro.
- Mi dispiace che il diamante sia cos piccolo, - dissi.
-  perfetto, - rispose, infilandosi l'anello. - Lo hai scelto per me, e quindi  perfetto.
- Non riesco a credere che ti sposer.
- No, quella fortunata sono io. So di non essere una persona facile.
- Amo la tua difficolt.
- Oh, sei perfetto, perfetto, perfetto! - Mi riemp la faccia di baci, e poi facemmo di nuovo l'amore. L'anello aveva poteri magici. Stavo scopando con la mia promessa sposa, c'era una nuova dimensione in quella gioia, un abisso incommensurabilmente pi profondo dove potevo buttarmi in una caduta senza fine. Anche quando conclusi, continuai a cadere. Anabel piangeva piano: di pura felicit, disse. Quello che vedo adesso  una coppia di ragazzini che avevano sniffato la polverina per un anno, perdendo pian piano ogni legame con la realt e diventando (almeno nel mio caso) depressi. Come potevamo, seguendo la logica della dipendenza, non passare all'ago in vena? Ma sul momento ero consapevole solo dell'eccitazione causata dall'anello. Finch durava, presi coraggio e chiesi ad Anabel di venire con me a Denver per Natale, per annunciare il nostro fidanzamento e dare un'altra possibilit a mia madre. Con mia grande gioia, Anabel non solo non si oppose, ma mi soffoc di baci, dicendo che ora avrebbe fatto qualunque cosa per me, qualunque cosa, qualunque cosa.
A modo suo, ci prov. Era pronta ad andare d'accordo con mia madre, se mia madre l'avesse apprezzata. Le compr addirittura dei regali di Natale - un libro di Simone de Beauvoir, delle saponette alla frutta, un bel macinapepe di ottone antico - e quando arrivammo a Denver si offr di aiutarla in cucina. Ma mia madre, ancora traumatizzata da Un fiume di carne, rifiut le sue offerte. Sembrava decisa a recitare il ruolo della madre lavoratrice martirizzata - era tornata a lavorare in farmacia, dopo che Dick Atkinson aveva sposato un'altra - in contrasto con quello della ragazza ricca e indolente. Inoltre, malgrado glielo avessi spiegato per mesi, si rifiutava di capire che Anabel era vegana e io vegetariano. Per la nostra prima cena, la sorpresi a preparare coregone al forno per me e maccheroni al formaggio per Anabel.
- Niente carne per me, niente prodotti animali per Anabel, - le ricordai.
Aveva ancora la faccia un po' gonfia, ma ci stavamo abituando. -  un buon pesce, - disse. - Non  carne.
-  un animale morto. E il formaggio  un prodotto animale.
- Allora cosa vuol dire vegano? Mangia pane?
- I maccheroni vanno bene, il problema  il formaggio.
- Allora pu mangiare solo i maccheroni. Toglier la crosta.
Per fortuna c'era anche mia sorella Cynthia. Dopo che le ebbi presentato Anabel, mi tir in disparte e sussurr: - Tom,  bellissima,  meravigliosa -. Cynthia prese le difese delle nostre restrizioni dietetiche, e quando annunciai il nostro fidanzamento, al tavolo della cena, corse in cucina a prendere la bottiglia di champagne ros che mia madre aveva comprato in previsione della vittoria di Arne Holcombe. Mia madre si limit a fissare il piatto e disse: - Siete molto giovani per fare un passo del genere.
Anabel le chiese in tono pacato quanti anni aveva quando si era sposata.
- Ero molto giovane, per questo lo so, - rispose mia madre. - So cosa pu succedere.
- Noi non siamo lei, - disse Anabel.
-  quello che credono tutti, - ribatt mia madre. - Credono di non essere come gli altri. Ma poi la vita ci insegna tante cose.
- Mamma, sii felice, - grid Cynthia dalla cucina. - Anabel  fantastica, questa  una splendida notizia.
- Non vi serve la mia benedizione, - disse mia madre. - Posso darvi solo il mio parere.
- Ricevuto, - disse Anabel.
In qualche modo arrivammo alla fine delle vacanze in termini civili. Io dormivo nel seminterrato, in modo che Anabel potesse avere una stanza per s. Avevamo acconsentito a rispettare le convenienze per mantenere la pace, ma ogni sera, nel seminterrato, come per dimostrare a mia madre chi comandava, Anabel mi faceva un pompino. Quello fu probabilmente il picco della sua carnalit con me, l'unica occasione in cui ricordo di averla vista in ginocchio. Un raggio gamma avrebbe dovuto viaggiare solo per quattro o cinque metri prima di raggiungere mia madre; sentivamo i suoi passi, il rumore dello sciacquone, persino i brontolii del suo intestino. Dopo la partenza di Cynthia, Oswald venne dal Nebraska per due giorni, e mia madre fu cos marcatamente affettuosa con lui che Anabel comment: - Preferirebbe che tu sposassi Oswald.
L'ultimo giorno, rimasti soli con mia madre, preparammo la nostra frittura preferita per cena, e lei si mise a blaterare di soldi. Poteva capire se fossimo vissuti con i soldi di Anabel e avessimo fatto qualcosa di socialmente utile, disse, e poteva capire se avessimo trovato un lavoro di responsabilit e ci fossimo mantenuti da soli, ma non poteva capire perch avessimo scelto di vivere in povert e inseguire sogni irrealizzabili.
- Abbiamo ancora un po' di risparmi, - dissi. - Se li finiremo, andremo a lavorare.
- Hai mai lavorato? - chiese mia madre ad Anabel.
- No, sono cresciuta schifosamente ricca. Lavorare sarebbe stato ridicolo.
- Il lavoro onesto non  mai ridicolo.
- Lei lavora con grandissimo impegno alla sua arte, - dissi.
- L'arte non  un lavoro, - ribatt mia madre. - L'arte  una cosa che fai per te stesso. Non sto dicendo che tu debba lavorare, se hai la fortuna di non doverlo fare. Ma se ti arrivano dei soldi, dovresti accettare le responsabilit che portano con s. Devi fare qualcosa.
- L'arte  qualcosa, - dissi.
- Una parte della mia performance artistica - disse Anabel - consiste nel non toccare denaro sporco di sangue. Nell'essere la persona che lo rifiuta.
- Non capisco, - disse mia madre.
- Esiste una cosa chiamata colpa collettiva, - disse Anabel. - Io non ho personalmente allevato animali in condizioni infernali, ma appena ho saputo di quelle condizioni ho accettato la mia colpa e ho deciso di non averci niente a che fare.
- Non riesco a credere che la McCaskill sia peggio di altre aziende, - disse mia madre. - Contribuisce a nutrire un mondo affamato. Pensa al grano. E alla soia. Anche se non ti piace l'industria della carne, i tuoi soldi non sono tutti cattivi. Potresti prenderne un po' per te e dare il resto in beneficenza. Non vedo cosa ci guadagni a rifiutarli.
- I nazisti hanno migliorato l'economia tedesca e hanno costruito un grande sistema autostradale, - disse Anabel. - Forse anche loro erano cattivi solo in parte?
Mia madre si irrit. - I nazisti erano un male terribile. Non parlarmi dei nazisti. Ho perso mio padre nella guerra di Hitler.
- Ma lei non ha nessuna colpa.
- Ero una bambina.
- Oh, capisco. Allora la colpa collettiva non esiste.
- Non venire a parlarmi di colpa, - rispose mia madre con rabbia. - Ho abbandonato una sorella, un fratello e una madre malata che avevano bisogno di me. Non so quante lettere ho scritto per chiedere perdono, ma non mi hanno mai risposto.
- E neanche sei milioni di ebrei, immagino.
- Io ero una bambina.
- Anch'io. E adesso sto facendo qualcosa per rimediare.
La mia variante di senso di colpa collettivo aveva a che fare con l'essere maschio, ma sapevo che mia madre non aveva torto riguardo al lavoro. Quando, dopo essere tornati a Philadelphia, mi ritrovai di fronte all'irrealizzabilit del Complicater, venni conquistato da un nuovo progetto: scrivere un romanzo breve. Cominciarlo in segreto e fare una sorpresa ad Anabel il giorno del nostro matrimonio. Cos avrei avuto da lavorare, avrei risolto il problema del regalo di nozze per Anabel, le avrei dimostrato che ero abbastanza interessante e ambizioso per diventare suo marito, e forse l'avrei addirittura riconciliata con mia madre, perch il romanzo che avevo in mente era un trattamento bellowiano dell'unica storia interessante che conoscevo: la colpevole fuga di mia madre dalla Germania. Avevo gi la prima frase: Il destino della famiglia di Adalbertstrae era nelle mani di uno stomaco furioso.
Per la festa di nozze avevamo scelto il fine settimana del Compleanno di Washington, per permettere di partecipare anche agli amici che venivano da fuori. Oltre a Nola, Anabel aveva ancora tre amiche abbastanza intime, un'amica di Wichita e due compagne della Brown (due di queste amicizie le elimin pochi mesi dopo il matrimonio; la terza rimase in prova finch non venne conclusa dall'arrivo di un bambino). Visto che lei non aveva invitato nessuno della sua famiglia, e visto che a mia madre non era neppure simpatica, Anabel riteneva ingiusto invitare i miei famigliari, ma io sostenni che invece a Cynthia era simpatica, e che io ero l'unico figlio di mia madre.
Poi, una sera, Anabel mi port una lettera appena arrivata.
-  interessante - disse - che tua madre continui a scrivere solo a te, invece che a tutti e due.
Aprii la lettera e la lessi rapidamente: Carissimo Tom... casa sembra cos vuota senza di te... il dott. Van Schyllingerhout... aumentato la dose di... ho cercato di non dire niente ma ogni fibra del mio corpo... paragonare la sua infanzia di lusso e privilegi ereditari alla mia infanzia a Jena... indicibile massacro della Guerra con i moderni metodi di allevamento... profondamente offesa... sento di doverti parlare in tutta sincerit... Stai commettendo un TERRIBILE ERRORE... molto bella e irresistibile per un giovane inesperto... tu SEI molto inesperto... non vedo altro che infelicit nel tuo futuro con una persona viziata, esigente ed ESTREMA, cresciuta estremamente ricca e privilegiata... gi magro e pallido per quella dieta stravagante che lei... quando una persona non ha esperienza, a volte l'istinto sessuale ne offusca il giudizio... ti supplico di riflettere realisticamente sul tuo futuro... voglio solo che trovi una persona amorevole, sensibile, matura e REALISTICA con cui vivere felice...
Con le mani improvvisamente fredde, piegai la lettera e la rimisi nella busta.
- Cosa dice? - chiese Anabel.
- Niente. Le si  infiammato di nuovo il colon, sta molto male.
- Posso leggere la lettera?
- Sono le sue solite storie.
- Insomma, ci sposiamo tra sei settimane e io non posso leggere una lettera di tua madre.
- Credo che gli steroidi la mandino un po' fuori di testa.  meglio che tu non la legga.
Anabel mi rivolse uno dei suoi sguardi agghiaccianti. - Cos non pu funzionare, - disse. - Se non siamo complici in tutto, non siamo niente. Nessuno mi scriver mai una lettera che io non voglia farti leggere. Nessuno. Mai.
Si stava preparando per mettersi a gridare o a piangere, e io non potevo sopportare nessuna delle due cose, cos le diedi la lettera e mi ritirai in camera da letto. La mia vita era diventata un incubo di quei rimproveri femminili che mi ero sempre sforzato di evitare. Evitare quelli di mia madre significava attirarmi quelli di Anabel, e viceversa; non c'era via d'uscita. Ero seduto sul letto a torcermi le mani quando Anabel apparve sulla soglia. Non sembrava ferita, solo piena di rabbia gelida.
- User questa parola una sola volta in vita mia, - disse. - Una volta e basta.
- Quale parola?
- Troia -. Si tapp la bocca con le mani. - No,  una parola troppo orribile perfino per lei. Mi dispiace di averla detta.
- Mi dispiace tanto per quella lettera, - dissi. - Mia madre non sta bene sul serio.
- Per capisci che non la rivedr mai pi. Non le comprer pi regalini di Natale. Non verr alla nostra festa di matrimonio. Se mai avremo una famiglia, lei non vedr i miei figli. Lo capisci, vero?
- S, s, - mi affrettai a dire, pieno di sollievo perch Anabel non se l'era presa con me.
S'inginocchi ai miei piedi e mi prese le mani. - Provoco reazioni violente nelle persone, - disse, in tono pi gentile. -  una cosa che mi ferisce, ma ci sono abituata. Per non sopporto quello che la lettera dice di te. Lei non ha rispetto per i tuoi gusti, le tue opinioni e i tuoi sentimenti. Crede di possederti ancora e di poterti dire cosa fare. E questo mi fa imbestialire. Si rifiuta di vedere chi sei.
- Io credo davvero che sia infelice perch  malata.
- Sono i suoi sentimenti a farla ammalare. Lo hai detto tu stesso.
- A Denver  stata gentile con te. Dev'essere colpa degli steroidi...
- Non sto dicendo che tu non puoi rivederla. Tu sei una persona amorevole. Ma io non posso pi vederla. Mai pi. Lo capisci, vero?
Annuii.
- Siamo diventati mezzi orfani nello stesso giorno, - disse. - E ora saremo orfani insieme. Vuoi essere con me in questo?
Il giorno dopo scrissi a mia madre una lettera molto formale per ritirare l'invito alla festa di matrimonio.
Ci sposammo il giorno di San Valentino, con due signore dell'ufficio di stato civile come testimoni. Cenammo in casa, spaghetti con spinaci, aglio e olio per simboleggiare la frugalit che intendevamo praticare, ma siccome una volta Anabel aveva accennato che le piaceva lo champagne Mumm, gliene avevo comprato una bottiglia per celebrare l'occasione con un piccolo lusso. Dopo cena mi diede il mio regalo, un'Olivetti portatile nuova. Mi resi subito conto del preoccupante simbolismo: entrambi i regali avevano a che fare con il mio lavoro, non con il suo. Ma il mio romanzo aveva preso una piega inaspettata - la ragazza di Jena veniva dalla famiglia pi ricca della citt, e suo padre era un bruto - ed ero convinto che Anabel l'avrebbe riconosciuto come un tributo d'amore nei suoi confronti. Cos le porsi coraggiosamente una busta di manila sulla quale avevo incollato un nastro bianco.
L'apr con un cipiglio perplesso. - Cos'?
- La prima met di un romanzo breve. Volevo farti una sorpresa.
Tir fuori il manoscritto, lesse qualche riga della prima pagina e poi continu a fissarla senza leggere; e io capii di aver commesso un terribile errore.
- Stai scrivendo narrativa, - disse in tono piatto.
- Voglio essere con te in tutto, - risposi. - Non voglio essere un giornalista, voglio essere con te. Compagni...
Feci per prenderle la mano, ma lei la tir indietro.
- Credo di aver bisogno di rimanere sola, - disse.
- Il romanzo  un tributo a te. A noi due.
Anabel si alz e and verso la camera da letto. - In questo momento ho bisogno di rimanere sola.
La sentii chiudersi la porta alle spalle. Il nostro matrimonio, cominciato da quattro ore, non poteva andare peggio di cos, e sentivo che era tutta colpa mia. Odiavo il mio romanzo per ci che le aveva fatto. Eppure ero stato felice mentre ci lavoravo, e nelle ultime sei settimane, da quando avevo abbandonato The Complicater, il progetto che lei aveva per me, mi ero sentito decisamente meno depresso. Rimasi seduto al tavolo della cucina per un'ora, sempre pi immerso in una fredda nebbia di depressione, aspettando che Anabel uscisse dalla camera da letto. Non usc. Invece cominciai a sentire i bruschi ansiti di un pianto incontenibile. Pieno di compassione, entrai nella camera da letto e la trovai buia. Anabel era accasciata sul pavimento nudo, accanto alle finestre.
- Cosa ho fatto? - gridai.
La risposta arriv lenta, in frammenti interrotti dalle mie scuse e dalle sue lacrime: le avevo mentito. Avevo tenuto dei segreti. Entrambi i nostri regali di nozze riguardavano me. Avevo infranto le mie promesse. Le avevo promesso che lei sarebbe stata l'artista e io il critico. Le avevo promesso che non avrei rubato la sua storia, ma le era bastato un paragrafo per capire che l'avevo rubata. Le avevo promesso che non saremmo entrati in competizione, e invece stavo competendo con lei. L'avevo ingannata e avevo rovinato il giorno del nostro matrimonio...
Ogni rimprovero era come uno schizzo di acido sul cervello. Avevo sentito dire che non esiste dolore peggiore della tortura mentale, e adesso ci credevo. Neppure la peggiore delle nostre scenate prematrimoniali aveva raggiunto questi livelli; finora era sempre stata la mia persona fondamentalmente ragionevole che doveva vedersela con Anabel la lunatica. Ora invece vivevo il suo dolore psichico come se fosse mio. Il paradiso dell'unione delle anime era un inferno. Corsi via da lei con la testa fra le mani e mi buttai sul divano del soggiorno, dove rimasi per alcune ore in preda alla tortura mentale, mentre Anabel faceva altrettanto in camera da letto. Continuavo a pensare: questa  la nostra prima notte di nozze, questa  la nostra prima notte di nozze.
Dovevano essere le due del mattino quando arrivai a odiare tanto il mio abbozzo di romanzo che mi alzai e cominciai a bruciarlo, pagina dopo pagina, sul fornello della cucina. Alla fine Anabel sent l'odore del fumo ed entr barcollando, pallidissima, e rimase a guardarmi in silenzio finch non bruciai anche l'ultima pagina e scoppiai in lacrime.
Corse subito da me, piena di tenerezza, folle d'amore. Quanto desideravo quell'amore! Quanto lo desideravamo entrambi! Meglio della migliore droga dopo l'agonia dell'astinenza: l'odore della sua faccia bagnata di lacrime, la morbida avidit della sua bocca, la calda solidit del suo corpo, la nuda realt della sua presenza. Era quasi come se avessimo volutamente prodotto un dolore indicibile per raggiungere quel livello di estasi da prima notte di nozze.
Senza rendermene conto, tuttavia, avevo commesso un altro terribile errore, che salt fuori alla nostra festa, due sere dopo. La festa era gi fastidiosamente sbilanciata a sfavore della parte femminile, poich Nola non si era fatta viva (si era trasferita a New York, in parte per dimenticare Anabel) e una delle amiche della Brown aveva dato buca all'ultimo momento, mentre Cynthia, cinque miei amici della Penn e tre miei amici di Denver erano venuti da vicino e da lontano. Ma Oswald aveva portato delle ottime cassette miste e stava tentando un divertente approccio da migliore amico del fratello con Cynthia, e Anabel aveva bevuto a sufficienza da godersi gli aneddoti degli altri miei amici su di me, anzich sentirsi minacciata da loro, e io ero orgoglioso di quanto era bella nel suo vestito senza spalline.
Stavo liberando un po' di spazio per ballare quando suon il citofono. Anabel, sperando che fosse Nola, corse in cucina a rispondere. Il rumore della festa copr le sue parole, ma quando torn indietro era pallida di rabbia. Mi fece cenno di seguirla in camera da letto e chiuse la porta alle nostre spalle.
- Come hai potuto? - disse.
- Cosa?
-  mio padre.
- Oh, no.
- Pu averlo saputo solo da te. Da te! - Distorse la faccia in una smorfia. - Non riesco a credere che mi stia succedendo!
Era vero: David, in una telefonata recente, mi aveva convinto a rivelargli la data della festa, perch voleva mandarci, cos disse, un regalino di nozze. Avevo sottolineato che la festa era per gli amici, non per i famigliari.
- Gli ho detto chiaro e tondo che non era invitato, - dissi.
- Oddio, Tom, come hai potuto essere cos stupido? Non hai imparato niente su di lui?
- Scusami. Scusami. Ma non possiamo fare buon viso a cattivo gioco?
- No! La festa  finita. Stacco la spina. Questo  il peggiore dei miei incubi.
- Gli hai aperto?
- Per forza! Ma non uscir da questa stanza finch non se ne sar andato.
- Lascia fare a me.
- Oh, certo, buona fortuna.
In soggiorno, dove aveva deposto un carico di regalini e un Jroboam di Mumm, David si stava presentando giovialmente ai nostri ospiti. Quando mi vide si illumin ancora di pi. - Eccolo qui! Lo sposo! Congratulazioni! Sei molto elegante, Tom, come  giusto che sia -. Mi stritol la mano nella sua stretta. - Dovevo essere qui due ore fa, ma abbiamo avuto un problema con l'aereo. Dov' la mia bambina?
Cercai di rispondere con freddezza, ma il mio tono era semplicemente oggettivo. - Non ti vuole qui.
- Non vuole il suo unico genitore alla sua festa di nozze? - David si guard intorno, appellandosi ai nostri ospiti silenziosi. Lo stereo suonava Remote Control. -  la mia persona preferita al mondo. Come potrei perdermi la sua festa di nozze?
- Credo davvero che sia meglio se te ne vai.
David mi gir intorno e buss alla porta della camera da letto. - Anabel, tesoro? Vieni fuori con noi, prima che il vino si riscaldi.
Con mia sorpresa, la porta si apr immediatamente. Anabel tir indietro la testa e sput in faccia a David. La porta si richiuse con violenza.
Tutti videro, nessuno disse una parola. Mentre Remote Control andava avanti, David si pul gli occhi dallo sputo. Quando abbass la mano sembrava invecchiato di dieci anni. Mi sorrise debolmente. - Goditi questi anni, - disse, - finch non lo far anche a te.
Terminati i lunghi mesi di letture preliminari, Anabel si mise al lavoro sul suo ambizioso progetto. Si trattava di un film sul corpo. Anabel non riusciva a capacitarsi che una persona potesse vivere per cinquanta o settanta o novant'anni e poi morire senza conoscere almeno a grandi linee il proprio corpo, cio la somma della propria esistenza: che ci fossero cos tanti punti del corpo - sicuramente certi punti sulla testa e sulla schiena che non poteva vedere direttamente, ma anche altri sulle gambe, sulle braccia e sul busto - ai quali, in tutti quegli anni, non aveva prestato pi attenzione di quanta ne prestasse un macellaio ai tagli del manzo.
Il suo corpo aveva una superficie di circa sedicimila centimetri quadrati, e la sua idea era disegnarci sopra un reticolo di tagli di trentadue centimetri quadrati con un pennarello nero a punta fine. Tranne che su piedi, faccia e dita, i tagli sarebbero stati semplici quadrati di cinquantasette millimetri di lato, cinquecento in totale, e sarebbero apparsi tutti nel suo film. Intendeva impiegare un'intera settimana per familiarizzare con ciascuno di essi - per non trascurare n privilegiare nessuno di quei riquadri; per poter dire, in punto di morte, di aver conosciuto il proprio corpo in ogni parte visibile - e si era assegnata l'arduo compito di fare qualcosa di nuovo e avvincente per ciascun taglio. Le differenze potevano essere solo filmiche, ma pi spesso avrebbero implicato immagini legate ai pensieri e ai ricordi ispirati dal taglio in questione. Da questo punto di vista, il progetto era pi una performance che un film. Se Anabel avesse rispettato la sua tabella di marcia, la performance sarebbe durata dieci anni, mettendo sempre pi alla prova la sua creativit. Non sapeva quanto sarebbe stato lungo il film finito, ma puntava a una durata di ventinove ore e mezza, un'ora per ogni giorno del mese lunare. La sua aspirazione finale era riprendere possesso del proprio corpo, taglio dopo taglio, strappandolo al mondo degli uomini e della carne. Dopo dieci anni sarebbe stata completamente padrona di se stessa.
Amavo quell'idea, e lei mi amava per questo. In un caldo pomeriggio di luglio mi permise di tracciare il primo segno nero sul suo corpo, un reticolo che comprendeva due dita del piede sinistro, la cui superficie aveva richiesto mezza giornata di accurate misurazioni; era stata lei a tracciare i puntini che io collegai. - Adesso devi lasciarmi sola con il mio lavoro, - disse.
- Anch'io voglio conoscere ogni centimetro di te.
- Torner sempre da te, - disse in tono solenne. - Fra dieci anni sar tutta tua.
Le baciai le dita dei piedi e la lasciai sola con loro. Cos'erano dieci anni?
Se avesse potuto lavorare pi in fretta, e se artiste come Cindy Sherman e Nan Goldin non fossero salite alla ribalta, e se d'un tratto la video art non avesse quasi completamente eliminato il cinema sperimentale, e se la gelosia del mio piccolo ma realizzabile progetto giornalistico non l'avesse paralizzata, pu darsi che il suo film sarebbe arrivato da qualche parte. Ma dopo un anno era ancora ferma alla caviglia sinistra. Ora capisco che doveva essersi rapidamente annoiata della superficie del suo corpo - c' un motivo se trascorriamo tutta la vita senza prestargli troppa attenzione - ma la sua sensazione era di avere il mondo contro.
Naturalmente chi ci andava di mezzo ero io. Una parola sbagliata al tavolo della colazione o l'odore fastidioso di qualcosa che stavo cucinando (L'odore fa orrore, amava ripetere Anabel) potevano rovinare una giornata di lavoro. Persino una breve recensione dell'opera di un concorrente poteva bloccarla per una settimana. Con il suo tacito permesso, cominciai a setacciare il New Yorker e le pagine d'arte del New York Times per strappare gli articoli potenzialmente irritanti prima che lei li leggesse. Inoltre rispondevo al telefono, pagavo le bollette e compilavo la dichiarazione dei redditi. Quando traslocammo in una casa pi grande insonorizzai le finestre del suo studio, e quando, sei mesi dopo, Anabel decise che Philadelphia la deprimeva e rallentava la mia carriera, andai a New York e trovai un appartamento a East Harlem. Anche l insonorizzai la sua stanza. E tutto questo non lo feci mai con risentimento, ma sempre con grande convinzione, perch lei era il riccio e io la volpe. Ma non era solo per questo: come con la tavoletta del water, anche in questo caso stavo facendo ammenda per un'ingiustizia strutturale. Il fatto che io avessi delle abilit pratiche la feriva, e siccome feriva lei, feriva anche me.
La cosa che mi riusciva meglio era guadagnare soldi. Avevo cos tanta voglia di fare carriera e cos tanto tempo a disposizione (per sette giorni alla settimana Anabel si rinchiudeva nello studio con la sua Beaulieu da 16 mm) che entrai piuttosto facilmente alla rivista Philadelphia. Avrei potuto diventare caporedattore l, o pi tardi al Voice, ma non volevo un lavoro d'ufficio, perch certe mattine, prima di rinchiudersi, Anabel aveva bisogno di trascorrere alcune ore a discutere di una mia occhiata storta o di una notizia molesta che era sfuggita alla mia censura, e io dovevo essere disponibile ad ascoltarla. Cos continuai a lavorare da casa e divenni un bravo giornalista. Visto che non competevo con lei dal punto di vista creativo, Anabel mi incoraggiava a essere ambizioso e faceva commenti positivi su tutto ci che scrivevo. Io, in cambio, pagavo l'affitto, le bollette e la spesa. Anabel bruci i suoi ultimi risparmi per pagare le pellicole e lo sviluppo, e poi cominci a vendere i gioielli ricevuti in regalo dal padre ed ereditati dalla madre. Rimasi esterrefatto, e anche un pochino risentito, quando scoprii quanto valevano, ma io non ero certo entrato nel matrimonio con dei gioielli miei.
C' bisogno di dire che la nostra vita sessuale andava sempre peggio? Il nostro problema non era la tipica noia coniugale. In parte era il fatto che Anabel passava tutto il giorno a contemplare intensamente il proprio corpo, e poi nel tempo libero voleva solo leggere un libro o guardare la tv; ma il problema principale era che le nostre anime si erano fuse.  difficile sentire di essere una persona e nello stesso tempo desiderarla. A met degli anni Ottanta, le uniche scopate quasi decenti erano quelle del ritorno a casa, quando rientravo da una spedizione giornalistica o dalla consueta visita estiva a Denver; per qualche ora eravamo abbastanza diversi da ritrovarci. Negli anni seguenti, quando cominci a mangiare pochissimo e a fare ginnastica per tre ore al giorno, Anabel smise di avere le mestruazioni. Fu allora che scomparve il periodo buono del mese, che mettemmo Leonard dentro una scatola da scarpe e non lo tirammo pi fuori, che ci riducemmo a parlare e parlare, come una burocrazia emotiva a due. La pi insignificante delle domande (Perch hai aspettato dieci minuti per darmi la buona notizia, invece di darmela subito?) scatenava una vera e propria indagine formale, con ogni risposta archiviata in triplice copia e il periodo di revisione esteso indefinitamente mentre venivano setacciati gli archivi.
Ed eravamo isolati. Vestirci e mescolarci con altri esseri sessuati sarebbe stato un utile sistema per separarci. Ma Anabel diventava sempre pi timida e meno sicura di s, e si vergognava sempre di pi a parlare di un progetto che io e lei consideravamo geniale ma che nessun altro poteva vedere; e inevitabilmente, poich i nostri unici amici erano miei amici, si sentiva offesa perch si interessavano di pi a me. Cominciai a vederli da solo, per pranzo o per l'aperitivo. Non parlavo con nessuno della mia vita domestica. Sarebbe equivalso a tradire Anabel, e inoltre mi vergognavo della stranezza del mio matrimonio e, peggio ancora, dell'impressione che davo quando rispondevo alle domande educate degli amici su Anabel e sul suo lavoro. Davo l'impressione di uno che accampava scuse per lei, uno incapace di vedere che sua moglie non era il genio che lui era convinto che fosse. Ne ero ancora convinto, eppure, chiss perch, non risultavo convincente.
Persino David, che non aveva smesso di telefonarmi, sembrava essersi disinteressato di Anabel. I suoi tre figli continuavano a incarnare ogni luogo comune sui ragazzi ricchi e scapestrati, e sua figlia gli aveva sputato in faccia. Io ero ormai l'oggetto pi plausibile del suo orgoglio paterno. Non mancava mai di offrirmi finanziamenti, contatti, un buon lavoro alla McCaskill, a volte tutte e tre le cose. Sotto la sua guida, la McCaskill stava espandendo la sua presenza in Asia, commerciando in farina di pesce peruviana e olio di semi di lino tedesco, diversificando con fertilizzanti e servizi finanziari, ampliando il fiume di carne, riversando manzo e uova nel gargarozzo di McDonald's e tacchino nelle fauci di Denny's. Secondo i miei calcoli, la quota di David nell'azienda si avvicinava ai tre miliardi di dollari.
E poi d'un tratto compii trent'anni. Avevo decine di amicizie lavorative, ma nessuno con cui parlare di Anabel, a parte il custode del palazzo, Ruben, che gestiva anche una lotteria clandestina condotta dal proprietario dell'edificio e collegata alla Lotera Nacional dominicana. L'edificio era mantenuto sicuro dalla costante presenza di Ruben e dei suoi fattorini: un alcolizzato senza denti soprannominato Il Corto e un paio di zoccole in pensione. Ruben era cortese con Anabel e rispettoso con l'uomo che l'aveva sposata: mi chiamava Fortunello. L'altra ammiratrice di Anabel era la sua nuova amica, Suzanne, conosciuta a un corso di improvvisazione a cui l'avevo supplicata di iscriversi dopo che era rimasta bloccata sul suo progetto per un intero autunno. Era finalmente arrivata in cima alla gamba sinistra e non riusciva a decidersi a disegnare un taglio vicino ai genitali. La sua assunzione di cibo si era ridotta a un caff con latte di soia al mattino e una cena frugale la sera. Durante il giorno era spesso inabilitata da gonfiori e crampi allo stomaco, ma si agitava tantissimo se qualcosa (ovvero troppe ore di discussione con me) ostacolava il suo regime di esercizi dalle cinque alle otto di sera, che comprendeva videocassette di ginnastica di Jane Fonda, corse a Central Park e un vogatore di seconda mano che ora dominava il suo studio.
Aveva tanto grasso in corpo quanto una sedia Shaker, le sue mestruazioni erano un ricordo del passato, e trascorrevano intere stagioni in cui riuscivo a scoparla solo nelle fantasie di Ruben, ma questo non ci impediva di discutere di un potenziale bambino. Anabel voleva costruire una famiglia con me, per prima doveva concludere il suo progetto, riprendersi il suo corpo e ottenere un successo pari o superiore al mio; altrimenti sarebbe rimasta a casa a cambiare pannolini mentre io proseguivo nella mia splendida carriera maschile. Non vedevo come potessimo aspettare che finisse - non aveva neppure riguardato, n tanto meno montato, la maggior parte delle sue cento ore di metraggio grezzo, e a quel ritmo avrebbe continuato a girare fino a settant'anni - ma non potevo farglielo notare senza alimentare il suo panico. Tutto quello che potevo fare era cercare di calmarla, in modo che potesse continuare a contemplare e filmare i propri genitali.
Per il nostro ottavo anniversario, dopo aver venduto il mio primo articolo a Esquire, convinsi Anabel a venire in Italia con me. Non avevamo avuto una luna di miele, e pensavo che l'Europa potesse ritemprarci. Il viaggio fu un successo dal punto di vista turistico, con le sculture gotiche della Toscana e le antiche rovine della Sicilia tutte per noi, ma Anabel aveva mal di testa da fame ogni pomeriggio, e ogni sera dovevamo sgambettare per tre ore al buio, con i crampi allo stomaco, alla ricerca di un ristorante pieno di gente del posto, perch quella era la nostra luna di miele e lei voleva che il suo unico pasto della giornata fosse eccellente.
Tornammo a New York decisi a prepararci gli spaghetti alla siciliana con pomodoro e melanzane fritte, un piatto cos squisito che volevamo mangiarlo due volte alla settimana. E cos facemmo, per alcuni mesi. Ed  proprio questo il punto: non me ne stancai piano piano. Me ne stancai di colpo, radicalmente e permanentemente, mentre ne mangiavo un piatto che da principio mi era piaciuto come al solito. Misi gi la forchetta e dissi che dovevamo prenderci una pausa dal sugo di pomodoro e melanzane fritte. Non era colpa del piatto, che era perfetto e squisito. Ero stato io a trasformarlo in un veleno, mangiandone troppo. E cos ci prendemmo una pausa di un mese, ma Anabel lo amava ancora, e una caldissima sera di giugno tornai a casa e ne sentii l'odore.
Mi si rivolt lo stomaco.
- Abbiamo esagerato, - dissi, dalla soglia della cucina. - Non lo sopporto pi.
Anabel era sempre attenta ai simbolismi. - Io non sono un piatto di spaghetti con le melanzane, Tom.
- Se resto qui vomito.
Mi guard spaventata. - Va bene, - disse. - Ma pi tardi tornerai?
- S, ma qualcosa deve cambiare.
- Sono d'accordo. Ci sto pensando da un po'.
- Bene, torno pi tardi.
Scesi di corsa cinque rampe di scale e raggiunsi la stazione di 125th Street senza un piano, senza un amico con cui potessi confidarmi, spinto solo dal bisogno di fuggire. In quegli anni c'era una band di cenciosi musicisti funk che suonava di tanto in tanto sul marciapiede del treno per downtown. C'erano sempre un bassista e un chitarrista, spesso un percussionista con una batteria che sembrava recuperata da un cassonetto, a volte una cantante con i denti d'oro e un sudicio vestito di paillette. Solo la cantante interagiva con il pubblico, gli altri sembravano immersi in dolorose storie private da cui la musica forniva un sollievo temporaneo. Il chitarrista riusciva a prendere il ritmo sopra il rombo dei treni e, per quanto sudasse, non lo lasciava pi andare.
Quella sera erano in tre. Dentro una custodia di chitarra aperta si erano raccolte un po' di banconote da un dollaro; ne buttai una anch'io e mi ritirai lungo il marciapiede, rispettoso come doveva essere un bianco a Harlem. Da allora ho cercato invano la canzone che stavano suonando. Forse era un loro pezzo mai registrato. Aveva un semplice riff su un accordo di settima minore che parlava di bellezza in mezzo a un'incurabile tristezza, e nei miei ricordi la suonarono per venti minuti, mezz'ora, abbastanza da lasciar passare numerosi treni espressi e locali. Infine arriv una tempesta perfetta di correnti da uptown e downtown, un forte vento umido e urinoso che spazz il marciapiede e poi invert la direzione, e poi la invert di nuovo, sicch le banconote levitarono fuori dalla custodia e andarono alla deriva lungo il binario come foglie in autunno, rotolando e scivolando, mentre la band continuava a suonare. Era perfettamente bello e perfettamente triste, e tutti sul marciapiede lo sapevano, nessuno si chin a toccare i soldi.
Pensai alla mia Anabel sofferente, sola in casa. Vidi la mia vita e risalii le scale.
Era ferma davanti alla porta, come se mi stesse aspettando. - Vuoi aiutarmi? - disse subito. - So che deve cambiare qualcosa, ma senza di te non ce la faccio. Vuoi guardare quello che sto facendo e dirmi cosa non vedo?
- Basta che non mi fai pi mangiare melanzane fritte, - dissi.
- Parlo sul serio, Tom. Ho bisogno del tuo aiuto.
Accettai di aiutarla. Andammo nel suo studio, dove da tempo mi era proibito l'ingresso, e Anabel mi mostr timidamente alcuni spezzoni di grande effetto. Un primo piano in bianco e nero sottoesposto di un taglio sulla coscia sinistra, che lei aveva manipolato per creare l'impressione di un oceano agitato e scuro. Un monologo mal sincronizzato ma molto divertente sulle rotule. Un montaggio inquietante che intervallava un binario della metropolitana a un alluce cadaverico etichettato con il suo nome, come a suggerire che avesse pensato di buttarsi sotto un treno. La incoraggiai con tanto calore che mi mostr i suoi quaderni.
Erano sempre stati rigorosamente privati, e il fatto che me li lasciasse vedere dava la misura della sua disperazione, perch non erano le pagine elegantemente scritte e illustrate che avevo immaginato. Erano un diario di angoscia. Ogni annotazione cominciava con le cose da fare quel giorno e si trasformava in un'autodiagnosi sempre pi illeggibile. Poi Anabel attaccava una nuova pagina con un grafico ordinato dei tagli di pellicola, ne riempiva solo i primi riquadri e poi scarabocchiava revisioni, poi cancellava le revisioni e ne scarabocchiava altre ai margini, con linee che collegavano vari pensieri e punti chiave sottolineati tre volte; e poi tracciava una grande X rabbiosa sull'intera pagina.
- Lo so che non si direbbe, - disse, - ma qui dentro ci sono buone idee. Questa sembra cancellata, ma non  proprio cancellata, ci sto ancora pensando. Devo lasciarla cancellata perch altrimenti mi mette troppa ansia. In realt dovrei rileggere tutti i quaderni, - ce n'erano almeno quaranta, - e poi cercare di tenere tutto in testa ed elaborare un progetto chiaro. Ma c' cos tanta roba. Non sono pazza. Devo solo trovare un modo di organizzare il materiale che non mi metta troppa ansia.
Le credevo. Era intelligente e aveva buone idee. Tuttavia, sfogliando quei quaderni, mi resi conto che non aveva alcuna possibilit di completare il progetto. Lei, che per tanto tempo mi era sembrata onnipotente, non era abbastanza forte. Mi sentivo responsabile per non essere intervenuto prima, e adesso, anche se ero cos stufo del nostro matrimonio da avere la nausea, non potevo andarmene finch non l'avessi tirata fuori dal pantano in cui le avevo permesso di cadere. Il matrimonio che avevo sperato mi liberasse dai sensi di colpa non aveva fatto altro che approfondirli.
E tuttavia, il senso di colpa deve essere la pi mostruosa delle dimensioni umane, perch ci che feci allora per alleviarlo - rimanere nel matrimonio - era proprio la cosa per cui mi sarei sentito pi in colpa in seguito, quando il matrimonio fin. Dopo la sera degli spaghetti con le melanzane, come se si fosse accorta per la prima volta che potevo lasciarla, Anabel cominci a parlare di una data, di l a diciotto mesi, in cui avremmo potuto mettere in cantiere una figlia (non immaginava mai un maschio). L'idea serviva in parte a darle un obiettivo e una scadenza per avanzare il suo progetto al di sopra dell'addome, ma stava anche cercando, per amor mio, di essere pi realistica; una gravidanza non poteva attendere per sempre. Io intuivo che un bambino poteva essere ci di cui avevamo bisogno, che un bambino poteva salvarci, ma intuivo anche che probabilmente avrei dovuto occuparmene io, finch il suo progetto fosse rimasto incompiuto. E cos, ogni volta che Anabel tirava fuori la questione del bambino, io spostavo l'argomento sul suo progetto. Sinceramente non ricordo se volessi spronarla a finire perch potessimo condividere la cura di un bambino, o se volessi solo che stesse meglio in modo da poterle chiedere il divorzio. So solo che mi bastava pensare all'odore nauseante delle melanzane fritte per risentirmelo sotto il naso. Se avessi dato retta al mio stomaco e le avessi dato il benservito, forse avrebbe avuto tempo di trovare qualcun altro con cui avere un figlio.
- Proposta audace, - le dissi nel suo laboratorio, il mattino dopo la serata degli spaghetti. - Decuplichi le dimensioni dei tagli. Posso aiutarti a progettare tutto, posso farti uno schema, cos non sar solo nella tua testa. E poi in due anni lo finisci e sei a posto.
Anabel scosse la testa, sdegnata. - Non posso cambiare le dimensioni dei tagli a met strada.
- Ma se li ingrandisci di dieci volte, puoi rifare l'intera gamba in due mesi. Puoi scegliere le migliori sequenze non corporee che hai gi.
- Non butto via otto anni di lavoro!
- Ma non  nemmeno un lavoro finito -. Indicai le torri di pellicole sviluppate dentro i contenitori mai aperti. - Devi fare ci che  necessario per finirlo.
- Lo sai che non ho mai finito niente in vita mia.
-  ora di cominciare, non credi?
- So cosa sto facendo, - disse. - Non ti ho chiesto di aiutarmi a buttare via otto anni di lavoro, ma a organizzare le idee che ho gi. Ed evidentemente ho sbagliato a chiedertelo. Oh! Oh! Come sono stupida.
Si batt i pugni sulla testa colpevole. Mi ci vollero due ore per convincerla a smettere, e poi un'altra ora per riprendermi dal cattivo umore provocato dalla sua insinuazione che avessi un'estetica volgare. Poi, per tre ore, l'aiutai ad abbozzare una tabella di marcia per completare il progetto, e poi, per un'altra ora, cominciai a trasferire pensieri importanti dal primo dei suoi circa quaranta quaderni a un quaderno nuovo, scritto da me. Poi arriv il momento delle sue tre ore di ginnastica.
Nell'anno seguente ci furono molte giornate come quella. Per dieci ore studiavo sequenze per lei, sequenze che mi sembravano del tutto fattibili, solo per sentirla dire, quando arrivava l'ora della ginnastica, che stavamo facendo un film con un'organizzazione giornalistica, il mio film e non il suo, e questo portava a un'altra giornata di discussioni in cui Anabel cercava di descrivere le sequenze che lei voleva, e io non riuscivo a seguire la sua logica complessiva, e lei mi spiegava tutto di nuovo, e io continuavo a non seguirla, e poi veniva l'ora della ginnastica. Trascuravo il mio lavoro - rinunciai all'occasione di seguire la campagna di Dukakis per Rolling Stone - e perdevo amicizie come un drogato, cancellando gli appuntamenti all'ultimo momento. Eravamo entrati nella squallida fase di mantenimento della nostra dipendenza, nemmeno un briciolo di piacere al mattino, solo il retrogusto malato dei problemi irrisolti del giorno prima. Continuammo cos a lungo, e avremmo continuato ancora pi a lungo se mia madre non avesse ricevuto una condanna a morte.
Mi telefon, stranamente, in un pomeriggio feriale. - Oh, questo mio terribile corpo, - disse. - Non mi ha mai dato altro che guai, e adesso mi uccider. Tom, mi dispiace tanto. Ti sto deludendo, sto deludendo Cynthia, sto deludendo tutti. Il dott. Van Schyllingerhout  stato tanto paziente con me, ha fatto tanti sforzi, dice che sono uno dei motivi per cui non va in pensione. Ha quasi ottant'anni, Tom, e visita ancora i pazienti. Sono una grande delusione per tutti voi. Ma la tua stupida vecchia madre ha il cancro.
Ancora pi penoso del fatto che avesse il cancro era il suo impulso a scusarsi di averlo. Sondai la notizia in cerca di un risvolto positivo, ma sembrava che non ce ne fosse nessuno. Era stata sfortunata e basta. Poich gli steroidi l'avevano messa ad alto rischio di cancro, il dott. Van Schyllingerhout l'aveva sottoposta a una colonscopia ogni due anni, ma il cancro doveva essere apparso subito dopo l'ultima. In due anni si era diffuso oltre il colon, e probabilmente era inoperabile. L'avrebbero aperta per eliminare il blocco, bombardata di radiazioni e poi operata di nuovo per salvare il salvabile, ma la prognosi era cattiva.
- Domani sono l, - dissi.
- Tom, scusami tanto. Mi dispiace di importi questo fardello. Voglio vivere per vederti felice e realizzato. Ma questo mio stupido vecchio corpo, sempre la stessa stupida storia...
Entrai nello studio di Anabel, mi sedetti e scoppiai a piangere. Pi tardi mi raccont che le mie lacrime l'avevano terrorizzata - temeva che fossi andato a dirle che non potevo pi vivere con lei - ma quando le diedi la notizia mi abbracci e pianse con me. Si offr persino di venire a Denver.
- No, - dissi, asciugandomi la faccia. - Tu resta qui. Far bene a entrambi.
-  questo che mi preoccupa, - rispose. - Io lavorer meglio senza di te, e tu sarai pi felice senza di me. E sar la nostra fine. Tu penserai: perch sto con questa pazza che non riesce a fare il suo lavoro? E io ricorder che lavoravo molto meglio quando potevo stare sola tutto il tempo -. Ricominci a piangere. - Non voglio perderti.
- Non mi perderai, - dissi. -  solo una breve separazione.
L'argomento che usai con lei, e con me stesso, era che dovevamo ricostruire le nostre identit separate per poter rimanere insieme. Ci credevo davvero, ma i miei motivi per crederci erano sbagliati. Stavo rimandando il pi possibile la colpa dell'abbandono. Inoltre speravo, assurdamente, che Anabel potesse risparmiarmi quella colpa lasciandomi per prima.
In un corridoio dell'ospedale di Denver, poco dopo l'operazione, mi consultai con il dott. Van Schyllingerhout. Era un uomo calvo, con lo sguardo compassionevole e il naso aquilino. Era stato gentile con mia madre, ma era chiaramente incazzato per il suo cancro. - Il chirurgo  scontento, - disse, con un accento meno simile a quello di Leonard di quanto ricordassi. - Voleva togliere di pi, ma sua madre ha rifiutato categoricamente una stomia.  una scelta di qualit della vita che dobbiamo rispettare. Non vuole il sacchetto. Ma  brutto legare le mani al chirurgo. Ora ha meno probabilit di guarire.
- Quante ne ha?
Lui scosse la testa, incazzato. - Poche.
- La ringrazio di aver rispettato il suo desiderio.
- Sua madre  una combattente. Ho visto molti pazienti meno malati di lei arrendersi e accettare la colostomia. E lei naturalmente sa perch ha lasciato la Germania. Era in una situazione umiliante che si rifiutava di accettare. Con una forza di volont come la sua, avrebbe dovuto vivere altri trent'anni.
Fu cos che cominciai ad ammirare mia madre. Sembra strano, visto che era cos malata, eppure mi diede speranza per la mia vita. La situazione con Anabel non mi faceva certo soffrire pi di quanto l'intestino facesse soffrire lei, e abbandonare la sua famiglia non poteva essere stato pi facile di ci che dovevo fare ad Anabel. Se mia madre ce l'aveva fatta, potevo farcela anch'io.
L'operazione sembrava aver asportato la frase stupida vecchia madre dal suo vocabolario, insieme ad altre simili. Torn a casa dall'ospedale senza il suo autolesionismo. Grazie all'influenza di Cynthia, che adesso era una madre single e viveva a Denver con la sua bambina, anche le sue idee politiche si erano mitigate. - Comincio a pensare che il denaro sia davvero la radice di ogni male, - mi disse una sera. - Il denaro porta invidia.  questo il problema dei comunisti, invidiano i ricchi, sono ossessionati dall'idea di ridistribuire i soldi. E, mi dispiace, ma se guardo la famiglia di Anabel vedo solo i danni compiuti dal denaro.
- Per questo lo ha rifiutato, - dissi.
- Ma rifiutare il denaro  solo un altro modo per esserne ossessionati. Proprio come i comunisti. Gli operai produttivi vengono sfruttati da quelli pigri. Scusa se te lo dico, ma non  giusto che Anabel non lavori, che tocchi a te compensare la sua ossessione. Sarebbe stato meglio se non avesse avuto neanche un soldo.
- La sua famiglia  incasinata, questo  certo. Ma lei non  pigra.
- Quando me ne andr, potrai vendere questa casa e ricavarne un po' di soldi. E non voglio che li usi per mantenere Anabel. Quei soldi sono per te. Non sono molti, ma tuo padre ha lavorato sodo, io ho lavorato sodo. Ti prego, promettimi che non li darai alla figlia di un miliardario.
Pensai a quanto avevano lavorato i miei genitori. - Va bene, - dissi.
- Me lo prometti?
Le feci quella promessa, ma non ero sicuro che l'avrei mantenuta.
Quell'estate ricominciai a mangiare carne. Andai in Nevada e scrissi un articolo per Esquire sul progetto di un deposito di scorie nucleari sotto la Yucca Mountain. Inoltre assistetti mia madre durante il ciclo di radiazioni e vidi spesso Cynthia e la sua bambina. Adesso era ad Anabel che telefonavo la domenica sera. Sosteneva di avere pensieri produttivi, e solo quando diceva cose come Non dimenticarti di me, Tom, la sua voce mi risultava poco gradita. Non poteva immaginare che avessi ricominciato a mangiare carne, e io non glielo dissi.
Mia madre continuava a sorprendermi. In ottobre, dopo essersi ripresa dalla seconda, definitivamente scoraggiante operazione, mi chiese di portarla in Germania prima che morisse. Aveva seguito gli sviluppi politici, l'esodo crescente di tedeschi dell'Est attraverso la Cecoslovacchia, e per la prima volta dopo molti anni aveva provato a mandare un'altra lettera al vecchio indirizzo della sua famiglia. Tre settimane dopo aveva ricevuto una lunga risposta da suo fratello. Lui e sua moglie abitavano ancora nella vecchia casa, la madre era morta nel 1961, la sorella minore aveva divorziato due volte, il figlio maggiore era stato ammesso all'universit. La lettera, perlomeno nella traduzione di mia madre, era priva di risentimento, come se la sua scomparsa fosse stata uno dei tanti avvenimenti di un'infanzia difficile che lui aveva superato da tempo. Non faceva alcun cenno alle tante lettere precedenti a cui non aveva risposto. Pensai che forse non era mai stato arrabbiato, ma solo preoccupato che la Stasi disapprovasse la sua corrispondenza con una fuggiasca. E adesso nessuno aveva pi paura della Stasi.
Sulla base dei miei tre semestri di tedesco al college e della storia di mia madre, firmai un contratto con Harper's per scrivere un resoconto di prima mano del crollo del comunismo. Mia madre era magra come uno spaventapasseri, ma il suo intestino era ancora pi o meno funzionante, e non aveva la colostomia. Una sera, mentre l'aiutavo a mettere in ordine i suoi semplici affari, pos la penna e mi disse: - Credo che morir in Germania.
- Questo non puoi saperlo, - dissi.
- Qui ho finito, - rispose. - Cynthia  una buona madre, una brava persona, e tu hai intrapreso un'ottima carriera. Io e Denver ci siamo stancate l'una dell'altra. La vita  strana, Tom. Tutti parlano di mettere radici, ma le persone non sono alberi. Le mie radici, se le ho, non sono qui.
Temeva di aver dimenticato il tedesco, ma era cos portata per le lingue, aveva imparato l'inglese cos bene, che lo consideravo improbabile. L'ultima sera Cynthia venne a trovarci senza sua figlia. Quando arriv il momento degli addii, tentai di lasciarle sole.
- No, rimani con noi, - disse mia madre. - Voglio che tu senta quello che ho da dire -. Si rivolse a Cynthia. - Voglio scusarmi di non essere stata una madre migliore quando eri giovane. Ho trovato delle scuse per il mio comportamento, ma erano delle scuse, appunto, e non mi merito quello che hai fatto per me da allora. Sei stata la figlia migliore che una madre potesse desiderare. Il grande dono che tuo padre mi ha lasciato. Se sono stata fortunata in qualcosa,  stato nell'avere te e Tom. Voglio che tu sappia che ti sono profondamente grata per tutto quello che hai fatto, e che mi dispiace se ti ho trattata male. Sei una persona meravigliosa, pi di quanto io mi meriti.
La faccia di Cynthia era una smorfia di pianto, ma mia madre rimase a occhi asciutti, dignitosa. Tedesca. All'ombra della morte non era pi la persona che conoscevo. Era diventata la persona che non avevo conosciuto, la persona tedesca. I decenni di infelicit, gli anni dei discorsi logorroici, ora sembravano un lungo tentativo fallito di trovare un buon modo per essere americana.
Quando partimmo per Berlino, il Muro era ormai caduto (riorganizzai mentalmente il mio articolo non scritto, da bravo giornalista, per incentrarlo di pi sulla giovane Clelia). Dopo esserci riposati per un giorno a Berlino, prendemmo il treno per Jena. Vedendo dal finestrino una citt avvolta nel fumo di carbone, mia madre comment: - Hanno avuto trentacinque anni per renderla ancora pi brutta. Trentacinque anni, Dio mio, per fabbricare bruttezza. La gente dimenticher, ma io non voglio che tu dimentichi: questa parte della Germania ha pagato per le sue colpe.
Lo scrissi su un taccuino. Certo, la Germania dell'Est era stata un gigantesco penitenziario amministrato dai russi, la Stasi aveva incarnato i peggiori eccessi della meticolosit burocratica e dell'autoritarismo tedeschi, e chiunque avesse avuto un po' di cervello o di coraggio era scappato prima della costruzione del Muro, ma i prigionieri che erano rimasti a espiare la colpa collettiva del paese erano stati paradossalmente liberati dalla loro germanicit. Quelli che conobbi a Jena erano umili, poco puntuali, spontanei e generosi con il poco che avevano. L'economia del paese era stata una truffa sin dall'inizio, e i prigionieri, bench avessero giocato secondo le regole, partecipando agli incontri di educazione politica, leccando i francobolli di presenza e attaccandoli su libretti che mi ricordavano i Francobolli Verdi della mia giovinezza, erano leali solo fra loro, non con lo stato. Mio zio Klaus e sua moglie liberarono la camera da letto che era stata di Annelie e la diedero a mia madre. Avevano un telefono ma lo usavano di rado. Gli amici semplicemente bussavano alla porta e venivano introdotti nei festeggiamenti per il ritorno di mia madre, che durarono un'intera settimana. Ci furono birra a non finire, pessimo vino bianco e torte alla crema. La mia presenza era inopportuna, perch non capivo granch della conversazione, e mi sentii sollevato quando, alla fine della settimana, mia madre mi propose di lasciarla sola con il fratello e di tornare a trovarla solo il sabato sera e la domenica. - Tu devi scrivere il tuo articolo, - disse. - Loro si sono offerti di occuparsi di me, ma voglio che abbiano una pausa settimanale.
- Se  questo che vuoi fare.
- Qui si fa cos, - disse. - Ci si prende cura gli uni degli altri.
- Parli come una vecchia comunista.
- Sono stati quarant'anni terribilmente sprecati, - mi rispose, - un intero paese di vite sprecate.  un paese di bambini troppo cresciuti, che disobbediscono dietro le spalle della maestra, che fanno la spia per ottenere il loro stupido certificato di bravi socialisti. Che si sottomettono al sistema perch sono tedeschi e perch quello  il sistema. E l'intero sistema era stupido e bugiardo. Ma loro non sono arroganti, non hanno la verit in tasca. Danno quello che hanno e mi prendono per come sono.
Pi si avvicinava alla morte, e pi diventava sicura di s. Aveva concluso che il significato della vita era nella sua forma. Non poteva rispondere alla domanda sul perch fosse nata, poteva solo prendere quello che le era stato dato e cercare di farlo finire bene. Intendeva morire nella camera di sua madre, in compagnia di suo fratello e del suo unico figlio, senza l'umiliazione del sacchetto della colostomia.
Tornai a Berlino, mi aggregai a due giovani giornalisti francesi che avevo conosciuto, e finii insieme a loro in un appartamento occupato a Friedrichshain, abbandonato dagli inquilini che non davano segno di voler tornare. Per un mese andai a Jena una volta alla settimana, pi una volta per Natale, mentre mia madre diventava sempre pi magra e grigia. Per fortuna il dolore era perlopi sopportabile. Quando l'attacco era pi forte, si strofinava sulle gengive la morfina che le aveva dato il dott. Van Schyllingerhout da introdurre in Germania di nascosto.
Il mio ultimo pasto con lei fu la colazione della seconda domenica di gennaio. Si era alzata alcune volte durante la notte, per fare cose a cui la sua dignit mi impediva di assistere, e aveva gli occhi incavati, i contorni del cranio chiaramente visibili sotto la pelle sottile, ma era sempre la vivace Clelia, con il cuore ancora palpitante e il cervello ancora ossigenato e pieno di vita. Fui contento di vederla mangiare un intero panino col burro.
- Ho bisogno di sapere cosa farete tu e Anabel, - disse.
- In questo momento non ci sto pensando.
- S, ma dovrai pensarci presto.
- Deve finire il suo progetto, e poi speriamo ancora di avere un figlio.
-  questo che vuoi?
Ci pensai e dissi: - Voglio vederla di nuovo felice. Un tempo era una donna straordinaria, ma adesso  molto abbattuta. Credo che se fosse felice e realizzata sarei felice con lei.
- La tua felicit non dovrebbe dipendere dalla sua, - disse mia madre. - Eri un bambino felice, e so che io e tuo padre non siamo stati genitori facilissimi, ma non credo che ti abbiamo fatto del male. Hai il diritto di essere felice per conto tuo. Se stai con una persona che non riesce a essere felice, devi riflettere su cosa vuoi fare.
Le promisi di rifletterci, e lei and a sdraiarsi nella stanza di sua madre mentre io mi sforzavo di leggere un giornale tedesco. Mezz'ora pi tardi la sentii entrare in bagno. Un momento dopo la sentii urlare. Quell'urlo  rimasto con me, posso ancora riascoltarlo nella testa esattamente come allora.
Era seduta sul water, piegata in due, e si dondolava per il dolore. Aveva sofferto in quella posizione innumerevoli volte nella sua vita, ma quella, incredibilmente, era la prima volta che io la vedevo. Avrebbe preferito che non la vedessi, e a me dispiacque - e tuttora mi dispiace per lei - di doverla vedere. Mi guard con gli occhi sbarrati e disse, senza fiato: - Oddio, Tom, sto morendo.
La presi sotto le ascelle e la trasportai quasi di peso in camera da letto, lasciandomi dietro una tazza piena di sangue e peggio. Aveva il respiro rapido e debole. Il suo colon rappezzato doveva essersi lacerato in qualche punto, e stava morendo di setticemia. Le strofinai le gengive con la morfina e le accarezzai la testa fragile. Era ancora cos calda che mi chiesi cosa stesse succedendo al suo interno, ma mia madre non mi parl pi. Le dissi che era tutto a posto, le dissi che le volevo bene, le dissi di non preoccuparsi per me. Il suo respiro divenne pi lento e faticoso, e poi, poco dopo mezzogiorno, cess del tutto. Le posai la guancia sul petto e la tenni stretta a lungo, senza pensare a niente, solo un animale che ha perso la madre. Poi mi alzai e chiamai il numero lasciatomi da mio zio per contattarlo nel suo villino del fine settimana.
Io e Klaus pensammo che nessun funerale fosse meglio di un piccolo funerale. Dopo la cremazione passeggiammo in riva al fiume, tra i prati dove mia madre prendeva il sole da ragazza, e spargemmo met delle ceneri lungo la sponda. L'altra met la misi da parte per spargerla a Denver insieme a Cynthia. Il mattino in cui partii da Jena ringraziai Klaus, nel mio tedesco zoppicante, di tutto quello che aveva fatto. Lui alz le spalle e disse che mia madre avrebbe fatto lo stesso per lui. Mi venne in mente di chiedergli com'era da giovane.
- Herrisch! - Scoppi a ridere. - Ora capisci perch ho dovuto aiutarla.
Pi tardi cercai quella parola sconosciuta. Dispotica.
Sul treno che mi riportava a Berlino restai in piedi in fondo all'ultima carrozza, a guardare i segnali che passavano dal rosso al verde e si allontanavano lungo i binari. Non era cos terribile essere orfano. Mi sembrava il primo giorno di una lunga vacanza, un giorno vuoto tanto quanto il cielo di gennaio era limpido e soleggiato. L'unica nuvola, Anabel, si trovava in un altro emisfero. Il mio senso di liberazione era in parte economico - io, Cynthia ed Ellen ci saremmo divisi una propriet che valeva pi di quattrocentomila dollari - ma c'era di pi. Entrambi i miei genitori si erano ritirati, lasciandomi campo libero, e ora mi rendevo conto di essermi frenato solo per amore di Anabel, per paura di distanziarla troppo.
Avevo promesso di chiamarla quel pomeriggio, ma spargere le ceneri di mia madre mi aveva aperto gli occhi su qualcosa di infantile e fondamentalmente irrilevante nel suo progetto di filmare il proprio corpo, e temevo che se avessimo parlato avrei finito per dirglielo. Il mio corpo mi sembrava cos vitale, cos lontano dalla morte, che invece di telefonare uscii a passeggio, ripercorrendo gli antichi passi di mia madre, mescolandomi agli stranieri che curiosavano intorno al Muro a Moabit e poi dirigendomi verso il Kurfrstendamm.
Vicino all'estremit ovest del viale mi fermai in un pub per mangiare una salsiccia e registrare le mie impressioni giornalistiche su un taccuino. A un certo punto notai un uomo seduto da solo al tavolino accanto, un giovane tedesco con la fronte alta e i capelli ondulati. Stava guardando la tv del pub con le braccia appoggiate sulle due sedie accanto a s. Quella postura cos aperta, con il senso di padronanza che trasmetteva, continuava ad attirare il mio sguardo. Alla fine si accorse che lo stavo osservando e mi sorrise. Come per rendermi partecipe di uno scherzo, indic lo schermo del televisore.
La sua faccia era anche l. Lo stavano intervistando in una via cittadina, sopra la scritta ANDREAS WOLF, DDR SYSTEMKRITIKER. Non capivo molto di quello che diceva, ma afferrai le parole luce del sole. Quando il notiziario ampli l'inquadratura su quello che riconobbi come il quartier generale della Stasi, mi girai e vidi che l'uomo aveva allargato le braccia ancora di pi. Mi alzai con il mio taccuino e mi avvicinai al suo tavolo. - Darf ich?
- Certo, - rispose, in inglese. - Lei  americano.
- Giusto.
- Gli americani hanno il diritto di sedersi dove vogliono.
- Questo non lo so. Ma vorrei capire cosa ha detto. Non parlo bene il tedesco.
- Il suo taccuino, - disse l'uomo. - Lei  un giornalista?
- S.
- Ottimo -. Mi tese la mano. - Andreas Wolf.
Gli strinsi la mano e mi sedetti davanti a lui. - Tom Aberant.
- Posso offrirti una birra?
- Offro io, se permetti.
- Sono io che festeggio. Mai stato in televisione, mai stato all'Ovest, mai parlato con un americano.  la mia sera fortunata.
Ordinai qualche birra e lo feci parlare. Mi raccont di aver partecipato all'assalto al quartier generale della Stasi, dove si era ritrovato a fare da portavoce per il Comitato dei cittadini che chiedeva di consultare gli archivi, e si era dato come ricompensa la sua prima uscita dal settore orientale. Nelle ultime sessanta ore non aveva quasi mai dormito, ma non sembrava stanco. Io mi sentivo altrettanto esuberante. La fortuna di incontrare un dissidente della Germania Est durante le sue prime ore all'Ovest, in anticipo su qualunque altro giornalista occidentale, faceva sembrare profetico il mio stato d'animo nel viaggio da Jena.
Finimmo le birre e uscimmo in strada. Andreas, in jeans attillati e giubbotto militare, pi che camminare si pavoneggiava, avanzando con le spalle ben dritte. In citt perdurava un'atmosfera festiva, e lui buttava indietro la testa quando incrociava uno straniero o un berlinese dell'Est sul Ku'damm, come per sfidarli a non riconoscerlo. Quando passavamo accanto a una bella donna, girava rapidamente su se stesso per fissarla. Avevo l'impressione che ad Anabel non sarebbe piaciuto, neanche un po', e che semplicemente camminandogli accanto stessi favorendo la mia liberazione.
In un isolato pi tranquillo si ferm davanti a una concessionaria della Bmw. - Cosa ne dici, Tom? Dovrei provare a desiderare una di queste macchine? Adesso che non c' pi l'Est, solo l'Ovest?
- Desiderarle  il tuo dovere di consumatore.
Fiss quelle macchine che promettevano il piacere di guidare. - Non ho mai visto niente di cos spaventoso in vita mia. Tutti gli altri morivano dalla voglia di venire qui. Tutti gli altri erano troppo stupidi per essere spaventati.
- Ti dispiacerebbe se scrivessi quello che stai dicendo?
-  questo che vuoi?
- Mi sembri una persona con delle storie da raccontare.
Scoppi a ridere. - E lasciate ch'io parli al mondo, che ancora non sa come queste cose siano avvenute. Sentirete cos di atti carnali sanguinosi e innaturali8... Chi sto citando?
- Credo che sia l'ultimo discorso di Orazio.
- Molto bene! - Mi diede una pacca sulla spalla. - Solo tu sei cos, oppure pensi che mi piaceranno tutti gli americani?
- Probabilmente una via di mezzo.
- Se potessi vedere la mia immagine dell'America ti metteresti a ridere. Grattacieli e una classe inferiore miserabile. Sfruttamento brechtiano. Bassifondi gorkiani, Mick Jagger nei panni del diavolo. Puerto Rican girls just dyin' to miit iuuuu.
- Ti consiglio di ridurre le aspettative.
- Dovrei andarci?
- A New York? Senz'altro. Posso farti da guida.
Ero consapevole di partire avvantaggiato, nel suo giudizio, dal fatto di essere americano; ero anche consapevole della vergogna che avrei provato se fosse venuto a New York e avesse visto che razza di vita facevo con Anabel. Mostr il dito medio alle lustre Bmw e tenne il dito alzato sopra la spalla mentre proseguivamo lungo il marciapiede.
Quello che mi aveva gi raccontato - che a vent'anni si era procurato l'etichetta di cittadino antisociale, vivendo al di fuori del sistema socialista nel seminterrato di una chiesa - sarebbe finito dritto dritto nel mio articolo per Harper's. Eppure il giornalismo era l'ultimo dei motivi per cui, quando ci separammo in Friedrichstrae, gli chiesi se potevamo rivederci il pomeriggio successivo. Andreas non somigliava per niente ad Anabel, se non per il fatto che era magro, ma la sua sicurezza di s era cos avventata che mi dava l'impressione di nascondere qualcosa di disturbato o angoscioso, qualcosa che mi ricordava la ragazza carismatica e disturbata di cui mi ero innamorato. O forse mi ricordava solo cosa voleva dire prendersi una cotta.
Volente o nolente, il giorno dopo dovevo assolutamente chiamare Anabel. Potevo farlo solo da una cabina dell'ufficio postale, e mentre Andreas mi mostrava il centro di Berlino Est, indicando la chiesa dove era stato consulente per i giovani a rischio, la Oberschule privilegiata che aveva frequentato, il circolo giovanile dove suonavano le band sgradite al regime, i bar dove si radunavano gli Asoziale, diventai impaziente di trovare un ufficio postale prima dell'orario di chiusura. Alla fine glielo dissi.
- Cosa succede se non la chiami?
- Pi guai di quanti valga la pena di affrontare.
- Okay, domanda seria:  cos che si vive da sposati?
- Perch? Stai pensando al matrimonio?
Prese un'espressione solenne. Eravamo in una via di Prenzlauer Berg costellata del ciarpame che la gente buttava dalle finestre da quando era caduto il Muro. - Non al matrimonio, - disse. - Per c' una ragazza.  molto giovane, spero che riuscirai a conoscerla. Se la conoscerai, capirai perch te lo chiedo.
Sentendolo menzionare una ragazza mi ingelosii, e questo dava la misura di quanto Andreas mi piacesse. Ero sicuro che fosse bellissima e, al contrario di Anabel, bramosa di sesso. Lo invidiavo per questo. La cosa pi strana, e sintomatica del luogo doloroso dove mi aveva portato la perdita di mia madre, era che invidiavo anche la ragazza, perch il fatto di essere femmina le dava accesso alla vita privata di Andreas.
- Chiama tua moglie, - disse. - Ti aspetto.
- No, 'fanculo, - risposi. - La chiamo domani.
- Hai una sua foto?
Ce l'avevo, nel portafogli, un'istantanea lusinghiera scattata in Italia. Andreas la osserv e annu in segno di approvazione, ma io vidi o immaginai di vedere qualcosa rilassarsi in lui, come se ora fosse sicuro di avere la donna migliore, di avere vinto quella competizione. Mi dispiacque per Anabel ma anche per me, perch dovevo difenderla.
Mi restitu la foto. - Le sei fedele.
- Finora s.
- Undici anni... fantastico.
- Una promessa  una promessa.
- Non mi sar facile essere alla tua altezza.
Anche lui sembrava gi convinto che potessimo diventare amici. Mentre proseguivamo lungo le strade poco illuminate, alluse all'inquinamento del suo paese, inquinamento letterale e spirituale, e al suo inquinamento personale. - Tu non immagini nemmeno quanto sei pulito.
- Non faccio un bagno da tre giorni.
- Ti preoccupi di telefonare a tua moglie. Assisti tua madre sul letto di morte. A te sembrano cose ovvie, ma non lo sono per tutti.
- Si tratta pi che altro di un morboso senso del dovere.
- Tua madre... quanti anni aveva?
- Cinquantacinque.
- Che sfiga. Brava madre?
- Non lo so. L'ho sempre considerata un problema, e ora non riesco a pensare a una sola cosa brutta che mi abbia fatto.
- Perch era un problema?
- Non le piaceva mia moglie.
- E tu eri leale verso tua moglie.
- Mi hai frainteso, - dissi. - Sono stufo di essere pulito. Sono stufo del mio matrimonio. Ho sprecato la mia vita.
- Conosco la sensazione.
- Mi sono rotto il cazzo di quello che sono.
- Conosco anche questa.
- Ci beviamo una birra?
Si ferm e guard l'orologio. Era umiliante che fossi sempre io a chiedere, ma ero deciso a diventare suo amico. Aveva un magnetismo irresistibile e un sentore di dolore segreto, di sapere segreto. Anni dopo, quando divenne famoso in tutto il mondo, non mi stupii. Il mondo sembrava provare ci che io avevo provato per lui, e non riuscii mai a invidiargli il suo successo, perch sapevo che sotto sotto, dentro di lui, si era spezzato qualcosa.
- S, okay, una birra, - disse.
Entrammo in un bar, giustamente chiamato il Buco, e l cominciai a dilaniarmi. Raccontai ad Andreas che avevo ignorato gli avvertimenti di mia madre su Anabel e poi l'avevo quasi abbandonata per undici anni. Avevo ignorato gli avvertimenti del padre di Anabel, ignorato l'istintiva simpatia che provavo per lui, e giurato fedelt a una pazza. Stavo tradendo Anabel con ogni mia parola, e la cosa terribile era che il tradimento mi faceva stare bene. Come se non mi servisse altro che un'alternativa plausibile, un potenziale amico maschio del quale fossi un po' infatuato, per ammettere con me stesso quanto ce l'avessi con lei, forse da sempre.
La dimensione tattica della mia confessione non la rendeva meno sincera. Non avevo mai parlato del mio matrimonio con una fonte, ma la sincerit era il mio modus operandi, il mio metodo per incoraggiare le fonti a essere sincere a loro volta. Ci non significava che fossi un manipolatore; significava che ero fatto per il giornalismo. E mi resi conto, dall'attenzione rapita con cui Andreas mi ascoltava, che il mio stile americano funzionava con i tedeschi. Mio padre aveva lo stesso stile, e mia madre, a vent'anni, non aveva saputo resistergli.
- Allora, cosa farai? - disse Andreas quando finii di parlare.
- Mi andrebbe bene qualunque cosa, tranne che tornare a Harlem.
- Devi chiamarla domani. Se sei sicuro di non voler tornare.
- S, va bene. Forse.
Mi stava fissando intensamente. - Tu mi piaci, - disse. - Vorrei aiutarti a scrivere la verit sul mio paese. Ma ho paura che se ti rivelassi la mia storia non ti piacerei pi.
- Perch non me la racconti, cos posso giudicare da solo?
- Se potessi conoscere Annagret, forse capiresti. Ma non mi  ancora consentito di vederla.
- Davvero.
- S, davvero.
Il bar si era riempito di fumo, di uomini dall'aspetto canceroso e di ragazze con pettinature che fino al giorno prima avrei considerato orrende. Ora, quando osavo immaginarmi a letto con una di quelle pettinature, mi sembrava una cosa a portata di mano, se solo non me ne fossi andato da Berlino.
- Parlare fa bene, - dissi.
Lui scosse la testa. - Non posso raccontartelo.
Ci trovavamo in un territorio che ogni giornalista conosce bene. Quando una fonte si prendeva la briga di alludere a una storia che non poteva raccontarmi, finiva quasi sempre per raccontarmela. L'importante era parlare di tutto fuorch della storia segreta. Dopo aver offerto un altro giro di birre, divertii e sconcertai Andreas con un attacco sprezzante alla letteratura britannica del Novecento, che lui sembrava conoscere a menadito. Poi difesi i Beatles mentre lui decantava gli Stones, e ci trovammo d'accordo nel deridere gli adoratori di Dylan, sia americani sia tedeschi. Chiacchierammo per tre ore, mentre il Buco si svuotava e la storia segreta aleggiava nell'aria intorno a noi. Alla fine Andreas si copr la faccia con le mani, premendole forte contro gli occhi chiusi. - Va bene, - disse. - Usciamo di qui.
 curioso, ripensandoci, che non mi fossi mai identificato con mio padre; che mi fossi completamente schierato con mia madre. Ma adesso lei era morta, e mentre entravo nel Tiergarten buio con Andreas avrei potuto essere mio padre la sera che l'aveva incontrata. Un incontro casuale, una ragazzona dell'Est, una citt brulicante di possibilit. Doveva essere sbalordito di averla al suo fianco.
Ci sedemmo su una panchina.
- Quello che ti dir non devi scriverlo, - disse Andreas. - Serve solo per aiutarti a capire.
- Sono qui come amico.
- Amico. Interessante. Non ho mai avuto un amico.
- Mai?
- Quando andavo a scuola piacevo ai miei compagni. Ma io li trovavo spregevoli. Vigliacchi, noiosi. E poi sono diventato un emarginato, un dissidente. Gli altri non si fidavano di me, e io mi fidavo ancora meno di loro. Anche loro erano vigliacchi e noiosi. Una persona come te non sarebbe potuta esistere in quel paese.
- Ma ora i dissidenti hanno vinto.
- Posso fidarmi di te?
- Non hai modo di saperlo, ma s, completamente.
- Vediamo se vorrai ancora essere mio amico quando avrai sentito quello che ho da dire.
Al buio, nel centro di una citt troppo diluita e sottopopolata per riempire il cielo di rumore, mi raccont che i suoi genitori erano molto ben introdotti. Che lui stesso era cresciuto pieno di privilegi, finch non aveva buttato alle ortiche la sua vita come gesto di sfida politica. E che, dopo l'espulsione dall'universit, era scivolato in un mondo di fica alla Milan Kundera; che poi aveva conosciuto una ragazza che gli aveva cambiato la vita, una ragazza della quale amava l'anima, e aveva cercato di salvarla dal patrigno che abusava di lei. Che il patrigno li aveva inseguiti fino alla dacia dei suoi genitori. Che lui aveva ucciso il patrigno per legittima difesa, con un badile trovato per caso, e aveva seppellito il cadavere dietro la dacia. Mi raccont della sua conseguente paranoia, e della fortuna di essere riuscito a recuperare i suoi dossier dagli archivi della Stasi.
- L'ho fatto per proteggerla, - disse. - La mia vita non  degna di essere protetta, ma la sua s.
- Ma  stata legittima difesa. Perch non hai denunciato il fatto?
- Per lo stesso motivo per cui lei non si era rivolta alle autorit. La Stasi protegge i suoi. La verit  quella che decidono loro. Saremmo finiti entrambi in prigione.
In passato avevo intervistato alcune persone condannate per omicidio. Ogni volta avevo avuto un po' paura, in modo del tutto istintivo, come se la loro storia potesse ripetersi con me. Ma nello stato in cui mi trovavo, dopo tante birre e parole, mi sentii stranamente invidioso di Andreas, della sua vita intensa ed estrema.
Aveva cominciato a piangere in silenzio.
-  stato brutto, Tom, - disse. - Non se ne va mai. Non volevo ucciderlo. Eppure l'ho ucciso. L'ho ucciso...
Gli misi un braccio intorno alle spalle, e lui si gir e si aggrapp a me.
- Va tutto bene, - dissi.
- Non va bene. Non va bene.
- No, no. Va tutto bene.
Pianse a lungo, mentre io lo stringevo e gli accarezzavo la testa. Se fosse stata una donna gli avrei baciato i capelli. Ma i limiti rigorosi imposti all'intimit sono il fardello dell'uomo eterosessuale. Si tir indietro e si ricompose.
- Ecco, questa  la mia storia, - disse.
- L'hai fatta franca.
- Non del tutto. Lei non mi vedr finch non sapr che siamo al sicuro. Siamo quasi al sicuro, ma c' ancora un cadavere nel giardino dei miei genitori.
- Ges.
- C' di peggio. Potrebbero vendere la casa agli speculatori. Forse ci saranno degli scavi. Se voglio rivederla, devo spostare il cadavere.
- Mi dispiace di non poterti aiutare.
- No, tu sei pulito. Non ti coinvolgerei mai.
C'era una nota di tenerezza nella sua voce. Gli chiesi come intendesse liberarsi del cadavere.
- Non lo so, - rispose. - Potrei imparare a guidare, ma ci vorrebbe del tempo. Ho paura di perderla. Magari potrei usare due valigie, fare un viaggio in treno.
- Sarebbe un viaggio parecchio stressante.
- Devo rivederla. Costi quel che costi.  il mio unico obiettivo: rivederla.
Provai un'altra fitta di gelosia. Di esclusione; di competizione con la ragazza. Come spiegare altrimenti quello che gli dissi?
- Posso aiutarti.
- No.
- Ho appena cremato mia madre. Posso farcela.
- No.
- Sono americano. Ho la patente.
- No.  una brutta faccenda.
- Se mi hai detto la verit,  una cosa che vale la pena di fare.
- Devo farlo da solo. Non ho modo di ricompensarti.
- Non serve una ricompensa.  una proposta da amico.
Da qualche parte in lontananza, nell'oscurit fra gli alberi e i cespugli alle nostre spalle, un gatto lanci un debole grido. Poi si sent un altro grido, un po' pi forte, ma non era un gatto. Era una donna che riceveva piacere.
- Cosa ne dici degli archivi? - chiese Andreas.
- In che senso?
- Il comitato torner in Normannenstrae venerd. Potrei farti entrare.
- Non credo che ammetterebbero un americano.
- Tua madre era tedesca. Tu rappresenti quelli che sono scappati. Hanno dossier anche su di loro.
- Non deve per forza essere uno scambio.
- Non  uno scambio.  amicizia.
- Sarebbe uno scoop, su questo non ci piove.
Andreas salt su dalla panchina. - Facciamolo! Tutte e due le cose -. Si chin su di me e mi batt sulle braccia. - Lo facciamo?
La donna in lontananza stava gridando ancora. Mi venne da pensare che avrei potuto averla, quella stessa donna o una come lei, se fossi rimasto a Berlino con Andreas.
- S, - dissi.
All'alba del mattino dopo, a Friedrichshain, mi svegliai in preda al rimorso. Le lenzuola del mio letto non erano pulite neppure quando ero arrivato, e io non le avevo mai lavate: mi ero semplicemente adattato allo squallore. Se la persona di cui mi ero innamorato fosse stata una donna, e in quel momento si fosse trovata accanto a me nel letto, nuda, forse sarei riuscito ad allontanare il pensiero di Anabel. Cos, invece, l'unico modo per riprendere sonno era decidere di chiamarla, pi tardi, per tentare di riparare a quello che avevo detto ad Andreas su di lei.
Ma quando mi alzai, verso mezzogiorno, la prospettiva di sentire la sua voce, il suo tono tremulo e ferito, mi diede il voltastomaco. La voce che volevo sentire e la faccia che volevo vedere erano quelle di Andreas. Andai a Berlino Ovest e affittai una macchina, assicurandomi di poterla guidare oltre i confini della citt. Tornato a casa, trovai un telegramma indirizzato a me sul pavimento dell'ingresso.
 CHIAMAMI.
Mi sdraiai sul letto sporco, con il telegramma accanto a me, ad aspettare che il fumo di carbone della citt s'infittisse con il buio e l'ufficio postale abbassasse le serrande.
Mentre guidavo verso la periferia, con il favore delle tenebre, sterzai per evitare un tram fermo e per poco non falciai i passeggeri che stavano scendendo. Mi gridarono contro infuriati, e io agitai le mani in un gesto di scuse all'americana. Aiutandomi con la vecchia mappa pieghevole brevettata di mio padre, attraversai interminabili quartieri di penitenza germanica. Le strade vicino al Mggelsee erano pi edificate e trafficate di quanto avessi immaginato; mi sentii sollevato quando vidi che la casa estiva dei Wolf era protetta da alte conifere.
Spensi i fari, entrai con la macchina nel giardino gelato e girai intorno all'edificio, seguendo le istruzioni di Andreas. Da l potevo scorgere il lago ghiacciato, chiazzato di bianco sotto una cupola di nuvole urbane, e un capanno degli attrezzi nell'angolo in fondo alla propriet. Andreas era in piedi accanto al capanno, con un badile e un telone impermeabile.
- Qualche problema? - domand in tono allegro.
- Nessuno, a parte un incidente quasi mortale.
- Sei generoso a fare questo per me.
- Ringraziami dopo.
Mi condusse nel bosco dietro il capanno. L c'erano un mucchio di terra e la fossa corrispondente. - Ho le mani malconce, - disse. - Lo strato superficiale era tutto ghiacciato. Ma adesso credo che possiamo tirarlo fuori prendendolo per i vestiti. Ho gi sollevato le due estremit.
Guardai gi nella fossa. C'era abbastanza luce per vedere che la tuta del cadavere, ora impregnata di fango sabbioso, un tempo era stata blu. Conferiva alle ossa la forma, e in parte anche il volume, di un corpo. Sembrava che fosse rimasto qualche brandello di pelle sulle ossa delle mani. L'odore non era terribile, un lieve sentore di putrefazione, come di formaggio ammuffito. Mancava solo una cosa.
- Dov' la testa?
Andreas accenn alle sue spalle. - In un sacchetto di plastica. Non c' bisogno che tu la veda.
Gli fui grato di quella premura. Dopo avere vegliato cos di recente il corpo di mia madre, ero ancora in una penombra di assuefazione alla morte. Ma un teschio, magari con attaccata qualche ciocca di capelli, sarebbe stato un brutto spettacolo. Senza il cranio, le ossa erano pi innocuamente astratte. Pensai che costringendomi a guardarle mi stavo assicurando di non poter pi tornare da Anabel.
Eppure battevo i denti, e non solo per il freddo. Andreas stese il telone, poi ci mettemmo a cavalcioni della fossa e afferrammo la tuta. Doveva essere marcita nella parte inferiore, perch si strapp al centro, riversando fuori ossa e pezzi di una sostanza non identificabile.
- 'Fanculo, - dissi.
- S, okay. Lascia fare a me.
Aspettai in riva al lago mentre Andreas issava e spalava roba fuori dalla fossa. Tornai indietro solo quando arrotol il telone e cominci a ributtare dentro la terra. Allora gli diedi una mano, per accelerare le cose.
- Ho portato dei panini, - disse, quando finimmo di caricare il telone e il suo contenuto nel baule della macchina.
- Non posso dire di avere molto appetito.
- Sforzati. Ci aspetta un lungo viaggio.
Ci lavammo le mani con una bottiglia di acqua minerale e mangiammo i panini. Avevo di nuovo freddo, e nel freddo mi venne in mente una cosa che chiss perch non mi era venuta in mente prima, cio che stavo per commettere un grave crimine. Avvertii una fitta di nostalgia per Anabel, una fitta non forte ma inequivocabile. Per quanto brutta fosse diventata, la nostra era comunque una vita domestica, prevedibile, monogama, non criminale. In un angolo della mia mente, un pensiero sfrecci come un ratto: avevo incontrato Andreas quarantott'ore prima, non lo conoscevo affatto, e poteva anche non avermi raccontato tutta la verit; anzi, poteva avermi usato fin dall'inizio, come mezzo per riavvicinarsi ad Annagret.
- Rassicurami sulla polizia, - dissi. - Sto pensando a un normale controllo stradale. Apra il baule, per favore.
- La polizia ha cose pi importanti a cui pensare, in questi giorni.
- Per ho quasi ucciso sei persone, mentre venivo qui.
- Saresti pi contento se ti dicessi che sono fuori di me dalla paura?
-  vero?
- Un pochino, s -. Mi diede un pugno sul braccio. - E tu?
- Ho avuto serate pi divertenti.
- Non dimenticher mai quello che stai facendo per me, Tom. Mai.
In macchina, con il riscaldamento al massimo, mi sentii meglio. Andreas mi parl ancora del suo passato, dei termini curiosamente letterari in cui lo concepiva, e del suo desiderio di una vita migliore e pi pulita con Annagret. - Troveremo un posto dove vivere, - disse. - Tu potrai restare con noi finch vorrai.  il minimo che possiamo fare per te.
- E cosa farai per vivere?
- Per adesso non ci ho ancora pensato.
- Giornalismo?
- Forse. Com'?
Gli dissi com'era e lui mi sembr interessato, eppure avvertii una lieve, inespressa ripugnanza, come se avesse ambizioni pi elevate che evitava riguardosamente di menzionare. Avevo provato la stessa sensazione quando aveva osservato la foto di Anabel: era contento di ammirare ci che avevo, a patto che lui avesse di meglio. Questo non era forse di buon auspicio per una futura amicizia tra pari, ma all'inizio, in quella macchina caldissima, rientrava nella mia esperienza di infatuazioni: il senso di inferiorit, la speranza di venire apprezzato malgrado tutto.
- Il Comitato dei cittadini si riunisce domani mattina, - disse. - Dovresti venire con me, cos venerd ti conosceranno gi. Com' il tuo tedesco?
- Eh.
- Sprich. Sprich.
- Ich bin Amerikaner. Ich bin in Denver geboren...
- La r  sbagliata. Pronunciala pi di gola. Amerikaner. Geboren.
- La r  l'ultimo dei miei problemi.
- Noch mal, bitte: Amerikaner.
- Amerikaner.
- Geboren.
- Geboren.
Per un'ora buona lavorammo sulla mia pronuncia. Pensare a quell'ora mi rattrista. A giudicare dal suo modo arrogante di presentarsi, non avrei mai immaginato che fosse un insegnante cos paziente. Stavamo gi presumendo che sarei rimasto a Berlino, ma sentivo anche che io e la sua lingua gli piacevamo, e voleva che andassimo d'accordo.
- Adesso lavoriamo sul tuo accento inglese, - dissi.
- Il mio accento  impeccabile! Sono figlio di una professoressa d'inglese.
- Parli come la Bbc. Devi appiattire le a. Non puoi dire di aver vissuto finch non pronunci la a come un americano.  una delle glorie della nostra nazione. Fammi sentire come dici can't.
- Can't.
- Aaaaa. Caaaan't. Come il belato di una capra.
- Caaaaan't.
- Ecco. Gli inglesi non hanno idea di cosa si perdono.
In una stazione di servizio chiusa, alla periferia di una cittadina insignificante, Andreas seppell il teschio sul fondo di un contenitore dei rifiuti. Mentre aspettavo in macchina mi convinsi che stavo compiendo una buona azione. Se mia madre non fosse emigrata, se fossi cresciuto all'ombra della Stasi, anch'io avrei potuto uccidere una spia della Stasi per autodifesa. Aiutare Andreas mi sembrava un modo per fare ammenda dei miei vantaggi di americano.
- Non hai lasciato il motore acceso, - osserv Andreas quando risal in macchina.
- Non volevo farmi notare.
-  una questione di efficienza. Adesso devi riscaldare tutto da capo.
Ingranai la marcia e sorrisi con l'aria di chi la sa lunga. - Tanto per cominciare, - dissi, - quello che riscalda la macchina  il calore del motore in eccesso. Il consumo extra di benzina  pari a zero. Se ne avessi mai guidata una, forse lo sapresti. Inoltre, mantenere il calore in un ambiente freddo non  mai efficiente.
-  completamente falso.
- No, invece  vero.
- Completamente falso -. Sembrava che avesse voglia di discutere. - Se riscaldi una casa,  molto pi efficiente mantenere una temperatura di sedici gradi durante la notte che alzare la temperatura da cinque gradi al mattino. Mio padre faceva sempre cos, alla dacia.
- Tuo padre sbagliava.
- Era il capo economista di un'importante nazione industrializzata!
- Ora capisco meglio perch la nazione  fallita.
- Fidati, Tom. Ti stai sbagliando.
Si dava il caso che mio padre mi avesse spiegato la termodinamica del riscaldamento domestico. Senza menzionare lui, feci notare ad Andreas che il coefficiente di trasferimento calorico  proporzionale al differenziale termico: pi una casa  calda, e pi disperde calore nelle notti fredde. Andreas cerc di controbattere con il calcolo integrale, ma io ricordavo i fondamenti anche di quello. Continuammo a bisticciare mentre guidavo. Lui tir fuori argomenti sempre pi astrusi, rifiutando di ammettere che suo padre avesse torto. Quando infine lo sconfissi, sentii che qualcosa era cambiato fra noi, che era stato piantato un chiodo nell'amicizia. Andreas sembrava al contempo confuso e ammirato. Fino a quel momento non credo che mi avesse ritenuto un degno avversario intellettuale.
...
.
...
FINE Parte 3.